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Storia del CIS

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STORIA DEL CIS
UN FALLIMENTO DOROTEO DELLA CLASSE POLITICA VICENTINA

Può un carrozzone pubblico, creato sotto forma di società per azioni dal concorso convinto di tutti i centri sensibili del potere politico a Vicenza – comune, provincia, industriali, camera di commercio, fiera, API, CNA – durare un quarto di secolo (dal 1988 ad oggi) senza fare nulla, fomentando stranezze istituzionali, muovendo schiere di avvocati, esperti contabili, studiosi di fattibilità, drenando milioni e milioni di euro di denaro pubblico e chiudere con una richiesta di concordato che è vistosa quanto un fallimento? E tutto questo, che cercheremo di raccontarvi, può passare solo sotto l’innocuo manto del pettegolezzo o dello scoop che nulla rivela lasciando celate tutte le gravi responsabilità di un’intera classe dirigente?

PINO DATO

LA STORIA DEL CIS, Centro Interscambio Merci e Servizi, è la storia di un carrozzone pubblico in cui i privati vicentini – i soliti privati vicentini –, i politici vicentini, – i soliti politici vicentini –, i partiti vicentini, – i soliti partiti vicentini –, hanno espresso tutta la loro tradizionale povertà d’idee, d’intenti, di ragione, di etica. Lasciamo stare il capitolo dell’intrallazzo pecuniario. Quasi quasi in questa storia non ci ha guadagnato nessuno. Ma ha perso la collettività vicentina. Alla grande. Ha perso soldi e dignità. E pertanto tutti noi, che queste strutture pubbliche continuiamo a finanziare, abbiamo perso soldi (le nostre tasse) e dignità (perché continuiamo a eleggere quella gente, in tutti gli istituti pubblici e semi pubblici e continuiamo a seguirli con il cappello in mano).
È una storia che va raccontata. Con juicio. Con dati. Con date. Con documenti (molti sono misteriosamente scomparsi, altri sono in vita e reperibili). Partendo dalla fine, solo per un accenno: oggi il CIS spa in liquidazione ha un commissario giudiziale che ha chiesto, lo scorso dicembre 2014, al Giudice delegato, dottoressa Paola Cazzola, di poter ottenere l’unica procedura che questa assurda e triste storia può pretendere: un concordato preventivo per cessione dei beni. Con i creditori consenzienti. Il commissario è il commercialista Nerio De Bortoli, veneziano. E i creditori? Sono le banche, garantite da una marea di enti pubblici o semipubblici, oltre a privati finanziati da denaro pubblico che non potranno restituire mai. La CIS è un’entità astratta, oggi più che mai, che scomparirà nei tempi lunghi di una liquidazione fallimentare.
Ma lascerà detriti e macerie concrete. E soprattutto l’impressione di non poter essere compiutamente a Vicenza, con questo sistema imperante pubblico-privato, una vera collettività pensante e attiva.

In piena epoca dorotea

La CIS spa ha attraversato la congiunzione di due secoli, il ventesimo e il ventunesimo. Con una continuità perfino imbarazzante di referenti politico-amministrativi. Con un marchio in fronte che non l’ha mai abbandonata, per una storia vicentina oggi correttamente diventata simbolica.
L’unica speranza è che le future classi dirigenti sappiano leggerla e interpretarla come merita. Perché nulla, di questa storia, a causa di quel marchio, può essere regalato al caso. Tutto ha un senso. Ma la speranza, appunto, è flebile. Il CIS nasce nel 1988, in piena epoca dorotea. Forse i miei figli sanno cos’è un’epoca dorotea (per Vicenza). Ma ho idea che i miei nipoti non lo impareranno né a scuola né sui giornali. Ma siccome è esistita (lo sanno tutti i vicentini con facoltà d’intendere e di volere, dai 50 in su) non possiamo sottacerla. Questa è la prima radice forte e riconoscibile. Da qui è partito tutto. L’epoca dorotea non è finita con la condanna di Giovanni Pandolfo (pro console democristiano di un lungo periodo, anni 80, fino a inizio ’90) o con la scomparsa di Danilo Longhi (vero cervello del doroteismo vicentino). È continuata. Ha assunto altre forme, ha acquistato altri perimetri. Ha perfino rivelato altre facce.
Ma gli allievi dei dorotei doc, fondatori del doroteismo, hanno imparato la lezione perfettamente. Il testimone è stato preso, ad esempio, inizialmente da confusi esponenti di Forza Italia e poi, seriamente e con i dovuti lacci e lacciuoli, dai leghisti. Da Dal Lago Manuela, presidente leghista per molti anni alla Provincia, vero luogo mistico del CIS, e dai suoi nominati, in primo luogo Antonio Mondardo, già presidente di AIM, e poi, guarda caso, presidente del CIS nel suo periodo più delicato e potenzialmente decisivo, dal 2002 al 2006, con l’acquisto degli storici magici terreni di Montebello e dintorni. Ma non affrettiamo la storia, che merita di essere ripercorsa con esattezza e metodo.

I nipotini di Bisaglia e lo spirito sterminatore della democrazia

Il primo presidente del CIS, nel 1988, è stato Danilo Longhi, capo indiscusso, a Vicenza (direi quasi fondatore) del doroteismo, costola efficiente (il figlio più bravo del padre) della filosofia della politica di potere, chiamata appunto dorotea, inventata e prodotta da Antonio Bisaglia, grande democristiano oppositore di quel Mariano Rumor che impersonava quella che l’avvocato Pellizzari chiamava la Dc di servizio. Bisaglia inventò la Dc che faceva i soldi prima di tutto (con gli strumenti pubblici e la complicità di ricchi privati) e sbaragliò Rumor. A Vicenza i suoi allievi instaurarono una stagione sopraffina e lunghissima (che forse, come ho detto più sopra, continua a fiorire). Dunque, se Longhi è il primo presidente del CIS, e Longhi era il doroteo vicentino numero 1, la CIS è una produzione naturale e riconosciuta del doroteismo: la proprietà transitiva vale in politica come in matematica.
Questo spirito sterminatore della democrazia, a Vicenza, fine anni ’80, era tutto. Mi perdonate se mi cito? Devo farlo per informare correttamente chi ha una trentina d’anni e mi legge (scusatelo) ma non sa nulla del doroteismo e non sa, come insegna la storia del CIS, che esso continua a prosperare sotto altre spoglie.
Così scrissi nell’ottobre 1992 quando la stella di Giovanni Pandolfo tramontò per una miserevole buccia di banana gettata sui suoi passi da un altro famoso esponente mistico del doroteismo, l’Autostrada A4 Brescia Padova (Dimenticare Vicenza?, Dedalus editore, 2011, pagina 508):
La città di Vicenza è stata talmente impregnata dal doroteismo e dai suoi adepti che anche chi non ne era contaminato si è abituato a respirarne l’aria. Abbiamo vissuto con i dorotei gomito a gomito, li abbiamo salutati, riveriti, coccolati, accettati. Siamo stati un po’ tutti dorotei. La Camera di Commercio, le Ulss, TvA, Il Giornale di Vicenza, il Vescovado, il Comune, le Aim, l’Ascom, la Confindustria, la Centrale del Latte, e chissà quante altre mamme che adesso dimentico, sono state e sono (ancora!) dorotee. Ammannite, etero dirette, possedute dai Pandolfo Giovanni, Dal Maso Giuseppe, Riva Vladimiro, Longhi Danilo, Cunico Giovanni, e tanti altri soldatini di quella mediocre aura che accomunava (e accomuna) interessi privati in atti pubblici, stupidità, soldi e soldoni, appalti, fiere, tangenti, nomine.” (ottobre 1992)
Piccola nota a margine: quando scrissi queste righe non sapevo nulla del CIS, società pubblico-privata creata ben quattro anni prima, per quanto ancora praticamente inoperante (ne parleremo). Eppure il CIS era una costola diretta proprio di quella filosofia politica.
Seconda nota a margine: se cercate esponenti dorotei del tempo oggi ancora in auge in virtù del loro antico e fruttuoso doroteismo, non dovete andare lontano. Mi vengono in mente due nomi che la stampa cita ancora, e non per riferire delle loro preferenze in letteratura medioevale, Silvano Spiller e Mauro Fabris. Dorotei doc, allora abbastanza giovani e rampanti, assessori, poi deputati e quant’altro. Figli legittimi del doroteismo.
Oppure potremmo chiamarli, visto che anche oggi la loro carriera è in fiore, portatori sani di doroteismo. Ebbene, a distanza di venticinque anni, Silvano Spiller (oggi sarà nonno, presumo) è vice presidente della Fondazione Cariverona, quella che compra San Rocco per fare appartamenti signorili e finanzia Goldin e le sue mostre con un’efficienza e una continuità invidiabili, e Mauro Fabris, uno che all’epoca rimase famoso per una difesa a oltranza di Giovanni Pandolfo (ma non mi riciterò), il quale, dopo essere stato nominato più volte in parlamento (non so se italiano, europeo o entrambi) ha avuto ancora linfa per farsi nominare commissario al Mose (quello di Venezia, senza accento). Le carriere dei dorotei attraversano le incidenze fra millenni.

Il CIS? Tanto studio, tanta promozione, tanto coordinamento

Fatta questa premessa d’obbligo e individuata la filosofia che ha fatto nascere questo terrificante carrozzone di nome CIS, ripartiamo dall’inizio. Nel 1988, il 10 ottobre, si riuniscono in via Gazzolle, sede della Provincia, alla presenza del notaio Giuseppe Boschetti, molte persone con l’idea meravigliosa di costituire una società a capitale pubblicoprivato, di nome CIS, che starebbe per Centro Interscambio Merci e Ser vizi spa. Cosa vuole fare questa CIS prima di tutto? Ogni società dichiara alla costituzione il proprio fine, il proprio oggetto sociale, la ragione per la quale nasce. Per la CIS era questa: “La società ha per oggetto le seguenti attività: lo studio, la promozione, il coordinamento, la realizzazione e la gestione di tutte le attività inerenti ad un Centro Merci e al sistema doganale, nonché di tutte le infrastrutture e i servizi ad essi comunque connessi in Provincia di Vicenza. Si intendono compresi nell’oggetto sociale:
a) le manutenzioni, ordinarie e straordinarie, le innovazioni, i completamenti ed ampliamenti del sistema e delle relative pertinenze;
b) l’installazione e la gestione degli impianti e dei servizi auto portuali necessari nonché di altri servizi connessi o ritenuti utili all’esercizio del sistema quali, in via esemplificativa, i servizi direzionali, amministrativi e tecnici idonei al suo funzionamento e richiesti dagli interessi generali e dalle singole categorie di utenti;
c) la gestione potrà essere effettuata direttamente dalla società o da questa affidata, anche per singoli impianti e servizi, a terzi, nelle forme ritenute più congrue.”

Dodici anni di parcelle, prebende, fondi spese, studi di fattibilità

Osservazione numero uno. Notate le prime parole dell’oggetto sociale: studio, promozione, coordinamento, realizzazione, gestione. Cinque parole non casuali. Ma ne bastavano due: realizzazione e gestione. Ma se si prevede qualche anno di lancio, con connesse soddisfazioni di bravi fruitori, professionali e politici, bisogna precisare studio, promozione e coordinamento (che dovrebbero essere implicite a realizzazione e gestione). Ma bisogna prevenire qualsiasi obiezione, mettersi le spalle al coperto. Per promuovere ci vuole tempo. Per coordinare ancora di più.
Bisogna dirlo. Bisogna scriverlo nell’oggetto sociale. Forse i fondatori non pensavano che ci sarebbero voluti dodici anni per acquistare la struttura di base per fare un Centro Merci, il terreno. O forse addirittura ci speravano. Dodici anni di parcelle, prebende, fondi spese, studi di fattibilità. Una manna dorotea.
Osservazione numero due. Traduciamo l’oggetto sociale con parole più volgari (consentitecelo, visti gli esiti della squallida storia). Creiamo un centro merci che valga per l’intera provincia (dorotea). I Magazzini Generali sono ormai desueti e fatiscenti. Facciamo le cose in grande.
Entriamo tutti assieme. Siamo amici, no? Siamo amici. Prevediamo di promuovere, coordinare, studiare, ma anche comprare e realizzare. La società è civilisticamente privata anche se i soci sono pubblici (cioè noi). Può comprare da chi vuole. Può affidare servizi in conto terzi a chi vuole (mettiamolo nell’oggetto). Può ampliare il sistema tutto (mettiamolo). E i soldi? Pubblici naturalmente. E i prestiti? Di banche garantite da enti pubblici. E i soci privati? Qualche pesce piccolo. Sarà un successo mai visto.

La Vicenza che conta e conterà c’è tutta. Mancano solo il vescovo, la polizia e i carabinieri

Il primo capitale sociale è stato, quel 10 ottobre 1988, certificato dal notaio Giuseppe Boschetti in 300 milioni di lire. I tre soci controllori della maggioranza del capitale sono stati: Camera di Commercio, 50 milioni, Comune di Vicenza, 50 milioni, Provincia di Vicenza, 50 milioni. Poi spiccano due soci di alto profilo, subito dopo: il comune di Thiene, con 35 milioni, e l’Associazione industriali con 20 milioni. La CNA e l’Associazione artigiani entrano con cifre più modeste, 5 milioni. Così anche l’Ente Fiera, e l’API (Associazione piccole e medie industrie). I privati interessati sono, per ora, solo quattro: Esac srl, Gruppo Zanini spa, Fanchin spa, Trasporti Visonà snc, tutti con 5 milioni.
Viene nominato un consiglio di Amministrazione pletorico, di 19 membri, tanti quanti sono i soci sottoscrittori. Presidente, Danilo Longhi. Per tre anni. Fino al 1991. L’avventura (si fa per dire) può cominciare.
Ci siamo tutti? Sì. Mancano solo il Vescovo, l’Arma dei Carabinieri, la Polizia di Stato e la Prefettura. Il resto della Vicenza che conta c’è tutto. Tutti dorotei, appassionatamente, stretti intorno al CIS.
Sarà un grande successo.

(continua)