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Vicenza campione nel Veneto di consumo del suolo

Chiara Mazzoleni - quadernivicentini.it - QV

IL COMUNE DI VICENZA? CAMPIONE NEL VENETO DI CONSUMO DEL SUOLO:
LO DICONO I RICERCATORI

I ricercatori dell’Università IUAV di Venezia, coordinati da Chiara Mazzoleni, hanno emesso una sentenza che non ammette appello. I famosi Piani Casa – ideati dal governo Berlusconi per derogare dalle regole urbanistiche, così come i PAT e i P.I., approvati da molti comuni del Veneto in co-pianificazione regionale, in primo piano il caso Vicenza – condividono il medesimo impianto ideologico. Mancanza di progettualità e scarso rispetto per i beni collettivi. Consumo dissennato dei suoli e delle risorse infungibili. Acquiescenza agli interessi privati di costruttori e palazzinari. E sul piano
commerciale, anziché riqualificare l’offerta esistente, Vicenza incoraggia l’apertura di nuovi spazi in aree già problematiche e congestionate dal traffico

CIRO ASPROSO

UNO STUDIO RECENTE, SVOLTO da un gruppo di ricercatori e docenti dell’Università IUAV di Venezia e coordinato dalla professoressa Chiara Mazzoleni, mette in evidenza una singolare uniformità d’intenti tra PAT (Piano di Assetto del territorio) e P.I. (Piano degli Interventi), approvati in molti comuni del Veneto, e i vari Piani Casa deliberati dalla nostra Regione. L’elemento di sintesi, diversamente da quello che ci si potrebbe aspettare, non è affatto la tutela degli interessi collettivi, bensì: “il primato degli interessi proprietari e, più in generale, del mercato”.
Al punto che “larga parte dei dispositivi di pianificazione adottati a livello locale supera, in espedienti, degrado delle regole e comportamento opportunistico delle Istituzioni, il contenuto dei Piani Casa”.
Nelle intenzioni del Legislatore gli obiettivi del Piano Casa dovevano servire a promuovere “quel libero dispiegarsi dell’iniziativa privata che i piani urbanistici ostacolano”. Promulgato dal governo Berlusconi nel 2009 e attuato in modo discrezionale da varie Regioni, nel Veneto è già giunto alla terza edizione. Pensato come un provvedimento straordinario a sostegno del settore edilizio, esso agisce in deroga ai regolamenti e ai piani vigenti, introduce misure premiali – dall’aumento di cubatura, all’esonero degli oneri di urbanizzazione – arrivando addirittura ad esautorare il ruolo dei governi locali nella gestione del territorio (L.R. 32/2014 – Terzo piano casa del Veneto). Su quest’ultimo punto, va registrata la reazione di alcuni Comuni che hanno deciso di impugnare il provvedimento regionale, ma agli effetti concreti cambia davvero poco.

L’uso strumentale dei piani a fini elettoralistici

Innanzitutto perché la quasi totalità dei piani urbanistici sono stati elaborati in regime di co-pianificazione con gli uffici urbanistici della Regione; in secondo luogo perché i Comuni del Veneto hanno praticato per decenni la “densificazione del tessuto edilizio esistente”, con l’aumento indiscriminato degli indici edificatori, la permuta di volumi tra lotti attigui, l’erosione delle aree rurali. Tra gli esempi citati nel lavoro della professoressa Mazzoleni, il più emblematico tra i capoluoghi di provincia risulta essere proprio Vicenza. Cito testualmente: “Esaminando entrambi gli strumenti (PAT e PI, ndr) e soprattutto le modifiche introdotte nel piano degli interventi dall’amministrazione comunale, si può a ragione sostenere che c’è una sostanziale continuità tra l’amministrazione di centro-destra precedente e quella attuale, nell’uso strumentale dei piani come dispositivi che meglio permettono di mobilitare l’interesse proprietario a fini elettoralistici. È evidente che si sia attuata una metamorfosi profonda dell’interesse generale, del tutto sostituito con l’interesse particolare o proprietario”.

Come il PAT di Vicenza ha aggirato il limite al consumo di suolo

A detta dei ricercatori dello IUAV si possono rintracciare diversi espedienti utilizzati nel PAT di Vicenza per aggirare il limite al consumo di suolo.
Ad esempio, si è introdotta la classificazione “aree di urbanizzazione consolidata” (non soggette a Piani di Lottizzazione) per rendere trasformabili vaste porzioni di territorio agricolo che si trovavano a ridosso delle zone residenziali già previste dal PRG e non ancora attuate. Inoltre, 470 nuove costruzioni sono state autorizzate col Bando degli Interessi Diffusi: si tratta di 270 mila metri di volumetria aggiuntiva, disseminata “nelle aree agricole di frangia e del tessuto disperso, nonché in aree previste a standard e in zone di fragilità idraulica”. L’amara conclusione della prof. Mazzoleni è che “nessun Piano Casa riuscirebbe a scardinare il vecchio modo di fare urbanistica (quello che rispetta le regole, ndr) più di quanto non abbia già fatto la nuova stagione urbanistica del Veneto con l’approvazione dei più recenti strumenti urbanistici”.

I titoli assurdi e svianti – Il comune di Vicenza è sempre ostaggio dei palazzinari

Personalmente, nonostante lo sconforto e l’amarezza che mi pervadono ogni qualvolta apprendo queste cose, non sono affatto stupito dall’esito di tale studio. Tuttavia, mi è parso interessante portarlo all’attenzione dei lettori di QV, poiché i titoli adottati dalla stampa locale nelle scorse settimane lanciavano messaggi di segno completamente opposto e non pochi
potrebbero essere stati ingannati nel leggere sul ‘Corriere del Veneto’: “Edilizia, il Comune ferma le costruzioni” oppure su ‘Il Giornale di Vicenza’: “Il Comune ora dice stop al consumo del suolo. Si dovrà riqualificare”.
Un battage pubblicitario molto ben orchestrato che serviva ad anticipare la nuova “variante commerciale” al Piano degli Interventi, approvata alla fine di luglio, e quella generale prevista per la fine dell’anno.
Mi soffermo in particolare su una frase contenuta nel Documento del Sindaco che accompagnava la variante stessa: “È possibile affermare che la fase espansiva, almeno dal punto di vista urbanistico edilizio che ha caratterizzato il secondo dopoguerra, può ritenersi sostanzialmente conclusa”. Pare superfluo aggiungere che la crisi economica ha certamente prodotto una caduta verticale del settore immobiliare e che l’insieme dell’offerta è di gran lunga superiore a qualsiasi ragionevole domanda, ma questa non è affatto una novità degli ultimi anni. L’incremento demografico immaginato con il Piano Regolatore del 1983 non si è mai verificato e la Vicenza dei 130.000 abitanti è un’illusione che non si potrà mai avverare. Ciò nonostante, il PAT approvato dall’amministrazione Variati appena 5 anni fa non ha mai contraddetto le previsioni edificatorie contenute nel vecchio PRG degli anni ’80, al contrario, le ha incrementate in maniera significativa. Da dove giunge, quindi, questa improvvisa conversione di stampo ecologista? Spiace dirlo, ma ancora una volta non vi è alcuna consapevolezza ambientale a dettare le scelte del Comune, più semplicemente sono i costruttori e i proprietari dei terreni edificabili a far valere le loro ragioni.

Nessuna adesione ai principi di sostenibilità ambientale

In tempi di vacche magre, è una vera disdetta dover versare l’IMU per dei terreni considerati edificabili nel Piano degli Interventi, ma che non hanno nessuna concreta possibilità di essere lottizzati nei prossimi 5 anni. Tanto vale declassarli e attendere tempi migliori, pagando imposte inferiori per il solo possesso dei terreni agricoli.
Il ragionamento non fa una grinza, peccato che a rimetterci sia sempre il Comune, il quale dovrà accontentarsi di minori entrate, ma non potrà negare in futuro i diritti edificatori in quelle stesse aree, in quanto legittimamente previsti dal PAT. Insomma, nessuna adesione ai principi della sostenibilità ambientale, la variante al PI si configura come una retromarcia solo temporanea e le generazioni future continueranno a fare i conti con il debito di metri cubi che gli abbiamo lasciato in eredità, come nel ben noto caso del PIRUEA Pomari. Di significato nettamente diverso, sarebbe stata l’approvazione di una Variante al Piano di Assetto Territoriale, che proprio in virtù delle mutate esigenze ambientali, demografiche ed anche economiche, avrebbe giustificato un taglio radicale e definitivo a buona parte delle previsioni edificatorie accumulate negli ultimi 35 anni.

Medie e grandi strutture apriranno in Centro storico e nelle aree degradate senza alcuna strategia generale

In realtà il vero piatto forte della variante al Piano degli Interventi è l’adeguamento dello strumento urbanistico ai contenuti della Legge Regionale sul Commercio (n. 50/2012) e al relativo Regolamento (n. 1/2013) per lo sviluppo del sistema commerciale, che privilegia l’apertura di medie e grandi strutture di vendita in centro storico e nelle aree degradate.
Purtroppo, anche in questo caso, il Comune dimostra di arrivare impreparato e privo di idee limitandosi a stabilire una griglia di priorità tra le 16 domande pervenute in questi mesi. Nessuna strategia complessiva di riqualificazione urbana, né l’individuazione di criteri di efficienza e qualità che rendano più attrattiva la rete commerciale già in essere.
In centro storico, sarebbe importante favorire la continuità degli esercizi commerciali (contrastando la trasformazione dei negozi in autorimesse), incentivare il riutilizzo dei contenitori lasciati vuoti, liberare le superfici pubbliche dalla sosta dei residenti, creando parcheggi pertinenziali privati. Nelle periferie andrebbe valorizzata la centralità delle funzioni attrattive e dei luoghi identitari (aree di mercato, chiesa, scuola), ponendo mano alla loro riqualificazione.
Lungo gli assi di penetrazione dovremmo privilegiare interventi di rigenerazione edilizia, arredo urbano e riorganizzazione della mobilità.
Si tratta di un lavoro complesso, oneroso e di non facile attuazione, ma fintanto che lasceremo al mercato il compito di auto-regolamentarsi, eludendo le responsabilità in capo alla pubblica amministrazione, i risultati non potranno che essere scarsi e deludenti.

Il caso del supermercato A&O in area Laghetto

Un esempio di grande attualità riguarda la zona di Laghetto, dove è in atto la ricostruzione con ampliamento del supermercato A&O. Da mesi i residenti e i commercianti chiedono al Comune di sfruttare questa occasione per procedere al restauro dei portici del vecchio centro commerciale (basterebbe sostituire delle lampade al neon e passare una mano di
colore), ma ogni ragionevole richiesta si scontra contro il muro di gomma degli Uffici e l’ottusità dei politici di turno. In compenso, il Comune ha autorizzato la creazione di un nuovo polo commerciale 300 metri più a nord (nell’area dell’ex ospedale psichiatrico), lungo Strada della Marosticana. Peraltro, in netto contrasto con le previsioni del PAT, che vi colloca il “Polo della Prevenzione”, per accogliere funzioni, strutture e attrezzature per la gestione della sicurezza pubblica.

La partecipazione finta (e costosa per le casse comunali)

Come ultimo argomento voglio soffermarmi sulle dolenti note dei processi partecipativi. È del tutto evidente che la carenza di partecipazione dei cittadini alle scelte di trasformazione urbana, è la diretta conseguenza della mancanza di pianificazione strategica e di un progetto organico per lo sviluppo della città. Se il Comune arriva al punto di contraddire se stesso nel giro di pochi anni, al solo intento di rincorrere le richieste dei privati, ben difficilmente potrà assumersi l’impegno di mediare tra le esigenze collettive e gli interessi dei proprietari.
Ciò nonostante, è difficile rinunciare alla retorica della partecipazione, tanto più per un’Amministrazione che si proclama di centro-sinistra. Ed ecco che ci tocca assistere a dei simulacri di riunioni informative, estremamente ristrette e selezionate, che non rappresentano in alcun modo il sentire diffuso dei cittadini, ma consentono agli amministratori di de-rubricare la “pratica” come eseguita.
Peccato che oltre al danno ci stia pure la beffa: l’incarico professionale affidato alla “Sistema snc” di Dorsoduro – Venezia, per la progettazione, organizzazione, gestione e restituzione di un processo partecipativo relativo alla seconda Variante al PAT e alla seconda variante al PI, è costato alle casse comunali Euro 9.760.
Possibile che all’interno del Comune non vi fossero le competenze professionali per un simile incarico? Difficile da credere. Tanto più che scorrendo il resoconto degli incontri, risulta che le persone coinvolte non hanno superato le 40 unità. Quanto ai risultati, meglio stendere un velo pietoso.