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Tutankhamon il figlio illegittimo

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TUTANKHAMON IL FIGLIO ILLEGITTIMO
TRE FOGLIE DI FICO PER LEGITTIMARLO

Il contratto della mostra che si aprirà la vigilia di Natale in Basilica Palladiana è un fantasma, nessuno lo ha scritto, nessuno lo ha letto. La soluzione è geniale: un capolavoro della triade Goldin-Variati-Bulgarini. Le sole cose che si sanno sono le più assurde: utilizzati i contributi (1,4 milioni di euro) di due anni (2014 e 2015) della Fondazione Cariverona per la cultura a Vicenza (tutta concentrata su Goldin e pertanto per la vera cultura non resterà più nulla); l’intervento della Fondazione Teatro Comunale è una foglia di fico, anzi tre. Linea d’Ombra per la prima volta si assume
un po’ di rischio. Ma poco. Vediamo perché

QUADERNI VICENTINI

COME SI CONVIENE, PARTIAMO dalla genesi. La mostra su Tutankhamon e Van Gogh, perfino Caravaggio, i notturni, gli Egizi, la notte, e tutto quello che può venire in mente ad un genio come Marco Goldin in una notte di mezza estate (ma sì!), nasce a Verona: e per Verona, non per Vicenza. Nasce all’ombra dell’Arena, forse perché folgorato (il genio) dalle strutture sempre presenti dell’Aida di Verdi all’esterno del grande anfiteatro romano della città di Romeo e Giulietta.
Nasce a Verona, come coda di quella mostra sui tesori del Louvre che il sindaco Tosi avrebbe dovuto fare con Goldin ma che poi, dati i costi esorbitanti e il Louvre che si tira indietro, Tosi non fece più. Per misteriosissime ragioni e patti più misteriosi dei notturni di Tutankhamon, Tosi e Goldin si fanno la guerra e cominciano azioni legali parallele.
Poi, per tacitare tutto, si coinvolge il comune di Vicenza, Variati e Bulgarini, sotto l’ala protettiva della Fondazione Cariverona. Non so come faccia un sindaco (Tosi) a temere il gestore di una compagnia societaria di giro unipersonale che gli chiede un milione e 700 mila euro di danni per presunte mostre inevase, ma non importa. Il figlio di quel disaccordo furono le due doppie mostre, con titoli diversi a Vicenza e Verona per deliziare il marketing, Da Raffaello a Rembrandt, per una storia del ritratto in Europa e Da Tiziano a Monet, per la storia del paesaggio in Europa. Poi Picasso prese il posto di Rembrandt (tirava meglio…) e Tiziano, che non aveva le carte in regola, scomparve dal titolo per lasciare Monet solo soletto a meditare sulle mostre del mondo. I titoli si cambiano come le figurine degli album. Non è questo il problema per un genio come Goldin.

Una scrittura privata anomala, firmata da quattro soggetti per due enti diversi

La madre di tutte le mostre che poi seguirono (con i titoli cambiati un po’) fu una scrittura privata unica firmata da quattro soggetti, che definii, credo correttamente, i quattro dell’Ave Maria: Tosi, Variati, Biasi per Cariverona e naturalmente Goldin per Linea d’Ombra. La madre di tutte le mostre (quelle di Vicenza e quelle di Verona) fu il risultato di un’azione bellica che aveva portato gli strani contendenti ad una composizione diplomatica in cui anche il comune di Vicenza ebbe il suo onere (e il suo beneficio).
È già anomalo che per fare quattro mostre in due comuni diversi si confezioni, con gli stessi interlocutori, i due sindaci, Goldin e la banca, un’unica scrittura privata. È anomalo ma significativo. Infatti anche esteticamente si dava, con questa anomalia, la benedizione solidale all’evento riparatore.
Ma dalla soluzione trovata restava fuori Tutankhamon e le sue notti.
Come metterceli dentro? Con un nuovo contratto? Impensabile.
Già quello protocollato il 29 giugno 2011 dal segretario comunale di Vicenza aveva sollevato dubbi e denunce. I pentastellati hanno portato una circostanziata denuncia alla Corte dei Conti. Molti consiglieri comunali si sono chiesti chi pagava chi e chi incassava cosa. Alla fine delle mostre un bilancio non c’è mai stato perché le spese del comune di Vicenza si sono misteriosamente mescolate con le spese generali.
L’unica cosa certa è il contratto firmato da Tosi, Variati, Biasi, Goldin.
Come ‘Quaderni Vicentini’ ha spiegato nel numero 2/2014 il contratto (da noi pubblicato integralmente) parla chiaro: tutti gli oneri sono del comune di Vicenza, tutti gli incassi (al 100 per cento) sono di Goldin.
Solo le strutture espositive (i cassoni, brutti anche) sono costati da 700 mila a un milione di euro. Il personale era a carico del Comune. La protezione anche. L’informatica dedicata pure. Goldin è un genio assoluto.

Tutankhamon nasce nel seminterrato del bar Giulietta e “non deve morire”

Ma torniamo a Tutankhamen, che è l’attualità e che è evidentemente figlio illegittimo di quella madre di tutte le mostre. Spieghiamo perché.
Come ho detto, l’idea meravigliosa del notturno che attraversa l’universo mondo è venuta a Goldin molti anni fa. Nel 2007 o 2008, più o meno.
Quando ancora la soluzione per la diatriba con il sindaco Tosi non era stata trovata – siamo, ad essere esatti, intorno al 15 febbraio 2010 – Lillo Aldeghieri di CorriereVeneto.it scrive: “Che fare? Goldin dice di aver parlato e incontrato ancora Tosi («il 27 maggio nel seminterrato del bar Giulietta») per parlare di altre ipotesi, tra cui una mostra su Tutankhamen col museo di Boston, tutte sfumate nel nulla.”
Osservate la data. Sono passati quattro anni. Nulla è sfumato. Le mostre, con l’intervento provvidenziale di Variati e Fondazione Cariverona, si sono fatte. Quattro, invece di due. Vicenza soccorso rosso per Goldin.
Le quattro mostre avrebbero abbondantemente retribuito la mancata mostra del Louvre e, naturalmente, l’eventuale sogno Tutankhamon. I 4 milioni di euro della Cariverona più gli incassi dei biglietti hanno corroborato ottimi bilanci per Linea d’Ombra. Ma il faraone? Che facciamo del faraone? Lo lasciamo in panchina? È destinato a restare nella mente di Minerva (pardon, di Goldin)?
E il museo di Boston, che è quello che dà il grosso delle opere (è il museo amico, saccheggiato anche per le mostre precedenti) deve accettare il benservito? Per una mostra così bella?
Bisogna assolutamente trovare una soluzione. Tutankhamen non deve morire. Da Palazzo Trissino si alza un grido fervido e drammatico insieme: “Tutankhamen non morirà”.

La soluzione geniale: coinvolgere la Fondazione Teatro Non era facile.

Se non c’è un contratto – e un contratto non c’è o se c’è non si trova o se c’è è meglio non leggerlo (fate voi) – bisogna trovare una soluzione geniale. Genio chiama genio. Goldin chiama (probabilmente) Bulgarini d’Elci. Il vice sindaco della città del Palladio. Se non è stato il Bulgarini è stato il Variati, ma è meno credibile. Bulgarini ha una mente fresca, nuova, giovane. Spregiudicata. Variati in fondo ha ancora la saggezza del vecchio democristiano che va con i piedi di piombo. Accetta, non inventa. Accetta le invenzioni altrui (di buon grado se non troppo rischiose).
Prima di raccontare l’idea devo ricordare al lettore il clima in cui tutto questo piano fervoroso è maturato: siamo a inizio inverno 2013 quando la mostra veronese su Monet sta già dando i suoi frutti, e le prenotazioni per il Monet vicentino fioccano. ‘Il Giornale di Vicenza’ la vigilia di Natale annuncia a piena pagina: “Arriva la terza mostra. Un viaggio notturno illuminerà la Basilica”. Paolo Mutterle spiega: “Un colpo di teatro. Non come lo intendono i francesi, perché l’annuncio dato ieri da Achille Variati e Marco Goldin conferma in realtà quanto detto e scritto nei mesi scorsi. Ovvero: la terza mostra in Basilica ci sarà, sarà tutta e solo vicentina (corretto, le altre erano nate a Verona, ndr), e a gestirla sarà la Fondazione del Teatro Comunale (con il fondamentale contributo economico di un’altra fondazione, Cariverona)”. Tutto vero, tutto corretto. La mostra del Faraone e della notte è spiegata in dettaglio in sala degli Stucchi e poi il rapito giornalista precisa: “La principale differenza rispetto alle prime due è che per la terza mostra il Comune lascerà onori (e oneri) al Teatro. Un primo passo, ha ammesso il sindaco, verso un’unica fondazione cittadina che si occupi di arte e cultura in tutte le sue accezioni.” Spiegò poi Variati agli attenti giornalisti locali: “L’evento costa più di 4 milioni di euro, che saranno coperti con un intervento di 700 mila euro all’anno di Cariverona per il 2014 e per il 2015”.
Stop. Un milione e 400 mila euro tirati fuori da Cariverona. E gli altri 2 milioni e seicentomila euro chi li paga? Fermiamoci qui, per capire cosa sono 1 milione e 400 mila euro da un lato (Cariverona) e 2 milioni e seicentomila dall’altro (ignoti).

La mutazione genetica della Fondazione: in quattro e quattr’otto, come al mercato

La genesi, questa genesi, è fondamentale per capire come nasce una mostra figlio illegittimo di un legale (per quanto discutibile) contratto.
Un tanto al chilo, come al mercato. E i soggetti? Geniali.
Cominciamo dalla mutazione genetica. In quattro e quattr’otto si spiega, attraverso il giornale della città, ai vicentini, che di solito hanno altro cui pensare, che la politica culturale per le mostre di alto livello non la fa più il Comune, ma la Fondazione Teatro Comunale. La quale fondazione ha già i suoi problemi: difficoltà gestionali, di fondi, e quant’altro per gestire le stagioni teatrale e musicale pubbliche di Vicenza. Assegnare alla Fondazione Teatro Comunale, con un tratto di penna, per trovare capienza adeguata ad una mostra che Verona non voleva (e non vorrà), dai contenuti discutibili e con costi elevatissimi, una politica culturale come fosse un chiavistello è davvero impensabile. Eppure si è fatto.
La soluzione è una foglia di fico. Per coprire le vergogne di un contratto che non c’è.
Spiegò Variati che “il comparto che la Fondazione bancaria destina annualmente alla città per l’arte e la cultura non entrerà nelle casse comunali ma in quelle del teatro e sarà destinato solo alla mostra.”
Nessuno ha riflettuto sulla gravità di questa affermazione. Le foglie di fico sono due. Prima di quella pratica c’è quella ideologica. Quella ideologica è in realtà un falso ideologico: perché si chiama a protagonista della gestazione di una mostra una Fondazione che per quella mostra nulla sa e nulla ha fatto. Dunque, un falso.
Poi c’è la foglia di fico pratica. Si fa entrare nel bilancio della Fondazione il contributo della Cariverona per l’arte e la cultura a Vicenza, che è di 700 mila euro l’anno. Siccome la mostra apre alla vigilia di Natale 2014, se ne va il contributo 2014, poi continua nel 2015 e se ne va anche quello.
A Goldin e alla sua Linea d’Ombra. La gravità di una simile foglia di fico (che fa vedere tutto) è evidente. La Fondazione Teatro non c’entra nulla: è un vuoto a perdere. È un corriere valutario. La si usa. Non solo. A causa della scelta di Goldin, del faraone e delle sue notti, si butta via indi un colpo solo tutto il contributo che la Fondazione aveva destinato a Vicenza, per l’arte e la cultura, per due anni. Questa, più che una foglia, è una vergogna.

Il cinquantino: la terza foglia di fico

C’è una terza foglia di fico. Questa è proprio ideata da chi immagina che i vicentini siano decerebrati o, come minimo, poveri di spirito. Alla Fondazione Teatro Comunale, per non fargli fare solo il banchiere di ventura, si dà un altro compito, appunto la terza foglia di fico. In cambio di una “personalizzazione” della Mostra (uso le parole di Variati & C) – che poi vuol dire avere il nome Fondazione Teatro impresso sugli inviti e sui depliants – del costo di 50 mila euro la Fondazione Teatro riceverà 0,50 euro per ogni biglietto staccato oltre i primi 50 mila. Esempio: se Goldin (è lui alla cassa) staccherà 200 mila biglietti, moltiplichiamo 150 mila per mezzo euro, avremo 75 mila euro, il ricavo della Fondazione. Al lordo di altri costi eventuali l’utile della Fondazione sarà di 25 mila euro.
Una mancia per le tre foglie di fico.

Ma la prossima mostra non la organizzerà Albanese

Come ho detto, il gran trambusto, la genesi, è nato nel dicembre 2013, perché era lì che la soluzione per la realizzazione della mostra al di fuori del vecchio contratto e, probabilmente, senza nessun nuovo contratto, poteva trovare compimento. Usare la Fondazione Teatro Comunale presieduta da Flavio Albanese (salvo dimissioni, fino al 2016) come prestanome del rapporto “impresentabile” fra Comune di Vicenza e Linea d’Ombra è stato un vero colpo di genio.
In una città come Vicenza, che dal lato politico è praticamente senza opposizione, dar un minimo di contenuto a questa soluzione tappa buchi è stato un gioco da ragazzi. Lo statuto della Fondazione Teatro non è cambiato. Nessuno, che si sappia – neanche tra i politici – ha chiesto spiegazioni. Si è inalberato solo il presidente, Flavio Albanese, che non accettava, in linea di fatto e di principio, di far addebitare al proprio ente un così deprimente ruolo. Ma alla fine anche il presidente si uniformò.
Nel corso del 2014 il Comune ha aumentato, come socio della Fondazione Teatro, il proprio contributo, da duecento mila a cinquecentomila euro. Ordinaria amministrazione. Bulgarini andò dai giornalisti del quotidiano a sottolineare il fatto come coerente al nuovo ruolo svolto dalla Fondazione nella gestione della cultura a Vicenza. Va a finire che di teatro la Fondazione non si occuperà più e seguirà i ditirambi di Goldin.
Non sarà così. Fatta questa mostra, tutto tornerà come prima. Perché non ci saranno più così congrui finanziamenti di Cariverona (altro mistero cosmico, qualcuno li ha collegati al deplorevole caso del San Rocco acquistato per fare appartamenti di lusso, ma come credergli?, sarebbe gravissimo), il Comune di Variati e Bulgarini non potranno inventarsi
altre soluzioni tampone e Goldin non sarà così folle da assumersi interamente il rischio d’impresa (non lo ha mai fatto).

Il rischio di Linea d’Ombra

Restano da definire i costi della gestione di cotanta mostra e quei due milioni e seicentomila euro che non sono coperti, a differenza delle altre due mostre, da altri lauti sponsor.
In realtà stavolta Goldin assume un rischio d’impresa. Quando approverà il bilancio vedremo che rischio si sarà assunto. Ma in teoria se lo assume. Infatti quel 23 dicembre 2013, alla presentazione dell’evento, dichiarò al Giornale: “Il rischio d’impresa è alto.” Per i suoi normali standard non c’è dubbio che aveva ragione. E lui lo sapeva bene, per questo lo ha detto. Probabilmente il cosiddetto break even point [Break even point: livello di ricavi che copre i costi correnti (tutto quel che vien dopo è utile).] sarà attorno ai 150 mila biglietti. Ma la mostra ne produrrà di più. Prenderà anche la carità dei 50 mila euro dalla Fondazione, oltre al milione e quattrocentomila della banca, e poi c’è un nuovo sponsor, il caffè Segafredo. La fattura la farà Goldin, non certo Bulgarini per il Comune. E le spese, i cassoni? Ci sono opinioni discordanti. Qualcuno ha scritto che le spese di allestimento della mostra se le sarebbe assunte la Fondazione Teatro. In cambio di quei famosi 50 centesimi dopo 50 mila biglietti? Spendendo anche di suo 50 mila euro per il nome (foglia di fico numero 2)? Impensabile, perché i costi, fra allestimenti e spese vive, sono molti di più. Quelli li sosterrà il Comune. E non sapremo mai quanti saranno.
A rigor di logica: se non si sono conosciuti i costi esatti per due mostre effettuate con regolare (per quanto discutibile) contratto, come possiamo pretendere di saperlo per una il cui contratto è un fantasma?