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Rigoni Stern: la sorella Maria racconta Mario

M.R.Stern - quadernivicentini.it - QV

RIGONI STERN: LA SORELLA MARIA RACCONTA MARIO

Fra pochi giorni sono sei anni che il grande Mario Rigoni Stern ci ha lasciato. Quaderni Vicentini ha voluto ricordarlo andando a sentire dalla viva voce della sua sorella minore Maria (“Mario aveva sei anni più di me”) i suoi ricordi più semplici e insieme incancellabili di una cronaca familiare tutta asiaghese, all’interno della quale l’uomo che tornò dalla Russia a piedi e seppe fuggire da un campo di concentramento tedesco fu un tutt’uno con il grande romanziere che tutti noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere

BEPPA RIGONI

Il ritorno (5 maggio 1945)

“MI RICORDO COME FOSSE ADESSO quando mio fratello Mario tornò dalla prigionia in Polonia, il 9 maggio del ’45 (impossibile scordare i tre eventi accaduti in quella data: il ritorno di Mario, il giorno della Rogazione e il compleanno di nostro padre). Eravamo stati avvertiti del suo arrivo alla stazione ferroviaria di Thiene, tramite un’addetta dei telefoni pubblici che aveva a sua volta contattato la centralinista locale. Mario ci ha poi raccontato che tramite un passaggio, era salito sulla “Vaca mora” (il nostro glorioso trenino a cremagliera!) a Piovene, ultima fermata: Asiago. C’era un breve tratto da fare a piedi per arrivare dalla stazione a casa. Io continuavo ad uscire sul terrazzo per vedere se spuntava all’orizzonte e quando l’ho visto profilarsi, quasi non lo riconoscevo tanto curvo ed emaciato era! Nostra madre, malata da anni, era immobile a letto e lui senza guadare in faccia nessuno, appena in casa si precipitò al suo capezzale. Hanno sempre avuto un legame speciale, quei due! Prima cosa, dopo gli abbracci e le lacrime, dargli da mangiare: avevamo le uova sode della Rogazione così gli preparai tre asparagi lessi, dopo una leggera minestrina. Dopo mangiato si sentì male perché il suo stomaco si era talmente ristretto che non tratteneva nulla, ma appena un po’ rinfrancato, ci disse: “Fuori tutti dalla cucina!”. Io mi affrettai a mettere dei pentoloni d’acqua sulla stufa a legna e andai a prendere in cortile il mastello grande (quello che usavamo per fare il bucato), oltre ad un pezzo di sapone che avevo fatto io stessa con ossa, soda caustica e cenere, e cercai qualche abito pulito dei fratelli, che appoggiai sulla sedia lì vicino. Mario mi disse di stendere dei giornali vecchi sul pavimento prima di togliersi la divisa, ormai ridotta a brandelli ed entrare nell’acqua, “col saon e l’bruschin”.
(I giornali servivano a proteggere il pavimento: la divisa era talmente piena di uova di pidocchi che tutte le cuciture interne ne erano foderate). “Dopo vi chiamo!” – disse – chiudendoci fuori. Una volta rivestito, mi consigliò di raschiare a fondo il mastello con spazzola e varechina e di buttare i giornali nel cortile dietro casa, subito seguiti dagli stracci che aveva indossato per mesi. Ci teneva alla sua malridotta divisa da alpino, così il giorno dopo in cortile la raccolsi, lavai, spazzolai, disinfettai e strizzai a dovere e bruciai i giornali. L’indomani lo portammo a farsi visitare dal dottor Zulian (Primario del nuovo ospedale), che dopo aver confermato il pessimo stato di salute, ci ordinò di sottoporlo rigorosamente alla dieta che segue.”

La dieta di Mario

ore 8: tazza di the con due biscotti – fatti in casa da me;
ore 10: coppa di crema pasticciera;
ore 11,30: tazza di latte tiepido;
ore 12: minestra con tagliatelle fatte in casa e una coppetta con mezza mela cotta;
ore 15: tazza di thé con due biscotti;
ore 17: idem;
ore 19: 1⁄2 uovo sodo, 1⁄2 patata lessa, 1⁄2 panino, qualche biscotto e l’altra metà mela cotta;
ore 21: una coppa di crema con biscotti
E avanti così per nove mesi esatti! Dopo questo periodo di “gestazione”, ritornò alla vita e si riprese.

Dopo venti giorni, a piedi fino a Monte Berico

“Dopo soli 20 giorni dal suo rientro (era fine maggio), seppur molto debole, volle mantenere il voto che aveva fatto: andare a piedi a Monte Berico: 55 Km per un uomo ancora allo stremo delle sue forze! La mattina alle 4.30 gli preparai un thermos di latte caldo, 8 biscotti caserecci, 1 vasetto di riso condito con margarina e 1 vasetto di mele cotte: Mario mise tutto nello zaino e partì. Ricordo ogni dettaglio: ero io, unica femmina, ad occuparmi di tutte le faccende, con nostra madre in quelle condizioni…
Tornò a sera, facendosi dare dei passaggi per il rientro e prendendo l’ultimo treno da Piovene. Quando andammo a prenderlo alla stazione e gli chiedemmo come stava, rispose: “Benone! Sono partito a piedi dalla Polonia, cosa vuoi che sia andare a Vicenza!” Poiché la cremagliera in salita era molto lenta, lui scendeva ogni volta che vedeva un ciuffo di mughetti sulla scarpata e poi risaliva: i mughetti erano i fiori preferiti della mamma!”

Quando eravamo ragazzi

“Quando eravamo ragazzi, dopo le elementari in Asiago si poteva accedere alla Scuola di Arti e Mestieri. Lui la frequentò, e una volta terminata a circa 15 anni, iniziò ad aiutare i nonni e il papà nell’emporio di famiglia situato nel centro di Asiago. Eravamo una famiglia benestante all’epoca: possedevamo 5 malghe oltre il negozio e un’altra abitazione in via Ortigara. Mario accompagnava spesso il papà o il nonno ad acquistare il latte e i suoi derivati. Ricordo come adesso la bontà della ricotta affumicata e di quella fresca – che veniva messa in appositi sacchetti di canapa lunghi 30 cm e larghi 10 (era una festa quando la mamma ce la preparava mescolata allo zucchero a velo!), le uova e il vino per l’emporio che forniva anche farina, pasta, lino e suppellettili in legno anche in pianura. Il vino veniva mantenuto al fresco in grandi tini in cantina assieme ai meloni di burro, alle uova e alle verdure. A Mario piaceva tanto fermarsi a parlare coi malghesi, fare domande su tutto, capire, imparare. Già allora mostrava quella sete di conoscenza, quella curiosità che lo accompagnarono per tutta la vita. Era una grande lettore, ogni momento libero lo passava fra le fronde dell’albero davanti a casa con un libro in mano.
Per le necessità della famiglia avevamo il pollaio, due vacche nella stalla, un cavallo robusto per il carro da trasporto e una cavallina per il calesse. Solo successivamente fu acquistato un camion a bielle, col quale gli uomini di casa andavano in pianura o fino a Enego e a Foza. Quando passavano davanti alla chiesetta di S. Francesco a Foza, non facevano mai a meno di entrare per una preghiera e per ammirare i dipinti di un certo Jacopo Scajaro…(divenuto poi Da Ponte!).

La mamma rimase paralizzata e io feci da mamma a tutti

Mario portava il vino agli operai che costruivano l’Ossario “Io ero l’unica femmina, la terz’ultima nata. Mario aveva 6 anni più di me: era un ragazzo molto piacente, dal carattere solare, per cui si faceva benvolere da tutti. Purtroppo la mamma rimase paralizzata che noi eravamo molto giovani e toccò a me accudirla e fare da madre anche agli altri fratelli rimasti in casa, sia più piccoli che più grandi di me. Mario era sempre disponibile: fra i suoi compiti, quello di portare i fiaschi di vino agli operai che stavano lavorando alla costruzione del tempio Ossario e a domicilio, la spesa ordinata dalle suore Canossiane. La sua “mise” preferita era: camicia di flanella, braghe alla zuava, calzettoni in lana a trecce fatti dalla nonna. Con l’argento vivo addosso, era sempre in giro in montagna e spesso tornava con le stelle alpine per la mamma. Amava anche lo sci: c’era la GIL allora e lui, partecipando a una gara, si ruppe un braccio.
…Il fieno per le bestie, lo tagliavamo in un campo preso in affitto vicino a Villa Zecchin. Sopra il campo avevamo piantato le patate. Era consuetudine diffusa essere forniti sul posto, di una pentola in cui cuocere le patate troppo piccole per essere conservate. Lui un giorno, stufo di aspettare che fossero pronte, dette un calcio alla pentola e si ustionò una gamba!
Altro suo compito fisso era controllare che la biancheria messa ad asciugare nel cortile dietro casa non volasse via col vento. Fare il bucato era un avvenimento: due volte l’anno chiamavamo apposta tre lavandaie da mattina a sera. Anche qui Mario faceva la sua parte, portando alle donne la merenda composta da pane con salame e caffè corretto col vino.”

Mio fratello: “Il sergente nella neve”

“Nel ’38, a 17 anni, partì volontario e andò a fare la Scuola Centrale Militare di Alpinismo ad Aosta, poi fu inviato nelle varie zone belliche da lui descritte nei suoi libri, così come molti degli aneddoti da me narrati. La foto con la mamma sulla porta di casa, fu scattata alla sua prima licenza dalla Russia; sopra l’immagine Mario scrisse: “Prometto mamma, ritornerò!” Quella fu l’ultima foto di nostra madre in piedi, prima di aggravarsi. Il secondo rientro dalla Russia coincise con la “rotta” del ’43. Lui arrivò dalla Russia a piedi, fino a Colle Isarco, dove fu fatto prigioniero dai tedeschi. Lo caricarono sui carri-bestiame, ma fece in tempo a scrivere un biglietto con nome e indirizzo del destinatario, dove riferì ciò che gli stava accadendo e lo gettò dal treno. Una ragazza del posto lo raccolse e ce lo spedì: solo dopo 15 giorni venimmo a sapere della sua prigionia! (Fu mandato in un campo di concentramento ad Hohenstein, in Prussia Orientale, dove rimase per due anni, dal quale riuscì a fuggire, rientrando a casa solo il 5 maggio del ’45).

Un corpo celeste porta il suo nome

Mario Rigoni Stern, nato ad Asiago il 1 novembre 1921, ivi morì il 16 giugno 2008. Ricorre a breve l’anniversario della sua morte. Per sua espressa volontà, Si fece seppellire nudo nella nuda terra, come i Suoi compagni rimasti nella sconfinata tundra russa. Solo una semplice croce in legno è apposta a vigilare le Sue spoglie, circondata da ciottoli di fiume con sopra scritto un pensiero, un nome, un ricordo della gente comune come è uso nei cimiteri ebraici. Nel 1998, Gli era stato dedicato un corpo celeste scoperto all’Osservatorio Astrofisico dell’Università di Padova – sede di Asiago.
E’ l’asteroide N. 12811 “Mario Rigoni Stern” (…stella in cimbro): un destino nel nome!
Chissà a che pensa se ci guarda ora da lassù!