basilica - quadernivicentini.it - QV
Vicenza e le sue parole ieri e oggi
11 gennaio 2018
cis - quadernivicentini.it - QV
Storia del CIS
1 febbraio 2018

Vicenza e le sue parole ieri e oggi

ederle.caserma - quadernivicentini.it - QV

VICENZA E LE SUE PAROLE IERI E OGGI
PALLADIO, CATTOLICI, LANEROSSI, RUMOR, EDERLE, DAL MOLIN
BORGO BERGA, ZONIN, GOLDIN.
IL DEGRADO SI VEDE?
(parte 2/2)

EMILIO FRANZINA

(vedi parte 1)

La Vicenza che non c’è più ha lasciato il posto ad un piccolo mondo vicentino leghista e postmoderno

La maggior parte dei giornalisti e degli scrittori di razza, peraltro, con l’eccezione appena di Ilvo Diamanti, s’è a lungo impegnata a fornire profili e ritratti quasi a memoria di una Vicenza che ormai non c’è più e che fiorì durante la seconda metà del secolo passato.
Forse solo Vitaliano Trevisan, loro tardo epigono, ma anche, a confronto dei suoi colleghi maggiori d’età, critico livoroso delle costumanze e dei riti dei propri concittadini, ha scelto di misurarsi ai giorni nostri con l’ascesa e con i crolli – alle volte invano annunciati – del piccolo mondo vicentino leghista e postmoderno.
Anche Trevisan lo ha fatto, s’intende, attraverso narrazioni d’impianto autobiografico e sociologico spesso ben congegnate, ma sin troppo autentiche per sembrare letterariamente vere o per risultare fantasiosamente attendibili sino in fondo.
La vocazione al cottimo imprenditoriale e il lavorismo deformato nei suoi fondamenti antichi, l’incultura per non dire la becera ignoranza dei nuovi “signori” e la pochezza morale di gran parte delle odierne popolazioni e dei loro segmenti giovanili più insidiati dalle droghe e da mille altre minacce “stupefacenti”, campeggiano ad ogni modo nei suoi racconti (da I quindicimila passi a Tristissimi giardini a Works) tutti inclini al realismo senza veli e tutti tesi a denunciare – anche mercè il divertito turpiloquio e in forza d’un mauditisme visibilmente artefatto e spesso posticcio – le attitudini degli “ultimi vicentini”: archistar e arcichef, imprenditori occhiuti e padroncini assatanati, rozzi geometri e grevi commercialisti
in combutta con avidi costruttori e speculatori d’ogni sorta, operai sfruttati o autosfruttati e così via, quasi sempre fatti oggetto, va da sè, di analisi spietata ma anche di scherno da parte dello scrittore.
Come figuranti essi si assiepano nelle pagine di Trevisan ignari, non meno forse di lui, della storia pregressa del luogo in cui vivono e che anche solo politicamente ha conosciuto, durante il ‘900, rovesciamenti e cambiamenti di rilievo pur nella discreta tenuta di un cliché moderato di fondo entrato veramente in crisi soprattutto ai giorni nostri.

I mille volti di Vicenza: conservatrice, liberale, fogazzariana, addirittura socialista dopo il turbine della Grande Guerra, clericale e democristiana

Anche a volerne parlare in sintesi sarebbe necessario, per offrirvi una decente spiegazione, rifarsi a sequenze narrative troppo complesse dove però spiccherebbero i diversi volti di Vicenza, una città cattolica e conservatrice, ma liberaleggiante e fogazzariana già nel tardo periodo postunitario, capace di darsi in età giolittiana, dal 1909 al 1914, un sindaco massone e una giunta bloccarda sostenuta dall’alleanza fra i partiti popolari di sinistra e poi addirittura “rossa” e socialista, tra il 1920 e il 1922, dopo il turbine della Grande guerra combattuta in montagna dalle sue parti, prima di soccombere a un regime, il fascismo, che avvantaggiò al massimo grado, con i notabili di sempre, i clericali saliti puntualmente al potere dopo il secondo conflitto mondiale – nonostante l’impegno profuso nella Resistenza armata da comunisti, giovani del Partito d’Azione e cattolici progressisti – con il supporto determinante delle gerarchie ecclesiastiche pacelliane e tuttavia messi infine nell’angolo, a propria volta, dopo quasi mezzo secolo di egemonia asfissiante, da Tangentopoli e dall’avvento tra il 1983 e il 1993 di una Lega popolare e populista finita paradossalmente in mano a uomini delle vecchie terze o quarte file dc e destinata quindi a fare da puntello alle mire berlusconiane di Forza Italia, visibilmente intenta, questa, con leader vicentini come Lia Sartori e mezzi vicentini come Gian Carlo Galan, a far tornare sempre tutto “dov’era e com’era”.
Che non fu tanto il motto buono per le sciagure in laguna di Massimo Cacciari dopo il rogo della Fenice del 1996, bensì l’essenza del progetto surrettizio e mai dichiarato, di un nuovo ceto politico a dir poco incompetente, lontano anni luce da quello che a proposito del campanile di San Marco crollato nel 1902 aveva permesso al sindaco d’oro di Venezia, Filippo Grimani, di coniare con la certezza di vederlo inverato, lo slogan ambizioso e poi divenuto celebre della ricostruzione perfetta in tempi stretti del manufatto caduto.

La disastrosa drammatica duplicazione della base americana

Una ricostruzione che, spostandosi in tutt’altri settori e in un diverso periodo, a Vicenza avrebbero dovuto garantire in modo tempestivo le compensazioni ingenuamente immaginate (anche perché promesse in mala fede) a ristoro degli enormi danni subiti dalla città in seguito alla duplicazione, fra il 2007 e il 2013, dell’insediamento militare USA sull’area del suo ex aeroporto civile, il Dal Molin.
Gli americani a Vicenza, non già alleati della Nato bensì, a tutti gli effetti, truppe straniere d’occupazione ben descritte in modo profetico da Parise dopo il loro primo arrivo ai piedi dei Berici intorno alla metà degli anni ‘50, al di là del numero fattosi ormai esorbitante (oltre dodicimila persone, come s’è detto, fra militari e civili, molti dei quali alloggiati in un villaggio divenuto ufficialmente anch’esso territorio degli Stati Uniti) restano a tutt’oggi, nella maggior parte dei casi, ospiti ostili, indifferenti e sostanzialmente estranei come marziani alla città che percorrono di corsa, se soldati, quasi solo all’alba, paghi di avere per sé e per le proprie famiglie, al netto di valutazioni strategiche o geopolitiche insussistenti, una location di lusso fra mari, monti e laghi, a due passi da Venezia e nel cuore di una città d’arte dagli ameni dintorni collinari.

Vicenza tradita sia da Berlusconi che da Prodi

Tradita da due governi nazionali di opposto colore e da un commissario ad acta (recte, agli atti impuri, tanto per riprendere il titolo di un romanzo parisiano contro la bigotteria italiana) nominato addirittura dal mite Romano Prodi, come l’europarlamentare Paolo Costa, il “collaborazionista” sprezzante e più inviso ai vicentini contrari alla doppia base yankee, Vicenza arranca dietro alle chimere di un parco detto ipocritamente della “Pace” e davanti ai tentativi continui del quotidiano locale d’inventarsi episodi virtuosi ma del tutto improbabili di crescente integrazione fra indigeni e “foresti” viceversa in stand by, tolte pochissime eccezioni, da più di sessant’anni. Fallita anche per la mancata reazione dei leghisti, rimasti senza parole o meglio smentiti nella più classica delle loro invettive (“Paroni a casa nostra”, ovvero la rivendicazione che costituisce a ben vedere il presupposto o il presagio dell’odierno sovranismo fascista e salviniano) questa integrazione mancata o problematica, sotto sotto non convince nemmeno chi, come il ricordato Vitaliano Trevisan, accede oggi, da fustigatore professionale dei costumi locali, all’ardua apologia del ricordato Parco della Pace, uno dei tanti raggiri propinati assieme a vari patti o “pacchi” per Vicenza, dopo la catastrofe della nuova base di guerra post Twin Towers, a un’opinione pubblica frastornata e perplessa, ma nient’affatto avversa o indifferente, come egli è propenso a credere, alle posizioni di condanna e di netto rifiuto dell’inaudita violenza inflitta alla città con il raddoppio della presenza militare statunitense.

Una ferita aperta nel cuore della città da Hüllweck a Variati senza soluzione di continuità

All’alba del 2017 è ancora questa presenza, materializzatasi al Dal Molin, oggi ribattezzato pour cause Del Din in memoria di un combattente osovano, medaglia d’oro resistenziale e figlio di uno dei capi dell’operazione Gladio, a rappresentare una ferita aperta nel cuore della città assieme ad altre magagne paesaggistiche e a nuove brutture edilizie inguardabili oltre che largamente illegali: su tutte l’imponente ecomostro di Borgo Berga, frutto avvelenato non meno della base USA, delle decisioni prese in gran segreto e del tutto alle spalle della cittadinanza, fra il 2003 e il 2007, dalle
giunte Hüllweck di centro destra in accordo con vari potentati di costruttori locali e con un governo straniero, ma poi avallate, in buona sostanza, da quelle di centro sinistra ad esse subentrate e rette fra il 2008 e il 2017 da Achille Variati, un politico di mestiere transitato a suo tempo dalla Margherita al Pd.

Il potere economico del vinattiere di Gambellara, Gianni Zonin: “irto e spettrale” come il Depretis del Carducci

Pupillo da giovane di Rumor e ultimo vero sindaco democristiano del capoluogo berico nel lontano 1995, giusto all’indomani dell’attribuzione a Vicenza del riconoscimento da parte dell’Unesco del rango di «Bene patrimonio dell’umanità» oggi per la prima volta messo seriamente in forse e al momento sub judice, egli si è mosso con indubbia destrezza in un contesto condizionato in realtà, almeno per vent’anni ovvero sino al 2015, dall’asfissiante sistema di potere economico e ambientale messo in piedi, con l’appoggio di gran parte delle associazioni imprenditoriali e dei loro giornali, dal vinattiere – “irto e spettrale” non meno di Depretis secondo il Carducci – Gianni Zonin da Gambellara.
Insignoritosi di un istituto di credito come la Banca Popolare vicentina, ora fallita e già causa del dissesto patrimoniale di migliaia e migliaia di soci incauti o da lui facilmente gabellati, Zonin assunse tutti i poteri un tempo distribuiti fra i vari gradi della costellazione democristiana legando a sé un numero impressionante di politici, di funzionari, di magistrati ecc.

Le rovine della città, le rovine di Variati

Dal canto suo anche Variati si dimostrò erede non indegno delle tattiche tipiche (e delle pratiche più discutibili) del suo primo partito di provenienza inserendo nella rosa dei propri assessori, in posti strategici e delicati, salvo sbarazzarsene poi di tanto in tanto, vari esponenti delle giunte Hüllweck, responsabili in prima persona, come Claudio Cicero e Maurizio Franzina, delle peggiori scelte compiute a danno del territorio non soltanto cittadino, dove però egli, presidente anche della defunta Provincia – accoppata a tradimento con tutte le altre del bel Paese da un team di riformatori temerari e incompetenti – deve ormai fronteggiare, in qualità di amministratore di punta nazionale, una serie invero ragguardevole di assolute emergenze (ambiente, edilizia scolastica e viabilità in particolare).
Salvatosi a stento dall’abbraccio letale con la sua prima vice Alessandra Moretti, in arte Ladylike e giovane donna rampante, prima bersaniana e poi renziana, dalla eloquente parabola politico-mediatica (sc. “nazionalte-levisiva”), Variati, fattosi renziano a sua volta e giunto nel 2017 agli sgoccioli del proprio (ultimo) mandato, spartisce con la città l’incubo di un cumulo impressionante di rovine, di problemi irrisolti e di alcune serissime jatture che vanno dal dissesto della Fondazione Roi, già cassaforte delle istituzioni culturali vicentine, gestita e svuotata (in parte) da Zonin, alla perdita netta d’importanza della Fiera di Vicenza annessa, per fusione societaria in minoranza, a quella di Rimini, dalla liquidazione della – un dì potentissima – Camera di commercio sino al tracollo della squadra di calcio biancorossa, in A dal 1954 per vent’anni e poi protagonista a lungo nelle serie maggiori, ma precipitata nel maggio del 2017 dalla B in Lega Pro, meglio nota un tempo col nome chiamato a designare per antonomasia una categoria inferiore a cui, di riflesso e forse di conseguenza, molti cittadini di Vicenza temono oggi di appartenere davvero come italiani minori e, appunto, di serie C.