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IL LIBRO DI CARRERI MAGISTRATI, AVVOCATI GIORNALISTI
21 dicembre 2017

Vicenza e le sue parole ieri e oggi

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VICENZA E LE SUE PAROLE IERI E OGGI
PALLADIO, CATTOLICI, LANEROSSI, RUMOR, EDERLE, DAL MOLIN
BORGO BERGA, ZONIN, GOLDIN.
IL DEGRADO SI VEDE?
(parte 1/2)

Immaginate di dover raccontare in ragionevole sintesi, a chi non la conosce, che tipo di città è Vicenza, quali ne sono i tratti dominanti, quali i personaggi di rilievo, quale il suo humus. Emilio Franzina lo ha fatto, partendo dai tratti, dalle sembianze, della Vicenza della seconda metà del ‘900, un quarantennio dorato o quasi, cui è succeduto un altro quarantennio pieno di difficoltà, instabilità, errori, brutture e ferite insanabili come la seconda base americana e il nuovo tribunale in borgo Berga che hanno fatto perfino trasalire l’Unesco. Una città dai mille volti, sostanzialmente conservatrice, ma capace di reazione e anche di coraggio.
Stranamente ricca, a parte il genius loci Palladio, di poeti, scrittori, giornalisti tutt’ora in auge. Ancora fra le prime cinque province industriali d’Italia, è arrivata ad assistere, inerme, al fallimento della sua banca per eccellenza, dopo 150 anni di vita. Una città da psicanalisi?

EMILIO FRANZINA

Nella piccola patria di Guido Piovene, che cominciò a parlarne con intelletto d’amore (per la precisione alla radio) nel 1954 quando la squadra locale di calcio, prendendo il nome di “Lanerossi Vicenza”, iniziava il suo più lungo periodo di permanenza in Serie A e quando ci si poteva piacevolmente documentare anche sulle sue vicende piccolo borghesi durante il fascismo attraverso Il prete bello, un fortunato romanzo appena uscito di Goffredo Parise, la sosta nella città berica descritta da uno dei suoi figli di più raffinata cultura coincise con il consolidamento di un’immagine che agli occhi degli italiani avrebbe legato per molto tempo l’idea e il nome di Vicenza all’eredità palladiana e a una religiosità diffusa (garante di equilibri politici allora ben noti) nonché il suo intero territorio provinciale alle grandi fabbriche tessili di Schio e di Valdagno, all’intraprendenza di non pochi industriali paternalisti e un poco anche al mondo e alle cose recenti di tutto il Paese viste attraverso lo sguardo di giovani scrittori come Mario Rigoni Stern, fresco autore de Il sergente nella neve.
Mentre il reportage sonoro di Piovene continuava, in attesa di trasformarsi nel 1957 in un volume sull’Italia del boom ovvero nel suo celebre Viaggio in Italia, degno erede di quello da lui fatto negli Stati Uniti (De America del 1950), a Vicenza sin dal 1955 avevano insediato una loro base militare (“Camp Ederle”) appunto gli americani, soldati molto diversi dagli alleati festosi che dieci anni prima avevano liberato la città dal nazifascismo.

Dopo quarant’anni di conquiste e sviluppo, la grande frattura: un panorama politico e ambientale altamente instabile

Eppure cominciava lo stesso, allora, un cammino di quasi quarant’anni, ricco di conquiste economiche e di soddisfazioni che sarebbe durato almeno sino alla metà degli anni ‘80, ma che non sembra aver molto a che fare con quello successivo giunto alla vigilia del suo compimento nel pieno di una crisi senza fine e in mezzo a mille scontri di potere consumati assieme a varie faide di fazione e all’insorgere di tristi populismi, figli dell’insicurezza e di un’evidente sfiducia nel futuro che rendono al momento altamente instabile il panorama sia politico che ambientale di Vicenza.
A salvarsi apparentemente dal disastro restano qui solo pochi simboli architettonici del passato che appunto rimandano, tuttavia, alle visioni del mondo di coloro i quali vi posero mano molti secoli fa. Particolarmente vistosi sono fra essi quelli ricollegabili ai principali edifici pubblici o privati del capoluogo: oltre a varie chiese, la Basilica palladiana, il Palazzo Chiericati, fastosa pinacoteca cittadina (e gli altri palazzi non dissimili e ora sedi di banche o di fondazioni culturali), il Teatro Olimpico, la villa detta La Rotonda e quella tiepolesca dei Valmarana ai Nani ecc., riproposti infatti con assiduità al turismo di massa mordi e fuggi, in uno con le mostre “ribollite” dalla premiata «Linea d’ombra» del mercante d’arte Marco Goldin e per questo, sino a un certo punto, addirittura “valorizzate” (commercialmente parlando) assai più che in passato.

Vicenza: tre città in una

Il cuore di Vicenza, e non solo quindi l’Olimpico, il suo gioiello più prezioso, già piegato a mille usi sovente impropri, rassomiglia a una scena teatrale che si differenzia dai quartieri contermini, quasi tutti vocati alla gentrificazione, e dalle estese periferie poste agli estremi del perimetro urbano. Coloro che le abitano, e che costituiscono il grosso dei residenti, spartiscono generici sentimenti identitari, di solito addossati solo al tifo sportivo, ma si distinguono per linee sociali esterne ed anche piuttosto nette benché non sempre la perifericità corrisponda poi, necessariamente, a puro degrado o alla esclusione tout court che caratterizza semmai pochi angoli minori a ridosso del centro storico, battuti più dai border line locali che non dagli immigrati o dai sinti e dai rom veneti.
Zone urbanizzate abbastanza tardi, come quella intitolata a suo tempo a un pontefice veneto d’inizio ‘900, appaiono più che vivibili e abbastanza accoglienti (tanto che a designarle provvede fra la gente un nomignolo scherzoso ma affettuoso: Spiox), altre, più recenti e generate magari dalla speculazione edilizia o dalle prevaricazioni dei poteri forti cittadini, come
quella accatastata a Borgo Berga come insulto assoluto al paesaggio e alla storia, all’estetica e al buon senso, si attirano invece l’avversione radicale dei vicentini di ogni generazione (sicchè i più giovani di loro non ci hanno messo molto a ribattezzarla beffardamente Gotham City).
Vicenza rimane nondimeno una città nel suo complesso abbastanza ricca e affluente. Di fatto, e a dispetto delle difficoltà devastanti dell’ultimo decennio (fallimenti e chiusure di aziende, dismissioni e delocalizzazioni d’impianti, suicidi d’imprenditori e di operai, ecc.) resistono in essa alcune residue sicurezze dal lato produttivo e da quello della ricchezza privata (cospicua, benché di pochi): dopo i fasti della piccola e media impresa favoriti dalle provvidenze democristiane in pro delle aree depresse – del cui venir meno, all’inizio degli anni ‘80 del ‘900, fu figliastro e si nutrì, in larga misura, il successo politico della prima Lega – questo coté materiale regge tuttora nei frattali mandelbrotiani del tessuto industriale e sociale di tutto il Vicentino dove anche la Chiesa e il mondo cattolico sono mutati non poco (e in meglio) rispetto a quelli dei decenni centrali del secolo passato.

Dodicimila immigrati di 120 etnìe più dodicimila americani delle due basi militari

La provincia pur declassata, ma egualmente forte di quasi 900 mila abitanti (per un 10% stranieri) e con quattro cittadine che ne contano ciascuna oltre 25 mila (Bassano, Schio,Valdagno e Thiene), fa da corona a Vicenza, in calo demografico dal 2010 con la sua media di 113 mila residenti di cui 12 mila – pari al 16% del totale – immigrati delle più varie parti del mondo (oltre 120 le etnie, ma con serbi, rumeni e moldavi in testa, senza contare i 12 mila americani di ben due basi SA): ancora allo scadere del 2016, ciò nonostante, essa si piazza fra le zone più industrializzate di tutta la penisola con i suoi distretti della concia e dell’oreficeria, della lana e dei filati, della ceramica e dell’elettronica confermandosi prima nel Veneto – e quinta in Italia – anche per incidenza del valore aggiunto del comparto cultura sul totale dell’economia.

Terra di intellettuali e scrittori

Può darsi che quest’ultimo primato abbia a che fare con il numero fuori dell’ordinario d’intellettuali e di scrittori, sovente d’alto livello sin dai tempi di Fogazzaro o di Piovene, ma in crescita vistosa dopo gli exploits lette- rari dei primi anni ‘50 soprattutto per merito di poeti e romanzieri come Barolini e Bedeschi, Meneghello e Neri Pozza, Bandini e Lanaro, ed altresì, di rimbalzo, grazie ai contributi saltuari di cronisti o editorialisti d’eccezione affermatisi in via definitiva altrove ma
quasi mai immemori delle proprie origini vicentine: dai Sacchi ai Ghiotto e dai Ghirotti ai Cisco d’antan oppure, oggi, da Paolo Madron a Gianantonio Stella, da Sergio Romano a Ilvo Diamanti, una vera pattuglia di valore che rende stridente il paragonecon quanti (Allione, Antonacci, Gervasutti, Ancetti ecc.) si sono alternati negli ultimi vent’anni, da modeste comparse giornalisticamente parlando, alla direzione del mesto quotidiano locale. Esso, va da sè, pur in calo di vendite ormai da molto tempo, continua imperterrito a “fare opinione” e a modellare a proprio piacimento un immaginario virtuale scambiato per vero da molti incolpevoli lettori.