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Vicenza, storia del cis

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VICENZA, STORIA DEL CIS IL FALLIMENTO È DELLA STESSA CLASSE DIRIGENTE CHE VUOLE OGGI LA TAV

La filosofia che ha mosso questo carrozzone pubblico oggi fallito, con spreco indegno di denaro pubblico, è quella che un giorno Variati declamò con la solita retorica in risposta a un’interrogazione di Cinzia Bottene: la fratellanza fra enti  pubblici come Comune, Provincia, Camera di Commercio e l’amicizia dei loro rappresentanti come volano imperdibile  per il successo. Infatti, si è visto. Hanno comprato a prezzi assurdi un bene inservibile che oggi vale meno di quindici  anni fa e nessun progetto gli amici magnificati da Variati hanno saputo creare. Fa rabbrividire il fatto che questi siano
gli stessi personaggi che oggi vogliono ‘quella’ TAV per la città di Vicenza. E tutto cominciò con un simbolico, quanto ridicolo, letto a tre piazze…

* La prima parte di Storia del Cis in Quaderni Vicentini n. 6/2014 (Novembre/Dicembre), p. 60.

PINO DATO

LE DEFINIZIONI SONO SEMPRE scivolose. Dicono e non dicono. In politica poi si tende a semplificare tutto, specie in tempi (come gli attuali, e per attuali intendo l’ultimo trentennio, dal doroteismo al berlusconismo passando per il leghismo furbacchione e falsamente idealista) tempi in cui la classe dirigente si mescola e si riconosce, fa strani percorsi insieme e li fa tutti nel nome del potere. Un esempio classico è il “mostro” di Borgo Berga, un altro esempio è il Mose.
Il caso più recente (e più drammatico) è rappresentato dalla TAV, costruzione tutta da fare ma progetto vicentino-veneto già di chiare sembianze.
Dicevo, le definizioni. Una classica, ormai nota anche ai bimbi delle elementari, è quella di “carrozzone pubblico”. Lo si evoca con una inflessione della voce di chiara risonanza dispregiativa. Se lo si scrive, lo si mette tra virgolette. Insomma, è una definizione, per così dire, negativa. Non è del tutto chiaro che cosa sia (definizione, appunto, scivolosa) però lo si dice e lo si scrive come se si sapesse esattamente cos’è.
Qualche volta si eccede. Qualche volta si sbaglia obiettivo. Ma se parliamo di CIS (mi permetto di rimandarvi al primo capitolo di questa storia, QV 6/2014, p. 60) non si sbaglia di sicuro. Anzi, si ottiene il riferimento perfetto. Il CIS spa in liquidazione è stato il carrozzone pubblico per antonomasia. Non ne esiste uno più perfetto del CIS. Un carrozzone in cui gli enti pubblici più importanti (quelli che rappresentano i cittadini e le istituzioni) si mettono insieme non si sa perché, non si sa per fare cosa, non si sa per arrivare dove. Salvo accontentare questo o quel loro cliente. E se va male (come nel caso del fallimentare CIS) dilapidare denaro pubblico di tutti noi.

La squallida “non risposta” di Variati a Bottene

Nel rivisitare i paletti di questa triste, storica e assurda vicenda mi sono imbattuto in un documento significativo. Seduta del Consiglio comunale di Vicenza del 29 gennaio 2009. Sindaco Variati. Domanda di attualità della consigliera Cinzia Bottene su quale sia la quota del comune di Vicenza nel CIS, quale sia la destinazione d’uso dei terreni in comune di Montebello di proprietà del CIS, se l’amministrazione sia in grado di dire qualcosa in merito al ventilato scambio in permuta di terreni dell’onorevole Filippi, comproprietario di una porzione dell’area, se l’amministrazione intende sporgere denuncia all’autorità giudiziaria per l’odore di speculazione edilizia e favoritismo annesso ad una società privata
(la AF 99 di Filippi) eccetera eccetera.
Da notare che a gennaio 2009 la CIS non era ancora in odore di fallimento. Il carrozzone teoricamente funzionava.
La domanda di attualità si trasforma in richiesta, concessa dal Presidente del consiglio comunale, di dibattito. Dunque, si discute su carne viva. Il
sindaco Variati, che rappresenta il comune con la sua quota dentro il CIS, avrà senz’altro molte cose da dire. Invece?
Il sindaco non ha nulla da rispondere, ma chiede di rinviare la scottante questione sollevata da Bottene alla conferenza dei capigruppo. La consigliera fa riferimento ad un articolo apparso quello stesso giorno sul Giornale di Vicenza. Il presidente del consiglio accetta la proposta-non risposta di Variati: si va ai capigruppo. Però Variati qualcosa dice.
Questo:
“Ho intravisto anch’io quell’articolo sul giornale di oggi, il Comune su questa partecipazione ha poco più dell’8% e questa è una partecipazione critica per noi come altre che abbiamo ereditato, però abbiamo sposato un modo operandi, cioè il rapporto fra Comune di Vicenza, Provincia di Vicenza, la Camera di Commercio, perché solo da un’azione forte dei tre enti possiamo uscire dalle sabbie mobili di realtà come questa.”
Variati è un politico nato. Non è un tecnico. Ha attraversato tre “repubbliche vicentine”. È diventato sindaco tre volte con realtà diverse intorno a lui. Sa dimenticare. Un maestro nell’oblio.
La sua risposta alla consigliera Bottene è significativa e fa storia perché individua esattamente le responsabilità. Si è dimenticato di inserire fra i soci pubblici la Fiera di Vicenza, dove pure il Comune conta, e l’autostrada A4 che della CIS possiede un quarto delle azioni, dove pure il Comune conta ancora. Si è dimenticato di ricordare (ma non per caso) che il Comune da lui presieduto è stato anche impegnato finanziariamente con una fidejussione di circa 1 milione di euro a favore di CIS, presso Unicredit, già sanata, e dunque siamo ben oltre l’8%. Se il suo comune ha firmato una fidejussione vuol dire che ci credeva. Che l’abbia firmata Hullweck o Variati poco conta. Variati l’ha pagata (l’abbiamo pagata tutti noi).
Ma la cosa più significativa è nella filosofia rivendicata dal sindaco della  città del Palladio. La filosofia che muove questi enti, rappresentati e incarnati (direi meglio) da cittadini probi e molto amici fra loro, che agirebbero in sintonia. Per la vita. Se c’è qualche impresa, come il CIS, che è fatta male, anzi malissimo, dai loro famosi intenti comuni, e rischia di
sprofondare nelle “sabbie mobili” evocate da Variati in risposta a Bottene: loro stanno insieme appassionatamente, comunque, e risolvono. Infatti, si è visto.
Ho ricordato quella risposta dell’ottimista Variati perché quel “modus operandi” (parole sue, CCIIA, Comune, Fiera, Provincia, abbraccio doroteo d’antan) dal 2009 a oggi è andato degradando. Il CIS è in procedura fallimentare di concordato. Praticamente non esiste più. Il progetto è acqua fresca. Ha dilapidato una fortuna e sta svanendo definitivamente. Malgrado le magiche intese degli amici presidenti di quei famosi enti. Senza troppo annoiarvi, vediamo perché.

Gli enti pubblici, in nostra rappresentanza, e gli amici degli amici, vanno da Boschetti

Il carrozzone CIS, nato nel 1988, in piena era dorotea (Longhi, Pandolfo, Democrazia cristiana) è stato costruito con l’idea di creare un’area destinata a Centro intermodale Merci. Cosa significa? Praticamente dei Magazzini Generali in grande. Non vado oltre, per adesso non ne vale la pena. L’Ente maggiormente interessato era la Provincia. Poi la Camera di Commercio. I tre soci fondatori (50% del Capitale sociale) erano Provincia, Comune, Camera di Commercio.
Riflettiamo. Questi amici e amici degli amici che controllano le istituzioni pubbliche a Vicenza e provincia hanno creato una struttura mastodontica andando solo dal notaio Boschetti. Senza radici. Senza sede. Senza impiegati. Senza progetto operativo. Solo mossi dall’idea per un futuro Centro tutto da definire. Questa circostanza è già di per sé degna di riprovazione pubblica (e anche privata). Che senso ha se non quello di dilapidare denaro pubblico a favore di professionisti, presunti esperti contabili, avvocati, ingegneri? E clienti degli amici?
Ragioniamo. I fatti da pubblica riprovazione che vi proponiamo sono cinque. Tanti. Cerchiamo di illustrarli in sintesi al fine di capire bene la natura delle cose. E poi vediamo i dettagli. Serve per non annoiarsi e per dare un contributo concreto alla storia. La quale, altrimenti, è fatta di spizzichi e bocconi mal masticati e senza logica, provenienti tutti da delazioni di ex amici e di beghe interne, produttrice solo di falsi scoop e di titoli di giornale che poi si dimenticano il giorno dopo.
Noi invece vogliamo capire i fondamenti. Eccoli.

Tredici anni di Nulla Cosmico

1) Primo fatto riprovevole: per 13 anni, dal 1988 al 2001 il nulla cosmico.
Dopo aver costituito una società, averla doverosamente strombazzata sulla stampa più e più volte, gli amici degli enti e gli amici degli amici hanno creato consigli di amministrazione e collegi sindacali, li hanno convocati, hanno pagato spese di rappresentanza, parcelle e quant’altro per 13 anni.
Senza che nulla nascesse. Ovviamente, voi direte, nei consigli e nei verbali che dai consigli e dalle assemblee nascevano, qualcosa si sarà pur detto. Certo, fra tante cose inutili, quella che più rifulgeva era questa: “indagine sulla localizzazione del sito” dove il nuovo centro strutturale avrebbe dovuto operare.
Traduzione: non solo non c’erano radici, ma non si sapeva neanche con esattezza dove si doveva andare a sbattere. La ricerca è durata appunto 13 anni. Diciamo che ci sono tanti modi per rubare denaro all’erario. Questo è l’ultimo della specie: spendere soldi per cercare una sede operativa e una struttura. Ma non per uno o due mesi. Anche sei: accettabile. Ma per 13 anni! Non esiste un articolo del codice penale che sanzioni questa fattispecie comportamentale? Temo che non esista. Originale anche in questo la genìa dorotea e vicentina.

Acquisto di terreni agricoli da privati ad un prezzo molto superiore a quello di perizia

2) Secondo fatto riprovevole: individuata la sede (comune di Montebello), acquisto dei terreni.
Voi direte: perché riprovevole? In fondo finalmente si arriva al concreto. Si creano le radici. Si acquistano terreni da privati per circa 190 mila metri quadri in comune di Montebello, nel 2001 (presidente Mondardo, della Lega Nord) per circa 6 milioni di euro. Nel contempo si firma un preliminare per un acquisto successivo di altri 80 mila metri quadri.
Il completamento dell’acquisto avviene con l’esborso di altri 4 milioni di euro circa nel 2003. Nel 2005 si completa l’acquisto di terreni con altri 2,6 milioni di euro. Attenzione: i terreni sono a destinazione agricola, in parte costeggiano la regionale Vicenza-Verona 11 e in parte l’autostrada Serenissima. Per fare le cose come si deve si incarica il dottor Dianese di fare una perizia giurata sulla congruità del prezzo di mercato dell’intero comparto, naturalmente considerando il futuro probabile, se non certo, cambio di destinazione d’uso. Il perito valuta prezzo congruo quello di Euro 30,64 al metro quadrato. Esclusi, ovviamente, i costi necessari al finanziamento: interessi bancari e quant’altro, che corrono per anni e anni e continuano a correre. Alla fine della fiera i costi vivi (esclusi interessi) dei terreni agricoli di Montebello ammonteranno a euro 13 milioni 194 mila. Il costo a metro quadrato è di euro 48,68, di molto superiore a quello indicato dal perito come congruo. Attenzione: congruo per terreni con destinazione direzionale e commerciale, non certo per terreni agricoli. Il fatto non è solo riprovevole: è qualcosa di più.
Qui l’articolo nel codice penale, secondo me, c’è.

Terreni dove? Un letto a tre piazze

3) Terzo fatto riprovevole: localizzazione dei terreni acquistati all’interno del comparto.
Questa è una riprovazione (pubblica) che definirei chiave. La famiglia Rizzi – i privati che vendono – sa fare gli affari bene. Affari loro, appunto. Sono privati, non benefattori. Cosa fa il venditore privato e cosa accetta di fare il compratore pubblico? Il privato vende al pubblico due terzi dei terreni del comparto, lasciando alla propria disponibilità un terzo. Niente di male, direte voi. Certo, solo che il terzo che il privato si tiene è lasciato in mezzo ai due terzi che vende al CIS, carrozzone pubblico e generoso.
Avete presente quel film di Steno, con Totò e Peppino De Filippo, intitolato Il letto a tre piazze? I nostri due impagabili eroi si contendevano una moglie (mi pare che fosse Nadia Gray) bellissima e ricca di grazie che, credendosi vedova perché il primo marito (Totò) non era tornato dalla guerra, si era risposata (con Peppino). Le gags, al ritorno di Totò (il primo marito) si sprecavano. Il letto a tre piazze era simbolico: ma la piazza più appetibile era quella in centro, presumibilmente occupata dalla bella Nadia. Ora, non so se il presidente del CIS e i suoi soci pubblici hanno pensato di rifare il film di Totò e Peppino andando a comprare le due piazze esterne e lasciando ai privati quella di mezzo. Ma non si è divertito nessuno. Non c’era nessuna bella Nadia ad attrarre nessuno.
La scelta è stata semplicemente incomprensibile. Sia sul piano economico (un privato che compra da privato non l’avrebbe mai fatto), sia su quello della razionalità più elementare. Era evidente, fin dall’origine, che chi possedeva le parti esterne del comparto sarebbe stato debitore, a chi era in mezzo, di servitù prevedibili e imprevedibili. Con un’aggravante: le due parti esterne, acquistate dal CIS, non erano comunicanti fra loro. Chi dovremmo licenziare, già a questo punto? Nessuno.
Sono rimasti tutti al loro posto, rappresentati dal sindacato peggiore che si conosca: quello del politichese. E dell’intrallazzo privato in cosa pubblica. Una vicentinità letale, maleodorante. Semplicemente da buttare come immondizia organica.

Gli immobili (ancora agricoli) costano 10 milioni in più (di interessi generosi a banche locali)

4) Quarto fatto riprovevole. Il CIS, per comprare i terreni in quel periodo chiave (2001-2005) della sua (chiamiamola così) vita, aveva bisogno di aumentare il capitale sociale.
Si passa dalla lira all’euro e nel 2002 il capitale sociale è portato a 3 milioni di euro. In parte serve ad appianare qualche perdita residua. Ma soprattutto si contattano le banche della provincia, in primo luogo Banca Popolare di Vicenza e Unicredit, che concedono generose linee di credito al carrozzone degli amici (la Banca Popolare è anche socia) al di fuori di un vero piano di finanziamento a lungo termine che sarebbe costato certamente meno. Il finanziamento dei capitali che servono all’acquisto dei terreni avviene con linee di credito costosissime e di breve periodo.
Le banche le concedono con piacere perché i fideiussori sono gli enti pubblici soci del CIS. Amici, appunto. Autorevoli amici. Gli interessi pagati per comprare i terreni più le spese portano ad un incremento del mastro immobili di oltre 10 milioni di euro. Ciò significa che dopo un’altra decina d’anni gli immobili (ancora terreni agricoli formalmente) sono costati in tutto oltre 23 milioni di euro (svalutazione monetaria esclusa). Denaro pubblico, di tutti noi, please.

Manuela Dal Lago, scandalizzata dal letto a tre piazze, chiama Filippi perché nasca, finalmente, un matrimonio d’amore tra pubblico e privato

5) Quinto fatto riprovevole. Il letto a tre piazze doveva essere risolto in qualche modo se si voleva condurre in porto l’idea meravigliosa del centro intermodale. Prima di ogni complicazione successiva e ulteriore che racconteremo ai nostri lettori alla terza tappa di questa folle ma istruttiva storia è la prima mossa a creare il disordine successivo fino al fallimento
finale.
La mossa è squisitamente politica, nel senso che i suoi protagonisti sono esponenti noti delle istituzioni. Per motivi insondabili – oppure, se si preferisce, fin troppo chiari – un bel giorno la signora Manuela Dal Lago, presidente della provincia e deputato della Repubblica, suggerisce al suo compagno di partito Alberto Filippi, a sua volta consigliere comunale e deputato, titolare della azienda chimica di famiglia con sede a Torri di Quartesolo, AF 99 srl, un affare invitante. Un affare che, secondo i due esponenti, risolverebbe il problema del letto a tre piazze creando le premesse per un matrimonio d’amore: fra un ente pubblico, la CIS spa e una società privata, la AF 99 srl.
Filippi compra dal privato la piazza centrale, che poi è anche una parte più appetibile perché meglio esposta verso strade e autostrade, e comincia a discutere con gli enti pubblici di riferimento. C’è conflitto di interessi dal momento che lui è anche un uomo delle istituzioni? Volete scherzare? Un giorno il presidente del CIS Zanchetta, affranto, confessò al giornalista amico: “Se il privato interessato, anziché Filippi Alberto si fosse chiamato Pinco Palla il Centro Intermodale e il Centro commerciale sarebbero già sorti da un pezzo.”
Non è vero, naturalmente, ma l’affermazione è significativa perché indica con esattezza il livello di moralità che, secondo certi signori, è sottesa al concetto di conflitto d’interesse o, se preferite, di interesse privato in atti d’ufficio. Un livello pari a zero.
Qui il fatto diventa riprovevole al massimo. È l’origine della saga più ridicola e forse peggiore. La guerra tra gli amici degli amici, checché ne pensi Achille Variati, inizia qui. Ne parleremo alla prossima puntata.

(continua)