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Tangentopoli veneta

Putin Mario - quadernivicentini.it - QV

TANGENTOPOLI VENETA LA CREMA È VICENTINA: MARIO PUTIN, LO ZAR
DE NOANTRI

La Serenissima Ristorazione di Mario Putin, azienda modello della ristorazione privata, dotata di un parco clienti, italiani ed europei, invidiabile e consolidato, è chiamata a rispondere per due inchieste della Corte dei Conti e della magistratura sul mega-appalto con l’Ulss 16 di Padova, a suo tempo voluto e firmato dall’ex direttore Cestrone. La vicenda, per lo zar delle mense, non è una novità. Tutte le precedenti contestazioni sono state solo occasione per rafforzarne l’impero. Ma questa inchiesta ha un punto forte (debole per Putin): la costruzione di un centro di cottura modello in quel di Boara Pisani. Ne ricostruiamo la storia, che per certi versi è anomala e incredibile

QUADERNI VICENTINI

LE MASSIME SUL PECCATO sono centinaia, migliaia, legioni. Perché mi vengono in mente le massime sul peccato, ricevendo informazioni così prorompenti dalle vicende della Tangentopoli vicentina, che è partita dalla Lia Sartori, ancora agli arresti domiciliari, per arrivare a Giancarlo Galan, ancora agli arresti, passando attraverso Meneguzzo, potente dominus della finanza, e ancora ritenuto pericoloso dal giudice e pertanto agli arresti, e infine (è storia relativamente recente) all’immacolato Mario Putìn (che almeno per l’accento è una persona coerente alle sue origini) che sfiora appena lo scandalo degli appalti della ristorazione scoppiato a Padova e che rischia, con i suoi lunghi tentacoli, di arrivare anche al San Bortolo di Vicenza?
Mi viene in mente il peccato perché questa è tutta gente battezzata, che va a messa la domenica (anche la Lia? Ma sì!), che onora il padre e la madre, che omaggia i vescovi e i santi, e che al lunedì si scatena. E pecca. Pecca contro la morale pubblica e si preoccupa solo del proprio benessere privato. Si scatena, dicevo.
Ma danno da mangiare (la Serenissima nel doppio senso). Assumono personale. Danno lavoro.
Peccati pubblici sono la stessa cosa che peccati privati? È questo il tema.
È questo probabilmente il motivo per cui, all’inizio degli scandali tutti vogliono far luce (in realtà pensano a se stessi, alla propria anima pubblica) e poi, via via che il tempo passa, dimenticano. I giornali sparano altri titoli. In fondo Giancarlo è un brav’uomo. In fondo la Lia che male ha fatto? Quello che fanno tutti? Ma dài! E Putìn: ha un castello a Costabissara, è vero. Dà da mangiare a mezzo mondo (anche al Papa).
Lo si vuole accusare di cosa? Di fare una grande azienda? Di dare da mangiare alla gente? Via, non esageriamo.

Ha ragione il Boccaccio: “Peccato celato è mezzo perdonato”

Questo è il progresso che ci attanaglia (progresso in senso letterale, non marxista: processo, passaggio graduale di una realtà). Processo, passaggio, che ha un legame particolarmente forte con un altro concetto, quello che citavo prima: il peccato. Tutti sanno che il peccato non si estirpa.
Continua il suo corso. La confessione cattolica lo ferma, questo corso, gli dà una sosta. E poi lui, bello bello, lo riprende. Non c’è uno stop. C’è, appunto, un processo. Ma la realtà è sempre quella (indubbiamente, non è un processo di tipo marxista).
Il Boccaccio, sul Decameron, non ricordo in quale giornata, fa dire ad un suo personaggio una frase degna di essere ricordata soprattutto quando ci si para davanti uno scandalo pubblico. Dice il Boccaccio: “Peccato celato è mezzo perdonato”. Verissimo. Pensate alle mogli o ai mariti fedifreghi. Dicono che siano oltre il 50 per cento. Se non salta fuori, il tradimento, è per metà come fosse perdonato. Per metà solo. L’altra metà, birichina, è sempre all’erta. Non ti molla. È come un paguro che sta sempre sulla groppa dell’attinia. Ma se è così per un peccato privato, vi immaginate con quale arguzia il grande scrittore toscano del ‘300 si sarebbe espresso per quelli pubblici?
Mettiamo che Galan, la Sartori, il Meneguzzo, il Putìn, abbiano commesso nella loro vita alcuni discreti, se non rilevanti, peccati pubblici. Per quanto tempo, se li hanno commessi, sono stati celati? Per una vita. Due vite. E poi hanno un altro vantaggio, i peccati pubblici, rispetto a quelli privati. Siccome non devono rendere conto alla propria coscienza ma alla coscienza collettiva, possono nascondersi due volte. La prima, mentre si fanno (è nella loro natura). La seconda, una volta scoperti, appena si dimenticano. Non subito. Ma il tempo corre e dimenticare è più facile che ricordare.

L’utile è di Putin, lo scandalo è di Cestrone

Il peccato pubblico venuto alla luce recentemente riguarda un’altra azienda vicentina, la Serenissima ristorazione. Dopo Maltauro, la Serenissima. Dopo Maltauro, la Sartori, la Palladio Leasing di Meneguzzo, la Serenissima.
Quanti anni è che abbiamo la Serenissima sulle nostre teste? Una vita, due vite. E come mai la Serenissima è stata ed è ovunque? Perché Putìn, il suo dominus, è bravo. È bravo, sembra, a confezionare i pasti per i bimbi, i vecchi, gli ammalati, gli handicappati, il mondo tutto. È talmente bravo che ha cominciato dalle parti della Fiera e poi si è esteso a tutti i posti dove c’è una mensa pubblica. L’ospedale San Bortolo è un suo fiore all’occhiello. Da quando? Da sempre. E come mai? Perché è bravo a vincere gli appalti, perché fa bene da mangiare, perché dà da mangiare a 24 ospedali pubblici su 46 nel Veneto, perché è amico di tutti sindaci di destra o di sinistra, perché conosce bene anche le cooperative rosse, perché sa stare al mondo, perché ha naso, perché è perfino arrivato in Vaticano e, prima del Papa, ha avuto anche  la bravura di convincere che i suoi piatti sono sopraffini perfino l’ex sindaco di Roma Alemanno. Con Ignazio Marino ha qualche problema ma li supererà.
E noi, ad un uomo così, vogliamo fare il pelo e il contropelo? Dimenticavo: un uomo la cui bravura e la cui potenza (una sinonimo dell’altra) arrivano al punto da riuscire a non essere quasi mai nominato dai giornali veneti di proprietà delle Associazioni Industriali locali se non in corpo nove o dieci. Neanche nei sottotitoli.
Del problema (perché chiamarlo scandalo?) di cui parleremo, è venuto fuori il suo nome (e relativo accento, altro che Padoan l’americano) solo come riflesso di quello del funzionario pubblico ospedaliero che avrebbe consentito il problema (perché chiamarlo scandalo?): Adriano Cestrone, ex direttore generale dell’ULSS di Padova. Adesso tutti conoscono Cestrone (è un omone con i baffi, occhiali a stanghetta), ma Putìn ancora lo conoscono in pochi. Lui fa, non appare. E i giornali obbediscono. Ripeto: vogliamo fare il contropelo ad un uomo così?

Sotto accusa 40 dirigenti (e la spending review?) delle Ulss padovane per un danno erariale di 12 milioni

La storia merita un raccontino. Sapete quando comincia? Nel 2006. E sapete da quando iniziano le contestazioni? Dal 2007, per una circostanziata denuncia alla procura da parte del signor Ilario Simonaggio, segretario della CGIL padovana. La procura passa le carte alla Corte dei Conti. E la Corte dei Conti, a distanza di sette anni, nel corrente anno 2014, mette sotto accusa ben 40 dirigenti delle Ulss padovane (e la spending review?) e il dottor Cestrone, all’epoca direttore generale, per un danno erariale di 12 milioni di euro. In parallelo, naturalmente, la Procura va avanti (attende lumi dall’inchiesta della Corte dei Conti) e va avanti la Guardia di Finanza, che già nel 2008 aveva fatto le sue indagini conoscitive sull’impero di Putìn. E dal 2007 arriviamo a bomba oggi? Questo non è né Cestrone, né Putìn, né Venezia, né Vicenza: è l’Italia.

L’appalto c’è. “Ma lo famo strano”

I fatti. Tutto nasce da un appalto dell’ULSS 16 di Padova e della relativa Azienda Ospedaliera per i pasti ai pazienti e ai dipendenti. Un bell’affare. Concesso e approvato da Flavio Tosi, che al tempo era assessore alla sanità della regione Veneto. Il bando in realtà sarebbe di 125 milioni di euro per la somministrazione dei pasti fino al 2018. Poi alla fine il valore diventa di 152 milioni per una proroga concessa, sempre senza gara, per due anni. Davvero un bell’affare.
C’è un appalto pubblico? Certo che c’è. Ma come direbbe Verdone? “Lo famo, ma lo famo strano”. Concorrono tre ditte: una multinazionale tedesca, la Pedus, un’azienda milanese, la Serist e la Serenissima. Le prime due si ritirano e la gara, alla fine, è fatta saltare.
Il direttore generale Cestrone (quello con i baffi) produce una motivazione geniale: “eccessiva onerosità” (fonte: ‘L’Espresso’ n. 12 di fine marzo 2013). Che significa “eccessiva onerosità”? È una gara o no? Come sa bene Renzi, le parole sono tutto. Dalle parole (“eccessiva onerosità”) nasce la sospensione della gara regolarmente indetta e si va a trattativa privata, con l’obbligo dei contraenti eventuali di ridurre il prezzo inizialmente offerto. E volete che Putìn si tiri indietro? Neanche per sogno.
L’imprenditore ha gli artigli giusti. Dimenticavo di scrivere che l’importo corrisponde ad un servizio che durerà molti anni, fino al 2018. La Serenissima ristorazione aveva offerto nella gara aperta e chiusa 14 milioni 191 mila euro l’anno. L’azienda vicentina è riconosciuta, fuori dall’asta, l’unica con gli attributi giusti per un affare di tal fatta (passo n. 2) e Putìn, rispettando la legge, abbassa il prezzo a 13 milioni 908 mila, “ben” 283 mila euro di meno… (un’inezia, passo n. 3). Alla fine, nel giro di un paio di mesi l’appalto è affidato (the end).

L’Autorità di Vigilanza: “Violazione dei principi di par condicio e di concorrenza”. Ma passano sette anni

La questione, in apparenza, è semplice e non così scandalosa come sembra. In fondo, fanno tutti così, dicono. Bando, appalto, appalto deserto o sospeso per qualche improvvisa magagna, trattativa privata. Olé.
Ma qui c’è qualcosa in più. Qualcosa che fa pensare che la nomea di zar delle mense (d’Italia) non gli venga solo per quel nome uguale identico al più noto zar di tutte le Russie, ma anche perché, al di là del cognome, lo zar ci sta.
Dentro i 152 milioni del bando vinto (senza gara) c’è un capitolato strano. Un terreno, poi un immobile, poi una struttura, poi un ammortamento, poi addirittura degli interessi all’8 per cento l’anno.
“L’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici” scrive ‘L’Espresso’ nel marzo 2013 senza che nessuno della stampa locale (salvo quella telematica di Vicenza Più) abbia nulla da ri-scrivere, “ritiene che il contratto è stato attivato in violazione dei principi di par condicio e di concorrenza, nonché dei canoni del corretto agire amministrativo.”
Ma il Tar effettivamente non ha avuto nulla da eccepire e l’Autorità di Vigilanza ha solo un potere ispettivo e, appunto, di vigilanza. Una specie di guardia notturna. Ma non ha la pistola. Quella, a distanza di qualche anno, ha deciso di usarla la Corte dei Conti e, come pare, la Magistratura.

Il nodo è la struttura di Boara Pisani e quell’ammortamento galeotto

Ma torniamo ai fatti. A parte la procedura, cos’è questo capitolato in più che secondo molti costituirebbe – a parte tutto il resto – la classica buccia di banana dell’affare padovano dello zar delle mense?
È la molla tecnica che probabilmente ha fatto sobbalzare la Corte dei Conti e ha fatto aprire gli occhi a qualche magistrato.
La gara indetta dalla Regione Veneto e dalle Aziende Sanitarie di Padova era per i pasti. Ebbene, che ci fa all’interno dei conti il costo per la costruzione di un centro di cottura megagalattico, costruito a Boara Pisani, tra le province di Padova e Rovigo, di proprietà della Serenissima Ristorazione, definito il più grande d’Italia, capace di rifornire i clienti ospedalieri e no con il sistema del cook and chill (vedete quante cose si imparano), che per i comuni mortali veneti significa cuoci e raffredda (subito)?
Allora ha ragione (si fa per dire) il ‘Giornale di Vicenza’ a mettere l’uomo con i baffi (Cestrone) che non è più direttore, su quattro colonne in cronaca, e denunciare, attraverso i suoi baffetti, lo scandalo. Caro Cestrone, i conti li guardi? Quando Serenissima ha vinto (si fa per dire) hai guardato cosa ci ha messo dentro i suoi capitoletti di spesa che poi le aziende pubbliche, ovvero tutti noi privati cittadini pagatori di tasse e imposte, hanno pagato e stanno pagando?
Secondo me l’ha guardato il conto, ha visto la cifra finale, ha visto anche gli addendi, ma non ci ha pensato su troppo. La risposta a questo erroraccio (si fa sempre tanto per dire) del dottor Cestrone l’ha data lo stesso Mario Putin ancora un anno e mezzo fa: “Nessun problema”, ha detto il nostro zar, “il bando chiedeva le componenti del costo pasto e noi gliele abbiamo date regolarmente. Fra le componenti c’era la voce ammortamento.”
Dunque, Putin è a posto. Cestrone al massimo è stato poco diligente, perché non ha chiesto il dettaglio dell’ammortamento che gravava sulla singola voce pasto. Un buffetto, al massimo una multa, e via.
Possiamo immaginare come fosse il pasto medio della Serenissima: 50 centesimi di pasta, 1 euro e 50 di verdure, 50 centesimi di olio e/o burro (niente margherina), 2 euro e 50 di carne, 30 centesimi di ammortamento. Cosa sono mai 30 centesimi di ammortamento?

Boara Pisani lo pagano le Aziende Ospedaliere di Padova (cioè tutti noi) spendendo 16 milioni in più . Ma è di Putin!

Cestrone ha lasciato perdere e si può perfino capire. Ma quei 30 centesimi moltiplicati per i giorni di un anno e per gli  ospiti degli ospedali e per gli anni di durata del bando più gli interessi dell’8% fanno 16 milioni 803 mila euro in più che le Aziende ospedaliere padovane pagano e pagheranno. Non poco. E per che cosa? Per un bene che resta in proprietà pubblica può anche valerne la pena. Niente affatto. Il bene, il centro di cottura megagalattico, resta di proprietà della Serenissima. Spiega, anzi opina, il signor Putin: “È logico che il bene costruito sia di proprietà della Serenissima. Infatti, è stato costruito con i soldi della Serenissima.”
Il Putin più noto (quello russo), dopo aver fatto due mandati come presidente di tutte le Russie, siccome voleva essere eletto a vita e la legge non lo consentiva, cambiò la legge. È senz’altro esecrabile ma la procedura era corretta. Per diventare ancora presidente bisognava cambiare la legge. Ora Putin è presidente e lo è legalmente.
Il Putin veneto non ha avuto neanche bisogno di una legge per cambiare la logica dell’economia, della finanza, della ragioneria, che dico?, dell’aritmetica. Gli è bastato Cestrone. È vero, lui ha anticipato i soldi per pagare un immobile strumentale aziendale essenziale al servizio, ma poi i soldi glieli ha restituiti e glieli sta restituendo, mese dopo mese, l’azienda pubblica padovana. Abbiamo anche la cifra: una rata mensile di 155.590 euro per nove anni compresi gli interessi. Però il bene resta suo. Alla fine dei nove anni il bene è della Serenissima gratis.
Altro che serenissima: gioiosissima. Tutta colpa (o merito?) della disattenzione di Cestrone: che non gli è venuto in mente di chiedere cosa ci fosse dietro quei 30 centesimi chiamati ammortamento. Fabrizio Gatti su ‘L’Espresso’ scrisse: “E’ un po’ come comprare l’auto, pagarla a rate e alla fine delle rate doverla restituire al concessionario”.
L’inchiesta sull’appalto padovano è solo un fastidioso moscerino in un occhio? Basta con le cose ombrose. Basta con i problemi. Guardiamo anche l’altra faccia della luna. La Serenissima ristorazione dello zar veneto Mario Putin, 63 anni, di Costabissara, è un’azienda modello. Ha la sede in un castello medievale, lo Sforza Colleoni. I ricavi della capogruppo sono passati dai 43 milioni del 1999 ai 241 del 2012 agli oltre 210 del 2013. In barba a tutte le crisi di chi non sa stare al mondo. Ha ampliato i suoi mercati, è passata da Vicenza, a Padova, a Oderzo, a Treviso, a Rovigo, a Venezia, con l’andatura dell’angelo sterminatore. Ha migliorato le sue tecnologie. A Boara Pisani – aritmetica a parte – il suo cook and chill è invidiato dagli stessi europei e anche da qualche americano al quale sono arrivati all’orecchio i successi di questo concorrente. È sbarcata a Roma, in Vaticano. Serve i pasti alle suore e ai fedeli, agli impiegati del Campidoglio e a quelli dell’Eur. Ha contratti di fornitura con aziende come Armani e Gucci. Gestisce convenzioni superscontate con la FACI, Federazione Italiana Amici del Clero, ha un patto di ferro con la curia di Genova (dai tempi di Bertone).
Al castello Sforza Colleoni è un via vai di politici, dirigenti, consulenti, portaborse, servizievoli yes man.
L’inchiesta sull’appalto padovano è un moscerino in un occhio. Fastidioso e nulla più. Del resto, qui divento serio io, se un’azienda che vive di contatti pubblici e politici (senza i quali non esisterebbe) arriva fino a dove è arrivata la Mario Putin Corporation significa che sa stare al mondo. Tanto di cappello.

Piccole delusioni senza importanza?

Certo, qualche amicizia, dati i tempi un po’ bui (fatturati a parte) fa scricchiolare, qua e là, il pavimento. Quella con Galan, dati i tempi per il Giancarlo, non è più produttiva come è stata per tanti anni. E quella con la Lia Sartori che ha consentito anche alla Serenissima di entrare nel famoso project financing dell’Ospedale di Santorso, costruito e gestito in santa libertà (vicentina)? Non va tanto bene, oggi. E quella con Baita, l’amministratore della Mantovani, in carcere per il Mose? Anche lì c’è qualche intoppo.
E poi c’è qualche delusione di vecchi amici che non lo sono più. Come il buon Sergio Berlato, di Forza Italia, che l’anno scorso portò all’attenzione della Commissione europea un’interrogazione che faceva così: “Si sospetta che dietro la costruzione di importanti infrastrutture realizzate in Veneto negli ultimi dieci anni vi sia in realtà una perversa organizzazione malavitosa mirante a garantire illeciti proventi a favore di alcuni privati ma soprattutto a beneficio di alcuni politici.”
In margine ‘L’Espresso’ scrisse: “Berlato dice anche di aver chiesto alla Procura di Vicenza di verificare una serie di punti. Tra questi, gli appalti per la ristorazione.”
Vendette personali? Giochi politici? Giochi da vecchi ragazzi delusi? Lasciamo giudicare chi lo deve fare per dovere e missione (e mestiere). Lo stesso Galan, amico di mille battaglie, una piccola delusione recentemente gliel’ha inferta. Per difendersi dalle accuse sul Mose lo ha inserito fra i finanziatori di proprie campagne elettorali. Per una cifra peraltro
ridicola, fra i 10 e i 20 mila euro. Piccole cose.
La Tangentopoli Veneta, se qualcuno, da Maltauro, Galan, Baita, Mantovani, Sartori & C. si fosse nel frattempo annoiato, è viva e verde.
E non teme i giudizi degli uomini. Fedele al suo impianto storico, teme solo quelli di Dio.
Ho un’altra bella massima sul peccato per chiudere. Parlando di zar ho pensato a uno scrittore russo, Sologub, quello de Il demone meschino.
Dice un suo personaggio: “Chi non pecca davanti a Dio e davanti allo zar non è in colpa.” E Dio? E lo zar? Loro non peccano. Per definizione.