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Il parco della Pace? Per ora è una palude
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Pasticcio Dal Molin. Territorio sovrano regalato agli States

Silvio.George - quadernivicentini.it - QV

La storia è sempre maestra di vita ma nell’eclatante caso vicentino, in cui, da un’idea venuta nel 2003 (agli ‘alleati’ americani) e sviluppata nei dieci anni successivi in un gioco delle parti ove ogni tassello è andato al suo posto in modo prevedibile (nondimeno impressionante), ne è sortito un effetto che conferma le antiche sentenze dei nostri grandi sul servilismo italico, da Guicciardini a Machiavelli. Questo può essere solo un prolegomeno [Dal greco, participio passato di prolégo, “dico prima”], utile a iniziare, necessario per trarreconclusioni quasi fataliste. Allora l’incipit più incisivo è quello di Dante e del suo canto VI del Purgatorio. Ma restiamo ai fatti. Raccontiamo qui di una svendita a zero lire di una fascia immensa di territorio vicentino, di uno strano sindaco-fantasma, di un inutile Comitato Misto Paritetico, ingegnoso ferrovecchio burocratico creato ad hoc per dire sì agli americani

FULVIO REBESANI

Ahi, serva Italia di dolore ostello nave senza nocchiere in gran tempesta
non donna di province, ma bordello (Dante, Purgatorio, VI)

CERTO, Tomaso Dal Molin [Tomaso Dal Molin nasce al Altissimo (VI) il 3/1/1902. Dopo aver fatto l’operaio alla Pellizzari di Arzignano, si arruola nel reggimento aeroplani da caccia ove consegue il brevetto di pilota dimostrando attitudine particolare per il volo acrobatico. Partecipò a numerose gare internazionali di velocità e acrobazia classificandosi sempre ai primi posti, se non primo. Il 18 gennaio 1930, a bordo di un potente bimotore, si inabissò nelle acque del lago di Garda mentre tentava di stabilire il record mondiale.] , mentre gareggiava vittorioso nei cieli d’Europa, non poteva immaginare che il suo nome sarebbe stato attribuito ad un aeroporto poi trasformato nella base militare di uno Stato straniero contro cui l’Italia avrebbe – dopo di lui – combattuto, facendo partire proprio da quell’aeroporto i caccia italiani e tedeschi per attaccare i velivoli di chi ora ha ricevuto in dono più della metà della nobile area. Quando si dice gli scherzi della Storia! Anzi della storietta di governi italiani (nazionali e locali), tra i più servizievoli in Europa verso il potente alleato USA.

Il tempo non guarisce dal fascino de “l’arme forestiere”

I secoli sono passati ma è rimasto nel governante italiano medio – fatte salve tutte le differenze di storia e cultura dovute – lo scarso senso di dignità e indipendenza nazionale verso gli Stati stranieri più potenti.
Siamo nel secolo XVI, in altri Paesi europei c’è già uno stato nazionale consolidato (es. Francia, Inghilterra, Spagna). In Italia no.
Anche se principi e re governanti d’Italia – ciascuno per la sua parte – riescono, per circa vent’anni, a stare uniti nella Lega Italica [La Lega Italica fu un accordo internazionale concluso a Venezia il 30 agosto 1454, a cui aderirono la Serenissima e gli Stati di Milano e Firenze. Fa seguito alla Pace di Lodi siglata qualche mese prima. L’anno dopo vi aderirono papa Niccolò V, re Alfonso V d’Aragona e i sovrani di altri Stati minori. Sancì il reciproco aiuto in caso di attacco all’integrità di uno degli stati membri e una tregua venticinquennale fra le potenze italiane che si impegnarono a rispettare i confini stabiliti. La Lega nasce dalla constatazione che nessuno degli Stati regionali italiani è in grado di assumere l’egemonia nel nord, tantomeno nell’intera penisola. La Lega sancisce dunque un equilibrio bloccato, fondato sul sospetto reciproco e sul timore della Francia anziché sulla collaborazione per la formazione di una struttura statale più ampia. A differenza di Francia, Spagna e Inghilterra. L’Italia non riesce a sviluppare uno Stato nazionale ed è terra di conquista per le potenze europee. Questo fenomeno è stato addebitato a numerosi fattori: per non citare che le interpretazioni più note, Guicciardini ne ha visto la causa nel particolarismo, Machiavelli nella decadenza morale e civile delle istituzioni e dei costumi nonché nella politica pontificia, da secoli volta a evitare la formazione di uno Stato unitario.] con scopi prevalentemente militari, tuttavia non arrrivano a formare uno Stato nazionale ma finiscono per dividersi nello schierarsi con Spagna, Francia, Germania, chiamando di norma a loro sostegno “l’arme forestiere”.
Francesco Guicciardini, autore della Storia d’Italia (1540), così descrive l’incapacità e inidoneità dei principi italiani a rinsaldare l’alleanza e darsi da sé la sicurezza che cercano nelle armi straniere [Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, libro 1,capitolo III]:

“Ma Ferdinando, desideroso non di irritare piú, ma di mitigare l’animo del pontefice e di ricorreggere quel che insino a quel dí imprudentemente si era fatto, rifiutati totalmente questi consigli, i quali giudicava partorirebbono non sicurtà ma travagli e pericoli molto maggiori, deliberò di fare ogni opera, non piú simulatamente ma con tutto il cuore, per comporre la differenza delle castella; persuadendosi che, levata quella cagione di tanta alterazione, avesse con piccola fatica, anzi quasi per se stessa, Italia nello stato di prima a ritornarsi. Ma non sempre per il rimuovere delle cagioni si rimuovono gli effetti i quali da quelle hanno avuto la prima origine. Perché, come spesso accade che le deliberazioni fatte per timore paiono, a chi teme, inferiori al pericolo, non si confidava Lodovico (Ludovico Sforza, duca di Milano, ndr) d’avere trovato rimedio bastante alla sicurtà sua; ma dubitando, per i fini del pontefice e del senato viniziano diversi da’ suoi, non potere fare lungo tempo fondamento nella confederazione fatta con loro, [la lega fra pontefice, re di Napoli, repubblica fiorentina, duca di Milano, Repubblica veneta, ndr] e che per ciò le cose sue potessino per vari casi ridursi in molte difficoltà, applicò i pensieri suoi piú a medicare dalle radici il primo male che innanzi agli occhi se gli presentava, che a quegli che di poi ne potessino risultare; né si ricordando quanto sia pernicioso l’usare medicina piú potente che non comporti la natura della infermità e la complessione dello infermo, e come se l’entrare in maggiori pericoli fusse rimedio unico a’ presenti pericoli, deliberò, per assicurarsi con le armi forestiere, poi che e nelle forze proprie e nelle amicizie italiane non confidava, di tentare ogni cosa per muovere Carlo ottavo re di Francia ad assaltare il regno di Napoli, il quale per l’antiche ragioni degli Angioini appartenersegli pretendeva.”

La lettera del generale Bell a Silvio Berlusconi

All’epoca, insomma, come ora, non possiamo far senza gli eserciti stranieri e il loro dominio sul territorio nazionale. Come re Ferdinando d’Aragona, Ludovico duca di Milano, la Repubblica Veneta, il Pontefice, chi prima chi dopo, cercarono sicurezza nelle armi straniere non preoccupandosi del dominio che esse avrebbero instaurato in Italia, così i governanti italiani dell’oggi (Berlusconi, Prodi, La Russa, Parisi, Monti, Letta) non si preoccuparono di assicurare l’uso del suolo nazionale esclusivamente agli italiani, ma lo cedettero (gratuitamente) “all’arme forestiere”, cioè agli USA.
Bastò la richiesta (forse concordata) ufficiale – dopo manovre sotterranee – del generale B.B. Bell, comandante delle forze armate USA in Europa (Heidelberg 22 agosto 2005; APO AE 08014-9361) per incontrare il sì incondizionato del governo italiano allora in carica: presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Forse la missiva fu preceduta da un’offerta italiana. Ma non ci sono documenti certi al riguardo. E la popolazione vicentina? Nulla quaestio.
Un capo di governo servile ritiene che siano tali anche i cittadini, altrimenti – egli pensa – perchè lo avrebbero votato? E affina il pensiero, probabilmente: il mio servilismo è pari al loro. Io eseguo. Io sono un fedele interprete del pensiero del mio popolo.
Avrebbe potuto rispondere no, il Cavaliere (quando era ancora tale), al generale B. B. Bell; non v’era alcun obbligo diplomatico o di politica internazionale, in materia. I trattati pregressi Italia-USA non prevedevano l’obbligo per l’Italia di creare la nona base USA, nuova rispetto alle otto già pattuite nel 1954 (B.I.A – Bilateral Infrastructure Agreement). Non
sarebbe stata compresa in alcun trattato o accordo precedente e, beninteso, non sarebbe stato possibile farlo senza coinvolgere il Parlamento italiano e la UE. L’Italia non era obbligata nemmeno a cedere gratuitamente una parte di sovranità nazionale che, fatto ignorato dagli indifferenti governi nostrani, riguarda l’ultima grande area verde di Vicenza.
Secondo logica e corretta politica sarebbe stato ragionevole che l’area Dal Molin, dopo la revoca all’utilizzo delle Forze Armate italiane, fosse interamente lasciata alla città per impieghi a finalità civiche comunali e provinciali. Ora, come cinque secoli fa, “l’arme forestiere” vengono chiamate e coccolate: c’è in alcuni il sospetto che il presidente Napolitano sia andato negli USA nel 2007 anche per rassicurare il presidente Bush sulla realizzazione della base militare al Dal Molin affinché supportasse e completasse in Vicenza le importanti funzioni (militari) svolte dalla storica Ederle. Se così fosse, Napolitano avrebbe ragionato con la testa di 500 anni fa quando i principi italiani pagavano e mantenevano le milizie straniere pur di tenerle nei loro territori.
I principi del ‘500 erano imbelli quanto si vuole ma godevano di un potere assoluto. Potevano operare formalmente e informalmente.
Ma Napolitano non potrebbe: i presidenti di paesi democratici, capi delle forze armate (come Napolitano è) operano formalizzando le proprie decisioni con impegni, trattati e contratti internazionali. La parola “rassicurazione” è ambigua. Un grande Paese non è una confraternita.

La mancanza di un senso e di una visione dello Stato e delle sue risorse

Partiamo sempre da un testo del ‘500 per constatare la mancanza di senso del collettivo, dello Stato, diremmo con termine contemporaneo.
Scriveva dunque Niccolò Machiavelli [Machiavelli, Il Principe, cap. XXVI (anno 1513)]:
E se, come io dissi, era necessario, volendo vedere la virtù di Moisè, che il populo d’Isdrael fussi stiavo in Egitto, et a conoscere la grandezza dello animo di Ciro, ch’e’ Persi fussino oppressati da’ Medi e la eccellenzia di Teseo, che li Ateniensi fussino dispersi; cosí al presente, volendo conoscere la virtù d’uno spirito italiano, era necessario che la Italia si riducessi nel termine che ell’è di presente, e che la fussi più stiava che li Ebrei, più serva ch’e’ Persi, più dispersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, et avessi sopportato d’ogni sorte ruina. E benché fino a qui si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno, da potere iudicare che fussi ordinato da Dio per sua redenzione, tamen si è visto da poi come, nel più alto corso delle azioni sua, è stato dalla fortuna reprobato. In modo che, rimasta sanza vita, espetta qual possa esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine a’ sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà et insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli.
Specchiatevi ne’ duelli e ne’ congressi de’ pochi, quanto li Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno. Ma, come si viene alli eserciti, non compariscono. E tutto procede dalla debolezza de’ capi; perché quelli che sanno non sono obbediti, et a ciascuno pare di sapere, non ci sendo fino a qui alcuno che si sia saputo rilevare, e per virtù e per fortuna, che li altri cedino. Di qui nasce che, in tanto tempo, in tante guerre fatte ne’ passati venti anni, quando elli è stato uno esercito tutto italiano, sempre ha fatto mala pruova.”

Azioni di guerra, rapimenti, aerei senza piloti: compendio pratico della “nazione che dice sempre sì”

Fatte le debite contestualizzazioni sembra la foto della politica e della società italiane oggi, fra numerosi partiti e partitini che non pensano a governare ma a farsi guerra fra di loro. Come allora si metteva in dubbio la figura del comandante e il suo ruolo, così oggi non si contesta l’importanza dei partiti, dei loro organismi, del Parlamento, ma la mancanza di programmi finalizzati unicamente al bene degli italiani e alla loro attuazione, anche a costo di qualche impopolarità.
L’essere una nazione nota come “la nation de l’oui” è conseguenza della nostra inconsistenza politica. Nel nome del “sì a tutti i costi” abbiamo bombardato la Jugoslavia, partecipato a guerre lontane, a noi estranee e costose, in Iraq e Afghanistan, dato l’uso a discrezione del nostro territorio per far partire da esso varie azioni di guerra e di morte.
Abbiamo concesso numerosi spazi di terra e di mare per le numerosissime basi militari USA in Italia (v. Quaderni Vicentini 1/2014, pp 94-105, L’Italia 51 a stella a sua insaputa?) e partecipato con nostri agenti a rapimenti USA (a fini di tortura) di stranieri residenti regolarmente nel nostro Stato. Infine, stiamo dando agli USA la possibilità di far partire e guidare dal nostro territorio aerei senza pilota nella nuova guerra statunitense nascosta, finalizzata a uccidere persone nel loro territorio a fini di dominio senza pericolo per i soldati a stelle e strisce (base USA Muos a Niscemi, Sicilia). Quante volte avete sentito gli “eletti dal popolo” confrontarsi in Parlamento su questi temi e avvenimenti e, più in generale, sulla politica estera e militare italiana? Quante volte ne hanno fatto terreno di confronto elettorale al fine di elaborare posizioni italiane originali e di normale sovranità sul proprio territorio? Ora, come nel ‘500, le decisioni non vengono prese in Italia, ma altrove.

Il terreno su cui è sorta la base Dal Molin – Del Din Settanta ettari: il doppio della somma delle aree di Campo Marzo, Querini, Salvi, parco Guiccioli, parco del Retrone

In questo quadro di politica estera e militare da “homo semi erectus” nasce e si sviluppa la questione Dal Molin. Come i signori del ‘500 anche i nostri governanti sono pronti a gettare le braccia al collo dell’alleato d’oltre oceano, sol che ne faccia un cenno. Al catasto del comune di Vicenza l’aeroporto risulta una grande area, proprietà del demanio dell’aeronautica militare, di 709.727 mq., poco più di 70 ettari, il doppio della somma delle aree di campo Marzo, parco Querini, Giardini Salvi, parco di villa Guiccioli, parco del Retrone assieme. La sua pista, lunga 1500 metri, era suscettibile di ulteriore sviluppo (sull’aeroporto demolito e negletto vedi ‘Quaderni Vicentini’ 1/2014, pp. 82/83, Storia triste di un aeroporto) .
Un bocconcino assai gradevole per i militari USA.
La base attualmente realizzata occupa circa 550.000 mq., cioè il 77% dell’intera superficie Dal Molin, e occupa circa metà della pista che, dunque, è inutilizzabile per voli civili. A nord la base è bagnata dal fiume Bacchiglione, il più importante corso d’acqua della provincia di Vicenza che dopo 118 Km confluisce nel Brenta al limite dell’Adriatico poco a sud di Sottomarina. Ad est corre via S. Antonino, che porta da Vicenza a Caldogno, e quindi al nord. Su essa si affacciano numerose abitazioni e l’intero quartiere di Laghetto (27000 vicentini residenti). Questa via, nell’orario 8 – 9, è transitata da oltre 1000 veicoli diretti in entrambi i sensi e si pone come la più trafficata con la SS. Pasubio [Prof. Giovanni Crocioni – Progetto preliminare al nuovo P.R.G. del Comune di Vicenza, approvato dal consiglio comunale con delibera 23/3/2003 n°19] . A sud passano via Dal Verme e viale Diaz, un asse stradale tra i più utilizzati della città. In esso i veicoli privati in partenza nelle ore di punta (7 – 9) sono in numero tra i più elevati (1100 automezzi all’ora).

Tre quartieri popolosi attorno all’area militare – Il contrario di come usano al di là dell’Atlantico

Nell’ulteriore sud – attraversata viale Dal Verme – abbiamo un’ampia zona sportiva con le piscine coperta e scoperta, il palazzetto dello sport, il campo di atletica leggera e il campo di calcio Federale in via Goldoni, a ridosso dei quali si sviluppa il quartiere di S. Paolo.
L’area Dal Molin ha un po’ di spazio libero ad est, con terreni agricoli, e si estende per circa 1,2 chilometri lineari verso il quartiere popolare del Villaggio del Sole. Una parte di tali terreni attualmente è destinata a vasca di laminazione per le piene del Bacchiglione e per evitare una qualsivoglia causa di inceppamento alla 173 a brigata aerotrasportata USA.
Naturalmente pagano gli italiani. La base militare USA Dal Molin dunque sorge circondata da tre quartieri fra i più popolosi della città. Strano che gli USA realizzino la loro base entro un’area così abitata mentre nel loro Paese le basi militari sono collocate a decine e decine di chilometri dai centri urbani. Un trattamento “particolare” verso un Paese, l’Italia, i cui governi nazionali e regionali conoscono solo il “siorsì” verso il potente alleato, con buona pace della dignità e della sovranità nazionale nonché della salute e del benessere dei vicentini che vivono attorno alla base.

Una volta c’era una base dell’aviazione italiana – Avrebbe dovuto esserci un polo di ricerca universitaria

Sul terreno dell’ex aeroporto, nella parte ovest, sorgeva una fitta rete di edifici (v. MAPPA 1) a servizio del volo militare e dei piloti: hangar, officine, dormitori, mense, comandi, stazioni radio, ecc.
Tali immobili furono poi usati dal Comando delle operazioni occidentali nella guerra contro la Jugoslavia e successivamente poco impiegati fino allo spostamento nel 2004 della 5a ATAF [Allied Tactical Air Forces, comando tattico delle forze aeree, una parte della Nato. La 5° Ataf riguardava il sud ed era stabilita all’aeroporto Dal Molin.] e del COFA [COmando Forze Aeree. E’ il comando delle forze aeree italiane con sede all’aeroporto Dal Molin] da Vicenza a Poggio Renatico assieme al gruppo manutenzione elicotteri militari.
Tali fabbricati avrebbero ben potuto ospitare, opportunamente rivisti, ristrutturati e ampliati, un polo scientifico di ricerca collegato alle maggiori università, specie venete.
Questa è una storia desiderata ma imperativamente impedita.
Gli USA, avuta la loro parte di terreno ed edifici, utilizzarono alcune costruzioni e demolirono le altre. Nella MAPPA 1 gli immobili utilizzati dagli USA, spesso profondamente ristrutturati, sono coperti dal colore nero.
Il progetto statunitense di strutturazione e abbattimenti prevedeva anche un parcheggio per oltre 90 autoveicoli e la riattivazione del pozzo libero che pesca nella nostra falda la cui acqua essi possono utilizzare senza limiti. Il volume degli immobili conservati e modificati è di oltre 100.000 metri cubi che si aggiungono alla cubatura dei nuovi fabbricati della base. Come abbiamo evidenziato, il progetto prevedeva due depositi (storage) NBC, vale a dire di munizioni, bombe, materiali nucleari, batteriologici (armi atte a diffondere malattie e pestilenze), chimici (gas, defolianti, ecc.). Sul nucleare siamo informati perché ce lo disse il gen. Fabio Mini nella sua relazione del 19 novembre 2008 al cinema Astra di Vicenza, quando precisò che la 173 a brigata ha un battaglione di artiglieria che comprende anche un reparto con obici in grado di sparare proiettili a carica nucleare. Non osiamo pensare cosa potrebbe succedere ai vicentini nel caso – ci auguriamo: solo ipotetico – di deposito di proiettili o bombe a carica batteriologica o chimica se da essi ci fosse una fuga di materiali. Presumo che attualmente quei depositi siano vuoti o utilizzati per altri scopi.

Il primo progetto americano per la base Dal Molin – Il Comitato Misto Paritetico inizia a lavorare

Il primo progetto elaborato dagli statunitensi si estendeva da via S.Antonino all’intera pista di volo. Era infatti questo uno degli obiettivi degli stati maggiori USA perchè dal nastro d’asfalto avrebbero potuto far partire l’intera 173 a brigata, compresi i reparti della Ederle trasferiti all’occorrenza in via Ferrarin. La pista, lunga 1500 mt. ma suscettibile di essere
prolungata, avrebbe consentito l’atterraggio e il decollo di aerei per il trasporto truppe e relativi materiali. Come si arrivò al sì e al progetto finale? Poichè gli USA avevano chiesto, non potevano esserci problemi di leggi e procedure. Tutto sarebbe stato forzato od omesso pur di dare – e presto – l’area al nostro “tutore” nordamericano.
Per la parte est analisi e accertamenti furono concentrati nella ricerca degli ordigni bellici anglo americani sganciati nel corso delle seconda guerra mondiale. La normativa prevede che si inizi con l’esame del progetto e della sua collocazione da parte del Co.Mi.Pa. [Il Comitato Misto Paritetico (Co.Mi.Pa) è stato istituito il 24 dicembre 1976 con la Legge 898 sulle servitù militari: “In ciascuna regione è costituito un comitato misto paritetico di reciproca consultazione per l’esame, anche con proposte alternative della Regione e dell’Autorità Militare, dei problemi connessi all’armonizzazione tra i piani di assetto territoriale e di sviluppo economico e sociale della regione e delle aree subregionali e i programmi delle installazioni militari e delle conseguenti limitazioni”. La composizione è paritaria tra istituzioni civili e militari. E’ infatti formato da cinque rappresentanti del Ministero della Difesa, da due rappresentanti del Ministero dell’Economia e Finanze e da sette rappresentanti della Regione nominati dal Presidente della Giunta regionale, su designazione, con voto limitato, del Consiglio regionale.] che fu il primo soggetto ad affrontare la questione Dal Molin.
Dopo una prima riunione alla caserma Piave in Padova il 15 maggio 2006 nella quale ci si limitò a prendere atto dell’argomento, il secondo incontro avvenne il 15 giugno 2006 presso la Caserma Ederle, cioè in zona (tutt’altro che) “neutrale”, e per di più alla presenza del comandante della base che non è previsto possa far parte del Co. Mi. Pa nemmeno come osservatore.
Non parlò, ma bastava la sua presenza.

La nota tecnica negativa dell’ingegner Pasini

In questa riunione pesava la nota del direttore del settore edilizia privata del comune di Vicenza, ing. Roberto Pasini, che, in data 8 maggio 2006 (prot. Gen. 25331 = 6.2) aveva scritto all’Ufficio servitù militari regionale, al comando USA SETAF di Vicenza, un parere tecnico in risposta ad una loro richiesta dell’11 aprile 2006. Il dirigente così si esprimeva:
Relativamente ai progetti infrastrutturali riguardanti opere da realizzare all’interno dell’aeroporto Dal Molin si precisa che [esso è, ndr] zona F-12, normata dall’art. 25.14 delle Norme Tecniche di attuazione [del piano regolatore generale, ndr] che così recita: “14 (F/12) Zona destinata allo svolgimento del traffico aereo: potranno essere costruiti edifici ed attrezzature di servizio. Il Piano Regolatore si attua applicando i seguenti indici: u.f. = indice di utilizzazione fondiaria [Secondo il piano regolatore vigente nel 2006 (art. 14/4) Per indice di utilizzazione fondiaria deve intendersila massima superficie SU espressa in metri quadri costruibile per metro quadro di superficie fondiaria. La superficie fondiaria Sf è tutta l’area del Dal Molin, eccettuate le strade preesistenti e di progetto.] = 0,01 Mq/mq parcheggi = 0,10 Su (superficie utile) [Secondo il piano regolatore vigente nel 2006 (art. 15/1) per superficie utile SU deve intendersi la
somma delle superfici di tutti i piani fuori terra misurati al lordo di murature interne e perimetrali.]
Alla luce di quanto indicato nella relazione tecnico illustrativa “Lista progetto per l’anno 2006″ pervenuta a questi uffici, limitatamente agli interventi da realizzare all’interno dell’aeroporto, si rileva il CONTRASTO con la normativa per il superamento degli indici di zona”.
Traducendo in linguaggio più accessibile si può esporre così:
– superficie fondiaria 709.727 mq., meno 50.000 metri quadri fra strade e pista di volo = 659727 metri quadri di superficie utile alla edificazione.
– l’indice di edificabilità consente di costruire assai poco essendo l’intera area a destinazione aeroportuale; si può realizzare 0,01 mq di edificato ogni metro quadro di terreno edificabile.
Il terreno disponibile è 659.727 mq e di conseguenza si può costruire una superficie massima di 6597,27 metri quadri collocabile su più piani. Considerando un’altezza media in uso nei fabbricati di 3 metri, si ottiene un volume realizzabile di 19791.81 metri cubi, pari a 70 appartamenti da 100 mq.. Così rispettando il piano regolatore.
Ma gli USA hanno ben altri intendimenti perché con questa superficie e quella cubatura si potrà al massimo realizzare un grande caserma dei Carabinieri, non la base per la “grande ed invincibile” 173 a brigata aviotrasportata. Lo zio Sam infatti pretendeva di porre in opera un progetto da 600.000 metri cubi di volume, pari a 2.000 appartamenti da 100 mq di superficie. Vi sono compresi, fra l’altro: otto palazzine a pettine da 5 piani e 21 mt di altezza, un parcheggio auto coperto di 6 piani per 1.600 posti auto, oltre altrettanti scoperti. La superficie occupata dalle costruzioni e strade, che è inferiore alla superficie fondiaria, è prevista in 450.000 metri quadri.
È solare per chiunque il contrasto fra quanto consente il piano regolatore (19 mila e 791 metri cubi) e ciò che pretendono i nostri “tutori”(600 mila metri cubi): 30 volte quanto consente, al massimo, il piano regolatore generale di Vicenza. Non è stato dunque né fazioso né esagerato l’ing. Pasini, direttore del settore edilizia privata, nel rilevare – tecnicamente e senza aggettivi – il contrasto fra il progetto nordamericano e la previsione dello strumento urbanistico vicentino.
Mi sono dilungato sull’argomento urbanisto al fine di rendere comprensibile a tutti una questione tecnica ma carica di altri grossi significati ed anche per consentire la piena valutazione di quanto disse il sindaco Enrico Hüllweck avanti il Co.Mi.Pa.

Hüllweck dice: “I limiti posti da Pasini sono irrilevanti”

Nella riunione del 15 giugno 2006 la nota dell’ing. Pasini venne posta subito all’attenzione del sindaco Hüllweck, presente all’incontro come osservatore. Egli, pur riconoscendo i limiti suddetti, afferma che essi sono irrilevanti perché “…il comune, in deroga a quanto sopra [la nota Pasini, ndr], esprime parere favorevole definendo tali opere necessarie per la pubblica utilità e la Difesa Nazionale (legge 898 del 24 dicembre 1976)”.
Il sindaco parla così in quella sede, ignorando la giurisprudenza in materia, senza sapere quando un’opera militare è qualificabile come opera di difesa nazionale – quindi in deroga delle norme urbanistiche. Non ha ricercato, non si é documentato. Vediamo alcune pronunce, che Hüllweck evidentemente ignorava quando fece quelle gravi affermazioni in sede Co.Mi.Pa:
1. Consiglio di Stato Sez. IV sent .6312 del 10 novembre 2005: afferma che è necessaria l’autorizzazione paesaggistica per la realizzazione di opere militari;
2. Mancando nel nostro ordinamento un’enunciazione in termini normativi e generali di “opere destinate alla difesa nazionale”, l’individuazione delle medesime opere deve essere effettuata sulla base della loro effettiva ed inequivoca destinazione alla difesa militare che si riveli da un chiaro nesso teleologico che a questa le ricolleghi.” Consiglio di Stato, Sez. IV, 27 maggio 2002, n. 2930.
3. Corte Costituzionale 1 aprile 1992 n° 150. Opere pubbliche – opere destinate alla difesa militare – esenzione dall’accertamento di conformità agli strumenti urbanistici – giustificabilità sul piano istituzionale e amministrativo – conseguenze: possibile compressione di interessi urbanistici edilizi e paesaggistici – correlata necessità di rigorosa determinazione dei criteri per la qualificazione dell’opera come destinata alla difesa militare nazionale

La base Usa è un’opera di difesa nazionale (italiana)? Evidentemente no

Il sindaco Hüllweck non era portatore di alcuna notizia, alcuna indagine, alcun riferimento che gli consentisse di enunciare dei criteri per la rigorosa qualificazione della base USA come opera di difesa nazionale. Eppure disse ugualmente quelle cose, forse un po’ pauroso, forse un po’ stravagante, forse menefreghista o annoiato. Per certo non usò criteri razionali e rigorosi di valutazione. Egli non avrebbe potuto esprimere quella opinione ufficiale perchè nessuno degli organismi elettivi comunali di Vicenza (Giunta e Consiglio comunale) si erano pronunciati. Quanto agli organi tecnici, c’è la nota di Pasini. Quindi, qualificando la base USA come un’opera di difesa nazionale, fece una affermazione abusiva, senza averne titolo.
Nonostante si trattasse della città di cui era sindaco, egli con nonchalance disse una cosa che avrebbe contribuito, con altre decisioni, a gravare Vicenza di centinaia di migliaia di metri cubi di cemento e a farne la città più “dotata” di basi USA d’Europa: un bel primato, non c’è che dire.

La difesa di Vicenza presa da estranei

In quella riunione del CoMiPa la difesa di Vicenza venne assunta da altri. Riccardo Meneghel, della Regione Veneto, ottiene, nonostante tutto, che si proceda alla lettura della nota di Pasini. Francesco Adami, sempre Regione, chiede al sindaco di “…prendere in esame l’impatto molto consistente sul territorio… i risvolti sociali e le diverse opinioni”.
Hüllweck cerca di deviare queste giuste obiezioni, che dovrebbero coinvolgerlo totalmente in quanto rappresentante di Vicenza, trasferendo le stesse su Prodi e la mancanza di “ordini” da Roma. Ma allora perché poco fa aveva dato il consenso? Egli, messo alle strette e in evidente difficoltà raccontò una storiella ridicola e ovviamente non vera:
…la cittadinanza era a conoscenza delle problematiche...”.
Le tassative – ancorchè infondate – affermazioni di Hüllweck in veste di sindaco di Vicenza bloccano qualsiasi velleità o dubbi nei confronti della base e il Co.Mi.Pa. approva la sua realizzazione nell’aeroporto Dal Molin con 10 voti favorevoli e un astenuto (Francesco Adami).

Nasce un Gruppo di Lavoro militarizzato

Sarà perchè il CoMiPa è lontano da Roma ed è composto anche da civili, sarà perché non lo si ritiene del tutto affidabile, fatto sta che le gerarchie miliari romane si fanno un loro organismo, il Gruppo di Lavoro, che – alla bisogna – avrebbe potuto essere il contraltare del Co.Mi.Pa. se avesse dato parere sfavorevole alla base. Ma soprattutto era in atto la richiesta
ripetuta dell’Office of Defense Cooperation dell’ambasciata USA in Italia che tirava il guinzaglio. Agli statunitensi interessava non tanto il sì alla base, già in tasca, quanto di mettere sul tappeto due loro urgenti esigenze: la strada a nord per ricongiungere il Dal Molin con la Ederle e la realizzazione dei sottoservizi (elettricità, acqua, fognatura ecc.); il tutto senza affrontare la questione del progetto.
Il Gruppo venne costituito il 30 aprile 2006 (prot. 141/13128/4897) dal generale di corpo d’armata Francesco Cariati, responsabile dell’ufficio infrastrutture dello Stato Maggiore della Difesa e venne formato da rappresentanti del Ministero della Difesa, del Ministero delle Infrastrutture, di Enac [Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) è l’autorità italiana di regolamentazione tecnica, certificazione e vigilanza nel settore dell’aviazione civile sottoposto al controllo del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.Esso è un ente pubblico non economico dotato di autonomia regolamentare, organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile e finanziaria], Enav, comune e provincia di Vicenza, rappresentanti USA che non erano parte costitutiva del Co.Mi.Pa.
Preso atto delle richieste, si concluse senza risultati concreti (ad es, chi paga i costosi sottoservizi?) anche perché nel frattempo il Co.Mi.Pa. veneto aveva detto sì. Va ricordato che tutte queste riunioni, inutili o fatte per mero pro-forma, costarono soldi alla pubblica amministrazione in fatto di diarie, trasferte, ecc.Fino a questo punto tanti militari e civili si trovarono a parlare nel vuoto perchè non esaminarono il progetto della base, anzi non ne parlarono proprio. Le decisioni erano già state prese. Questi comitati erano altrettante foglie di fico. Di California.

Il tassello di un mosaico, il labirinto amministrativo

Qualcuno dice: ora basta cincischiare fra Commissione e Gruppi di lavoro! Gli USA hanno fretta e reclamano l’appropriazione dell’area.
Allora il generale Resce il 17 luglio 2007 dà l’avvio alla realizzazione della base ad est, lungo via S. Antonino (il copione era già stato scritto da tempo, in inglese). Egli infatti approva che si dia inizio alla gara per la progettazione ad est. Si arriva a realizzare la base attraverso una serie di atti, nessuno dei quali autorizza apertamente la base, ma ognuno dei quali è il tassello di un mosaico. Meglio sarebbe parlare di un labirinto amministrativo, formale e farisaico perché, senza quel giro di generali e colonnelli il risultato sarebbe strato il medesimo. Almeno avremmo speso meno per parcelle, trasferte, missioni, ecc. Anche qui muore la democrazia.
Il generale Resce forse da giovane era in cavalleria e quindi sa tenere i piedi su due staffe. Mentre autorizza la base ad est egli scrive, nel medesimo atto “..che sia contemporaneamente elaborata, sempre a livello di progetto base, un’ipotesi alternativa di localizzazione dell’insediamento nell’area ad ovest…”. Forse mi sbaglio, ma mi viene in mente la dichiarazione di armistizio dell’8 settembre 1943. Anche allora a scrivere e parlare fu un generale, Pietro Badoglio, e la frase era parimenti equivoca: “Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Allora, chi era il nemico? Lavoravano per collocare quella base ad est o ad ovest?

“Carissimo George”, “Dear Romano”

Comunque i militari sono in buona compagnia perchè l’allora primo ministro Prodi così scriveva, fra altre cose, al presidente americano George W. Bush il 15 maggio 2007 (UCD/564):
“Carissimo George….In tale prospettiva (quale?, ndr) desidero confemarTi la decisione del mio Governo di dare il proprio assenso all’allargamento della base USA di Vicenza, attraverso l’utilizzazione dell’aeroporto Dal Molin della stressa città.” Mi astengo dai commenti. Però è bene informare i lettori di “Quaderni Vicentini” che il Governo italiano non prese mai quella decisione né diede mai a Prodi quel mandato. Anzi, alcuni ministri erano contrari a cedere l’area dell’aeroporto Dal Molin alla base militare USA. Con il “Carissimo George” Prodi ha barato. Lo fecero anche nel ‘500. Gli edifici USA furono poi realizzati nella parte ovest, ma di ciò parleremo nel prossimo numero.

(continua)