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I partigiani a Treschè Conca tra storia e miti

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I PARTIGIANI A TRESCHÈ CONCA TRA STORIA E MITI

Virgilio Panozzo è stato un protagonista della Resistenza dell’Altopiano di Asiago e oggi, all’età di 87 anni, vive in Australia. Maestro, geometra, studente di ingegneria a Padova, emigrò da Treschè nel 1956 e si laureò al S. A. Institute of Technology della University of South Australia nel 1963. Partigiano della Garemi, battaglione Pretto. Medaglia d’oro per meriti speciali dalla Camera di Commercio di Vicenza, cittadino onorario di Roana, autore di pubblicazioni sulla Resistenza tradotte anche in inglese, non ha mai spezzato i suoi legami con l’Altopiano e torna spesso in Italia. La lettura di un recente saggio di Giorgio Spiller sulle discusse vicende del Partigianato di Asiago lo hanno indotto a mandarci questa sua testimonianza documentata che siamo lieti di offrire all’attenzione dei nostri lettori e di tutti i testimoni interessati, contraddetti senza mezzi termini da Virgilio. Su una vicenda mai chiusa della nostra storia la discussione è dunque aperta

VIRGILIO PANOZZO

IL 15 DICEMBRE 2013 È STATO presentato presso la trattoria ‘Al Cacciatore’ di Tresché Conca un libro di Giorgio Spiller, Tresché Conca e Cavrari terre partigiane, prefazione di Benito Gramola e Francesco Binotto. L’intento dell’autore è di presentare la storia del movimento della Resistenza – almeno per quanto riguarda l’Altopiano di Asiago, che fu uno dei centri storici di quella vicentina – in una visuale “dal basso”, utile, se non necessario, complemento di quella “dall’alto”, la cosiddetta storia ufficiale. L’autore, per raggiungere questo obiettivo, ha fatto affidamento sulla collaborazione dei rari superstiti che possono narrare le vicende di quei giorni e sui pochi documenti d’epoca scovati dopo lunghe ricerche. Un lavoro meticoloso che Spiller ha intrapreso e portato a termine con evidente entusiasmo.
È noto che gran parte delle storie messe in circolazione sul partigianato di Tresché Conca, come del resto molte notizie sul movimento in altri paesi, sono frutto di opinioni che col tempo hanno finito per essere considerate fatti reali, anche se aggiornati di continuo con supposti nuovi particolari che emergono durante le lunghe serate di filò. Il risentimento, la gelosia e l’invidia hanno giocato in questa evoluzione un ruolo decisivo.
Abbiamo assistito, ad esempio, fin dal primo dopoguerra, alla pubblicazione di libri che indicavano la fondazione del movimento a Treschè Conca con mesi di anticipo rispetto alla loro data effettiva, attribuendone inoltre il merito a individui venuti da fuori e ripartiti dopo i primi approcci verso zone più affini ai loro obiettivi.
Abbiamo sentito parlare di atti di eroismo che non possono essere accreditati. E questo vale anche per quanto riguarda atti di vessazione o criminosi. Furono fatti nomi di persone indicate come autori di tali atti: più tardi, ad un’analisi più corretta, queste persone risultarono non essere state coinvolte e pertanto innocenti. Purtroppo, anche dopo che le accuse furono provate false, la macchia è rimasta.
Questo libro di Spiller segna comunque, al di là delle osservazioni che è opportuno fare di seguito, un nuovo positivo capitolo della storia. Le persone ancora vive oggi, fra quanti parteciparono al movimento della Resistenza, hanno avuto finalmente la possibilità di raccontare la “loro” storia. Sono episodi di staffette e di collaboratori che colmano indubbiamente un vuoto. Questo è positivo perché i racconti possono aiutare il lettore a farsi un’idea di quanto succedeva sia nelle contrade che nel bosco. È però un vero peccato che alcuni dei racconti che il libro di Spiller offre non descrivano le cose come sono state e mantengano in vita certi miti.
Per sfatare parte di questi miti chi scrive presenta le sue osservazioni su alcuni dei casi che egli considera fra i più eclatanti.

Il sanguinoso scontro del 27 aprile 1945

Durante l’estate del 1944 era arrivato in provincia di Vicenza il 2630 Ost-Bataillon composto quasi esclusivamente da ucraini e cosacchi che si erano arruolati per combattere a supporto delle truppe dell’Asse. Una ventina di questi arrivarono in ottobre 1944 a Treschè Conca e trovarono alloggio in una casetta vicino alla stazione ferroviaria, in contrada Fondi. Il loro compito era quello di sorvegliare la zona contro i partigiani. Di quando in quando ucraini e cosacchi si assentavano per brevi periodi dal paese per partecipare a operazioni di rastrellamento in altre zone.
Questi ucraini lasciarono il paese il 25 aprile 1945 diretti ad Arsiero, dove si sarebbero uniti ad altri compagni per fare gli ultimi preparativi prima di intraprendere la strada verso il nord, verso il ritorno a casa. Quel giorno ho visto gli ucraini partire a piedi lungo la strada del Costo diretti ad Arsiero, al seguito di quattro carrettieri che trasportavano le loro masserizie. I carrettieri ritornarono a Treschè con i carretti vuoti all’imbrunire del 26 aprile.
Il pomeriggio del 27 aprile 1945 i garibaldini della divisione Garemi, brigata Pino, battaglione Pretto, attaccarono una colonna di tedeschi che ritornavano dal fronte diretti a nord.
La battaglia ebbe un esito tragico: fu una vera carneficina, lasciò sul terreno 19 morti. Otto di questi erano partigiani caduti sul campo, due erano civili uccisi vicino alla loro abitazione e 10 gli ostaggi poi fucilati per rappresaglia. Fra gli ostaggi, uno sopravvisse. Si chiamava Vincenzo Valente: al momento della fucilazione egli si coprì il viso con un braccio che la pallottola attraversò e gli perforò l’occhio sinistro. Dopo la partenza dei tedeschi Valente si riebbe, assistito da uno studente di medicina di Cavrari e più tardi fu portato all’ospedale di Mezzaselva.

Panozzo Rosa (Rosi) Pellarin e Panozzo Teresa Zenere (Tereson)

Le due vittime civili dello scontro del 27 aprile a Treschè Conca furono Panozzo Giovanni Pellarin e sua figlia Irma di 19 anni. Alcune persone del posto hanno sempre addebitato queste due vittime ai soldati ucraini. Motivo? Secondo quanto sostiene la figlia Rosa il padre Giovanni avrebbe fatto uno sgarbo durante la loro permanenza in contrada Fondi nell’inverno 1944/45 negando a uno di loro la disponibilità della propria radio (pag. 27).
L’autore del libro tratta ampiamente della presenza, in quel 27 aprile 1945, di questi ucraini, gli stessi di fatto partiti dalla contrada Fondi nella tarda mattinata del giorno 25, due giorni prima, diretti ad Arsiero.
Rosa Panozzo Pellarin, figlia e sorella delle due vittime, era allora appena quindicenne. Oggi può raccontare a Giorgio Spiller la sua storia di sessantotto anni prima arricchendola con molti “si dice” nati e cresciuti durante questo lungo periodo di tempo.
In casa, oltre a Rosa, c’erano altre persone che vi si erano rifugiate prima dello scontro. La sorella di Rosa, Giovanna, aveva trascorso l’interminabile tempo della sparatoria rinchiusa nel gabinetto costruito dal padre dietro la casa. Una delle persone allora presenti in casa insieme a Rosa è stata Panozzo Teresa, una donna di un certo livello sociale e culturale, nella cui deposizione resa ai membri della Commissione Americana d’inchiesta il 27 luglio 1945 dichiarò che ad entrare nella casa della Rosa furono soldati tedeschi e che lo fecero per invitare i presenti ad andare a vedere i loro (tedeschi) morti già caricati sui camion (pagg. 214-217). Quando Teresa rese testimonianza sulle vicende di quella tragica giornata erano trascorsi solo tre mesi dal fatto. Il ricordo era ancora palpitante. Se in casa fossero entrati anche soldati ucraini lei li avrebbe visti e riconosciuti dalla divisa. Lei fece capire che di ucraini o russi aveva solo sentito parlare dalla gente del paese ma quel giorno lei personalmente non ne aveva visto neppure uno.

Come possono 20 ucraini partire da Treschè il 25 per Arsiero e tornare il 27 sull’Altopiano?

Quando Teresa uscì, seguendo l’invito dei tedeschi, vide alcuni soldati che venivano dai Cavrari e che si dirigevano verso i loro automezzi in sosta lungo la strada provinciale e li riconobbe come russi e tedeschi. Prima di allora, chiusa in casa, non poteva avere visto nulla.
Quei soldati che lei vide camminare sulla strada non potevano essere che quelli che ritornavano dopo aver partecipato alla battaglia e fra loro anche quanti avevano preso parte alla fucilazione degli ostaggi vicino all’osteria “Alla Riva”. L’autore del libro identifica invece in quei soldati gli ucraini che erano partiti da Treschè Conca il giorno 25 diretti ad Arsiero, da dove avrebbero dovuto partire con tutti gli altri ucraini proprio quel giorno, 27 aprile, per Pedescala.
Spiller li fa arrivare da Canove, la direzione opposta a quella seguita da tutti i soldati che venivano dal fronte diretti a casa. Supponendo che questi fossero gli ucraini partiti per Arsiero il giorno 25, l’autore non si pone domande.
Se quei venti ucraini sono andati ad Arsiero il 25, come potevano essere ancora sull’Altopiano il 27? In ogni caso: quale strada avrebbero dovuto seguire per tornare non visti sull’Altopiano? La strada del Piovan, che porta sull’Altopiano da Pedescala era fuori questione perché era in mano ai garibaldini dal giorno 26, quando gli uomini della Pino avevano attaccato i russi già di stanza nei paesi alla destra della Val d’Assa mentre scendevano verso Pedescala con i loro carrettoni trainati da cavalli. La strada del Costo era l’unica che restava a loro disposizione e per fare questo avrebbero dovuto arrivare fino a Mosson, o sul Costo, e poi fare l’autostop.
Siccome non disponevano di automezzi propri, avrebbero dovuto arrivare a Mosson o sul Costo a piedi e aspettare che arrivassero mezzi tedeschi dal fronte per domandare loro un passaggio col rischio che questi, invece di fermarsi ad aiutarli, aprissero su di loro il fuoco temendo un’imboscata.
Le memorie di don Carlo Frigo pubblicate con il titolo Mosson e oltre ricordano il passaggio per Mosson della colonna che fu attaccata a Treschè Conca ma non dicono che questa si fermò in paese. La presenza di ucraini è inattendibile e si basa solo sul racconto di Rosa e sulla dichiarazione di Panozzo Teresa che definì come tedeschi e russi i soldati che lei vide sulla strada provinciale a duecento metri di distanza quando uscì di casa.
L’autore del libro parla della presenza degli ucraini come di un dato di fatto quando scrive: “I russi avevano lasciato Treschè il 25; la presenza di Giova il 27 aprile è la prova che ritornarono a Treschè. Quel mattino c’è stata una colonna di russi che proveniva nel senso opposto da Canove e si è incontrata con quella tedesca” (pag. 32). Siccome la prima colonna era arrivata da Canove al mattino e la seconda, quella dal fronte, solo verso le quattro del pomeriggio, dove si erano accampati, o nascosti, gli ucraini del mattino per tutto quel tempo senza essere visti da nessuno, né dai partigiani né dai contadini che incominciavano già a fare i primi lavori nei campi? E perché, dopo essere partiti per tornare in patria il 25 aprile, avrebbero dovuto tornare sui loro passi a Treschè il 27?

Ivan, il fidanzatino di Irma, la madre di Teresa e la zuppa di zucca

L’autore non cerca di scoprire o capire quale potesse essere questa ragione. Il racconto di Rosa sembra suggerire che gli ucraini sarebbero ritornati a Treschè Conca per vendicare uno sgarbo quando dice: “.. Mio padre lo hanno ucciso come un cane dietro casa, sotto i miei occhi…..Il russo lo guardava e gli ha dato il secondo colpo di grazia. Il russo che lo ha ucciso era tutto pieno di foruncoli; l’ho riconosciuto: era lo stesso che voleva rubarci la radio” (pag. 30). Questo ucraino, secondo il racconto di Rosa, sarebbe quindi tornato, in un territorio minato e impossibile, per mantenere la promessa-minaccia ad uno sgarbo di così poco conto (pag. 27)? Teresa Panozzo era però nella stanza con lei e non vide nulla di quanto accadeva fuori, quindi, pur essendo con lei, non vide nulla di quanto Rosa dice di aver visto. Com’è possibile?
Rosa e Teresa uscirono assieme sulla strada seguendo i “tedeschi”. Dopo aver oltrepassato la colonna in sosta lungo la provinciale, Rosa si sedette su dei tronchi di legname dove un russo, Giova (Ivan?), il fidanzatino della sorella Irma, l’avrebbe avvicinata e le avrebbe parlato. Nessuno ha mai detto, fino ad oggi, di averlo visto, neppure Teresa che era con Rosa. Più tardi, racconta sempre Rosa, la madre di Teresa le offrì un piatto di zuppa fatta con la zucca. Sembra che lei non l’abbia mangiata perché non le piaceva la zucca.
Ci sono due problemi nell’ultima parte del racconto di Rosa. Il primo è che sul luogo dove lei dice di essersi seduta su tronchi di piante (forse della segheria nata oltre 20 anni più tardi?) c’era solo una corte di bocce in disuso ancora dall’inizio della guerra. Il secondo è che la donna che le offrì la zuppa, Panozzo Angela, madre di Teresa, era morta cinque anni prima, il 5 aprile 1940.

Il maresciallo Willie, ucraino?

Il comandante degli ucraini durante la loro permanenza in contrada Fondi era un tedesco conosciuto come maresciallo Willie. Valente Vincenzo, l’unico sopravvissuto alla fucilazione, sostenne di averlo riconosciuto durante la battaglia e non esitò a indicarlo come uno di quelli che dirigevano le operazioni di rappresaglia partecipando anche all’arresto degli ostaggi che poi sarebbero stati fucilati (pag. 213). È stata però l’unica persona a sostenere la sua presenza.
La letteratura che tratta dell’eccidio di Pedescala di qualche giorno dopo (30 aprile, 1 e 2 maggio) fa menzione che dopo la partenza delle truppe ucraine da Pedescala nella notte fra il 28 e il 29 aprile, fra le carte lasciate dagli ucraini e raccolte dalla popolazione fu trovato anche un documento intitolato ad un certo maresciallo Willie: era quello citato da alcuni testimoni come il capo degli ucraini che parteciparono all’eccidio di Treschè Conca o si trattava solo di un caso di omonimia?

Il barba: Panozzo Eugenio

Le dichiarazioni di questo partigiano forniscono un esempio del rischio che si corre nel fare affidamento sui racconti personali senza appurare certi particolari. L’autore si proponeva di farlo, ma la morte dell’intervistato glielo impedì.
Quando parla del suo servizio militare da recluta l’intervistato ha buona memoria, ma del pomeriggio di quel 26 aprile a Treschè Conca egli dà una versione rocambolesca, solo parzialmente sostenuta dai testimoni ancora in vita (pagg. 15-17). Manca l’intervista relativa alla battaglia del 27 aprile 1945. Il suo racconto sul partigianato è confuso, specialmente quello
relativo al periodo dicembre 1944-aprile 1945.
Egli afferma di essere stato arrestato prima del Natale 1944, quando ritornò a casa per la morte della nonna, sorvolando sul fatto che il 10 febbraio 1945 egli si sarebbe unito in matrimonio con Panozzo Clementina nella chiesa parrocchiale di Treschè Conca. Celebrante: don Ernesto Vialetto. Solo qualche tempo dopo egli era stato arrestato e portato a Piovene da dove, assieme ad altri giovani di Treschè Conca e Cesuna, era stato portato a Verona e arruolato nella Flak.
Aveva disertato verso il 20 aprile arrivando a casa a piedi, giusto in tempo per partecipare all’insurrezione. La storia del suo imprigionamento a Marano Vicentino non regge e rievoca i suoi ricordi di recluta a S. Bonifacio. I tedeschi non davano certamente licenze premio ai prigionieri che si sposavano. Manca la parte della intervista sulla battaglia del giorno
27 ma è risaputo che partecipò allo scontro e che quando le cose si fecero serie egli saltò i reticolati che fiancheggiavano la Strada di Ronco Capra e infilò la prima valletta dirigendosi a grande velocità verso la Val d’Assa.

Romeo Covolo e Marina Covolo Rigoni

Messa a tacere ancora alla fine degli anni Novanta la pretesa di aver dato assistenza a quattro prigionieri, due inglesi e due neozelandesi, sulla Forcella, in comune di Cogollo, (vedi P. Gios, Controversie sulla Resistenza ad Asiago e in Altopiano, pagg.72-73) i familiari del comandante partigiano Broca sono tornati alla carica con la notizia-sorpresa della loro assistenza data a tre prigionieri inglesi trovati dal loro congiunto in un anfratto del Bosco Nero l’8 aprile 1944, accreditando allo stesso tempo al loro congiunto il merito della fondazione del movimento di resistenza di Treschè Conca (pagg.131-132).
Uno dei prigionieri di cui sopra era ferito e sanguinava molto.
Secondo la loro versione, furono preparate bende per medicarlo e si provvide anche al loro mantenimento: i cibi arrivavano da Asiago ogni mattina col treno e venivano posti sotto la pensilina (che non è mai esistita).
Secondo il racconto, i tre furono assistiti solo per cinque giorni perché il giorno 13 essi furono accompagnati verso il Pasubio (a piedi) da un gruppo di partigiani del CLC/7C nonostante uno fosse ferito e sofferente. Nessuno aveva avuto occasione di incontrarli e nessuno ne aveva mai sentito parlare prima di adesso. Il fatto è confermato dal figlio Romeo, classe 1952 (pag.131).
La vedova del partigiano Broca prosegue il suo racconto dicendo che verso le ore 20 del giorno 20 aprile i fascisti avevano avvertito la popolazione di
Treschè Conca che il loro comando aveva deciso di bruciare il paese (forse come rappresaglia per l’assalto al treno al Dosso della Pendola il 12 aprile) e che tutti gli abitanti avevano portato sui prati le loro masserizie. Poco prima della mezzanotte era arrivato un contrordine e le persone avevano potuto riportare in casa le loro cose (pag.138). Anche lei il mattino dopo, con l’aiuto del suocero arrivato da Canove, aveva riportato in casa le sue, tutte inzuppate dall’abbondante pioggia caduta durante la notte e lo stesso giorno si era trasferita per andare ad abitare in casa del suocero a Canove. Questo fatto, in realtà, avvenne il primo settembre 1944, in seguito al sequestro di Giuseppe Gaudenzio del 30 agosto, quando lei abitava a Canove già da qualche mese. Ne aveva certo sentito parlare.
La signora parla dell’assalto al treno al Dosso della Pendola e cita la data del 19 aprile mentre altri parlano del giorno 20. I documenti della GNR, consultati da Emilio Franzina per la preparazione del suo La provincia più agitata parlano del giorno 12 e questo giustificherebbe la data del 13 aprile come quella in cui il marito avrebbe preso la strada del bosco. Rimanere a casa dopo essere stato riconosciuto durante l’assalto era come voler commettere suicidio. A questo punto lei aggiunge che suo marito portò con sé una ventina di giovani sul monte Cengio e diede così origine al movimento partigiano locale (pag. 132).
Il movimento partigiano di Treschè Conca, invece, era nato ancora il giorno 8 marzo quando i giovani del paese erano partiti per il distretto militare. Arrivati alla garritta i giovani erano saltati dal treno e si erano diretti al forte Corbin che divenne la loro caserma. Con loro c’era anche Spiridione, il loro capo.

Tempesta: Renzo Ghiotto

Sono passati oltre sessantotto anni dal lontano 1944 ma questo comandante conserva bene i suoi ricordi di quei giorni e non manca di lanciare qualche frecciata, anche se ingiustificata, nei riguardi dei suoi compagni di allora. Il suo riferimento al Matta, tanto per citare un esempio, non corrisponde al vero. Matta non fu mai mandato nel Trentino a compiere atti di sabotaggio (pag.160) e le poche volte che andò da quelle parti lo fece nel gruppo agli ordini di Cervo per procurare vettovaglie (carne). Il giorno 9 settembre del 1944 egli partecipò allo scontro con i tedeschi a Luserna.
L’espulsione del Matta dalla brigata (pag.160) è contraddetta da un documento della brigata stessa (pag. 179). Come quasi tutti i partigiani del battaglione Pretto, anche Matta trascorse l’inverno alle dipendenze della Todt ma era già presente fra i combattenti ancora a marzo e con la qualifica di “commissario di distaccamento”.
La presenza di Tempesta sul campo il giorno 27 (pagg.164-165) è negata dal partigiano Tosca che dice questo: “All’attacco non c’era nessuno dei capi. Se c’erano i capi, io credo che i partigiani non avrebbero attaccato” (pagg. 56-57).
La cosa che più colpisce dell’intervista di Tempesta, se correttamente riportata, è la facilità con la quale Marte disponeva della vita di altri: la sua decisione era inoppugnabile e non dava all’imputato la possibilità di presentare il suo caso per difendersi (pagg.173-174). Inoltre, come aveva fatto la vittima del giorno seguire il suo sicario verso una destinazione ignota se il suo “giudice” gli aveva ucciso il cane davanti agli occhi?

Valmarana: Brunello Adriano

Il ritrovamento dei resti mortali del Gaudenzio, eliminato come spia il 31 agosto 1944 in Val di Barco dai garibaldini della Pino, ebbe luogo in data posteriore a quella citata dal testimone a pag.175.
Questi sono i fatti:
Il giorno 19 marzo 1950, domenica, partiva per l’Australia Panozzo Daniele, alias Spiridione. Fra i suoi compagni di viaggio c’era anche Slaviero Augusto, alias Blasco, altro partigiano della brigata Pino.
Prima della sua partenza Spiridione aveva dato ad un caro amico, ex commilitone della divisione Pusteria, indicazioni precise sul luogo dove il Gaudenzio era stato sepolto e lo aveva pregato di andare sul posto e, una volta verificata la presenza dei resti umani, di avvisare le autorità di competenza affinché quei resti ricevessero degna sepoltura.
L’amico fece quanto richiesto ed assolse il suo impegno informando del ritrovamento le autorità. Queste a loro volta fecero affiggere ai muri un manifesto chiedendo informazioni per poter avvisare i parenti. Una sola persona del luogo si recò in caserma dei carabinieri di Canove con le informazioni richieste e dopo qualche giorno i familiari vennero a raccogliere le spoglie e ripartirono col mesto carico.
Il fatto era stato ricordato già nel 2000 a pagina 183 di Clero, guerra e Resistenza nelle relazioni dei parroci di Mons. Pierantonio Gios.
Il maestro citato nel racconto non aveva mai insegnato nella scuola del Dosso, dove, fra l’altro, ci furono sempre e solo le prime tre classi elementari fino all’anno scolastico 1951/52. La quarta classe fu introdotta soltanto nell’anno scolastico 1952/53. Gli altri punti trattati nella sua intervista non meritano nemmeno di essere presi in considerazione.

De Guio Guido Puski – Il carretto di Scapin diventa un bar

Questo testimone è stato tenuto per ultimo perché rappresenta la glassa sulla torta. Il suo racconto ha dell’incredibile. L’ultima favola del secolo ventesimo. Rileggendo Aprile 1945 sul pianoro del Cengio di Panozzo Romano viene da sospettare che questo testimone abbia letto quello che sta scritto alle pagine 32-33 di quel volumetto e che abbia usufruito di parte di quel racconto per infiorire il suo e renderlo attraente, mettendo così anch’egli il suo pizzico di sale nella zuppa.