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Vicenza e la Ederle non erano nel BIA

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VICENZA E LA EDERLE NON ERANO NEL BIA

PINO DATO

NEL NUMERO 1/2013 DI QUADERNI VICENTINI mi occupavo del Dal Molin e a pagina 29, ricordando la firma del BIA, Bilateral Infrastructure Agreement, del 20 ottobre 1954, definito accordo quadro sulle basi americane in Italia e madre di tutte le successive nequizie, scrivevo: “L’altra faccia buffa della questione (la prima era che l’accordo sulle truppe in Italia doveva essere comunque legato alle decisioni Nato, e ciò non è stato) è che Vicenza, nel BIA, non c’è proprio.” La mia tesi (essendo il BIA almeno parzialmente ancor oggi secretato) si basava su una circostanziata indagine di ‘Limes’ e di Alfonso Desiderio (Limes n. 3/2007, Limes n. 4/2007 e prima ancora Lines n. 4/ 1999) che a pagina 64 del suo saggio nel n. 3/2007 rivelava che, se il BIA era secretato, non lo erano (e ciò era, per motivi di applicazione pratica successiva, comprensibile) gli allegati tecnici che enumeravano le infrastrutture previste. Le seguenti:
1. Udine, Montichiari, Aviano, Ciampino, S. Vito dei Normanni, Amendola (basi aeree);
2. Livorno, Maserada (telecomunicazioni e supporto);
3. Napoli e Capodichino (aerea, supporto e telecomunicazioni);
4. Pozzuoli, Venezia, Cagliari, La Maddalena (deposito carburanti e porto);
5. Decimomannu (aerea e supporto);
6. Augusta (porto a sostegno flotta);
7. Sigonella (aeromarittima);
8. Verona (supporto).
Le località previste dal trattato Italia-Usa del 1954 erano dunque 18. Vicenza non c’era. In quello stesso numero di QV spiego perché era logico che Vicenza non ci fosse. Infatti, alla firma del BIA, “Vienna era ancora presidiata da russi, americani, inglesi e francesi” e non era ancora certo che l’Austria sarebbe diventata neutrale e le truppe americane ivi presenti avrebbero dovuto trovare in Europa (e l’Italia, con quel trattato appena firmato, sarebbe stata la sede più logica) adeguata allocazione.
Il trattato internazionale che sancisce la neutralità dell’Austria è del 1955 ed è allora che si pone il problema di spostare le truppe americane in Italia. Dove?
Le basi logistiche delle truppe di terra americane in Italia erano concentrate, con la Setaf, a Livorno e proprio quell’anno essi decisero il loro trasferimento a Verona. Ma a Verona una caserma come la Ederle non c’era. Perciò i soldati americani vengono a Vicenza.
Da sottolineare come negli allegati ai protocolli aggiuntivi successivi, di applicazione del BIA, che stabilivano altra logistica e altri trasferimenti di truppe americane in Italia, Vicenza, ancora, non c’è. Ci sono Sigonella, Comiso, Sant’Anna di Crotone, Lampedusa, Simeri Crichi, Boscomantico, Catanzaro, Taranto, Isola dei Porri, Punta delle Formiche, Pachino, Le Grotticelle, Punta Castellazzo, Grosseto, Palermo, ma non Vicenza.
Così scrivevo: “In pratica stiamo verificando un fatto che è di per sé assiomatico per l’intera vicenda (…): non esiste nessun documento ufficiale, forse neanche segreto, che stabilisca che le truppe americane arrivate dall’Austria e sistemate nella caserma Ederle in quel lontano ottobre 1955 sia l’effetto di un accordo, di un postulato, di un eleborato d’intenti ufficioso o ufficiale fra lo Stato italiano e quello americano”.
Fulvio Rebesani, nel servizio che appare qui accanto, sostiene con validissimi argomenti l’illegittimità di tutta la ormai semi secolare vicenda Dal Molin-Del Din. L’illegittimità costituzionale è, secondo la sua analisi, accentuata dalla tesi fatta prevalere dal ministro dell’epoca Parisi, secondo la quale Dal Molin non era che un ampliamento di Ederle. Essendo Ederle compresa nel trattato secretato BIA, nulla quaestio sul considerare Dal Molin come allargamento.
In realtà Parisi non disse che Ederle era nel BIA. Enumerò solo, in risposta a un’interrogazione parlamentare, quali erano le otto basi presenti a Vicenza all’epoca. Ovviamente c’era la Ederle. Le cui vicende, però, sono un po’ più complicate – come ho cercato di spiegare – di quel che appare.
Se Ederle, giuridicamente, non esiste e non è mai esistita, l’illegittimità del Dal Molin-Del Din è ancora più chiara e, per i vicentini che l’hanno subita, cocente.
Per questo non ho chiesto a Rebesani di correggere il suo servizio. Sul piano giuridico la sua esattezza è intatta.
Ma questa precisazione era dovuta, altrimenti il lettore attento avrebbe potuto addebitare a ‘Quaderni Vicentini’ un’ambiguità di cui non saremmo andati fieri. La conoscenza delle cose resta il nostro motto. E il mio personale, come direttore responsabile, è che i preziosi contributi dei collaboratori si discutono ma non si tagliano né depennano mai.