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Marco Goldin Mayer, Monet, il ritorno

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MARCO GOLDIN MAYER, MONET, IL RITORNO

Gallina dalle uova d’oro? La metafora è corretta. Poi bisogna capire chi è il tesoriere di cotanta ricchezza. Linea d’Ombra, società di un solo socio, con un solo amministratore, un solo curatore di mostre e cataloghi, alias Marco Goldin, scende ancora una volta in Basilica con una mostra ticket (anzi, repetita iuvant) con Verona, imperniata sul grande Monet che annuncia, dopo i volti e gli occhi che andavano da Raffaello a Picasso, una straordinaria storia del paesaggio. E il comune di Vicenza? Assiste al trionfo. Offre gratis la Basilica del sommo architetto, gli fa le strutture, e lascia a Goldin sia l’oro che le spezie. Vediamo il come e il perché di questa strana storia

PINO DATO

IN UN ARTICOLO INVIATO A METÀ gennaio scorso a “Nuova Vicenza” a conclusione della mega mostra Raffaello verso Picasso, in sintesi blandita, adulata, vezzeggiata da tanti stupefatti interpreti di movimenti sociali e culturali contemporanei e goduta dal pubblico vicentino accorso in massa nella rinnovata Basilica, avevo definito Marco Goldin, impresario unico dell’allestimento, una compiaciuta gallina dalle uova d’oro. Perché? Perché questo faso-tuto-mi-man di veneta coerentissima estrazione mentale, dopo aver accumulato utili con le sue iniziative a Treviso e in altre cittadine ansiose d’arte e visibilità, era riuscito nell’impresa, dai primi dati di affluenza in possesso, anche nella spesso catatonica (dal greco katátonos [che tende in giù]) città di Vicenza. Impresa sublime per assessori e sindaco Variati. Impresa meno sublime, tuttavia, per altri originali aspetti che l’attualità induce a riassumere dal momento che ora sappiamo tutti con largo anticipo che la storia, con questo moderno anfitrione dell’arte a largo spettro pubblico, per la mite città di Vicenza, continua.
Il richiamo di quasi-identità semantica giocato nel titolo è, se vogliamo, poco più che infantile, ma l’eco, a parte l’affinità lessicale del cognome, si sostanzia innanzitutto nel monopolio dell’arte di “presentare”. Dai film del colosso distributivo di Hollywood alle mega mostre di due mesi e di code di affamati clienti di Goldin il passo è relativamente breve. Immagino già le repliche: esagerazione. Ma non è così. E mi spiego.

Raffaello verso Picasso? Più che un titolo, uno slogan

Cominciamo dai fatti. Le mostre di Goldin non sono un successo della cultura dell’arte. I critici non le hanno particolarmente amate. Ma resto poco in questo territorio. Quanto basta. Torniamo a Raffaello verso Picasso. In un racconto, in un articolo, in un libro, in un saggio, il titolo è importante. Non è una cornice sciocca. È uno strumento anticipatore del testo. È la sua sintesi. È (direi) la sua misteriosa identità. Insomma: è molto.
Ma Raffaello verso Picasso non era un titolo, bensì uno slogan. Era un bellissimo, impagliato, uccello da richiamo. Era uno specchietto per le allodole. Il cacciatore Goldin conosce le debolezze delle sue prede e le sa attirare a valle. Poi, la sua mira è infallibile. C’era poco, in mostra, sia di Raffaello che di Picasso. Ma, al limite, questo poteva starci. Era il contenuto a mancare. Era il tragitto. Questo Raffaello che metaforicamente andava verso Picasso avrebbe dovuto farlo con gambe forti e occhi limpidi, chiari, riconoscibili. Niente di tutto questo. Per strada Raffaello si smarriva, e quando lo spettatore arrivava trafelato a Picasso il messaggio sfuggiva del tutto e si sentiva in trappola. L’uccellospettatore era una preda e basta.
La conferma di questo falso tragitto la diede un mese e mezzo scarso più tardi lo stesso Goldin quando, impunemente (senza pena, né da critici, ormai sfibrati di fronte al successo, né da pubblico, che diventa in questi casi preda per antonomasia e non giudice) propose la stessa ‘identica’ mostra al Palazzo della Gran Guardia di Verona con un titolo, anzi uno slogan, completamente diverso: Da Botticelli a Matisse. Stesse opere, stessi occhi, stessi capitoli del libro-catalogo della mostra vicentina, stessa dedica alla mamma (di Goldin) da Cison di Valmarino.
Ammettiamolo: l’impudenza, sul piano artistico, è grande. Al punto che non si sa se ammirarla come si ammira – pur disapprovandolo – il geniale autore di un rififi o semplicemente scandalizzarsi. Ora, la società italiana consolidata dalla storia dell’ultimo ventennio privilegia il successo come unico comun denominatore di valore. È il caso di Marco Goldin, che ha trovato per strada più estimatori che detrattori. La gallina dalle uova d’oro vale un monumento nell’anno di grazia 2013, a maggior ragione nella sonnacchiosa Vicenza. Le opinioni sono opinioni e non è buona educazione cercare di cambiarle. Ma il significato delle cose non è eludibile. Dice Variati: a me piace Goldin perché a Vicenza porta gente che altrimenti non verrebbe. E’ un’opinione legittima. Ma ciò non ci esime dall’approfondire: le ragioni di un successo, i suoi falsi miti, le sue contraddizioni economiche (le quali, quando c’è di mezzo un ente pubblico, non possono non valere). Andiamo per ordine.

Staffetta da schei: Raffaello diventa Botticelli, Matisse rileva Picasso

Torno per un attimo alla veronese Da Botticelli a Matisse. Insomma, pensare che Botticelli si sostituisca a Raffaello e Matisse a Picasso, così su due piedi, lasciando l’ipotetico artistico tragitto (chissà perché questi commercianti dell’arte come affare di massa pensano sempre che ci sia qualcuno che sta andando verso qualcun altro…) praticamente identico, non è solo un inganno, è una facezia. Ora, una facezia commerciale, se alla gente piace perché le permette di muoversi e “vedere”, possiamo anche accettarla con il sorriso. Ma poiché c’è di mezzo la grande arte, che è una delle poche cose serie che il mondo ha trasmesso a se stesso, dopo guerre, atrocità, roghi di infedeli, libri all’indice, gulag e campi di concentramento, non possiamo impedirci di alzare le antenne. Il successo economico (poi vedremo di chi) e della gente che va in gita a “vedere” non può affascinarci fino a questo punto.
Marco Goldin, lasciando il tragitto praticamente intonso, e sostituendo a due nomi di grandissimi miti i nomi di altri due grandissimi miti senza pagare dazio morale, ha messo in opera un risibile mezzuccio da periferia dell’arte. E poi, magari perché obbligato dai proprietari delle opere o per motivi logistico-assicurativi (non certo per motivi estetico-gnostici) ha operato anche tre/quattro sostituzioni, nel totale delle 89 opere proposte prima a Vicenza e poi a Verona.
Dalla mostra di Vicenza ha tolto: 1. Giovanni Bellini (Crocifisso con cimitero ebraico), 2. Tiziano (Ritratto del doge Marcantonio Trevisani), 3. Raffaello (Ritratto di giovane 1503/1504), 4. Giorgione (Ritratto di giovane, 1510). E a Verona li ha sostituiti con: Antonello da Messina (Crocifisso 1465/1470), Van Eyck (Ritratto di uomo con copricapo azzurro), Memling (Ritratto di donna in preghiera, 1490).
Da bravo, previdente, allenatore, Goldin aveva pronte le sostituzioni. La squadra non ne ha sofferto granché (anche perché le altre 85 opere hanno ‘giocato’ entrambi i tempi). A Verona il pubblico è stato meno numeroso che a Vicenza. Ma un motivo c’è: molti veronesi avevano già visto la partita a Vicenza.

La linea d’ombra? Si allunga

Che l’arte debba essere assimilata – nei giudizi di chi accetta titoli senzasenso critico, mostre senza senso logico, rapporti senza correlazioni storiche – a una partita di calcio da 100 mila spettatori al Bernabeu di Madrid, questo, con tutto il rispetto, non possiamo accettarlo.
Ma perché accade, infine? La risposta è pronta: per motivi economici. I protagonisti sono due, come sappiamo: il comune di Vicenza da un lato, Marco Goldin e la sua Linea d’Ombra, dall’altro. Una specie di sodalizio, a questo punto, visto che è annunciata la seconda tappa di un tragitto che non finirà qui: Verso Monet, prevista dal 22 febbraio al 4 maggio 2014 in Basilica Palladiana, ma stavolta gregaria della stessa mostra a Verona, aperta il 26 ottobre e che si concluderà l’8 febbraio 2014. L’anno dopo le due città invertono le date, l’equilibrio commerciale di Goldin esigeva stavolta di privilegiare Verona. Nel 2015 si vedrà.
Il narcisismo di Goldin semplifica l’affare del Comune rappresentato da un prudentissimo Variati. C’è solo lui in campo. Lo ripetiamo, per chi non lo sapesse: chi allestisce le mostre è giuridicamente una società a responsabilità limitata unipersonale, Linea d’Ombra. Socio unico: lui, Goldin. Amministratore unico: lui, Goldin. Poi, last but not least: Il curatore generale delle mostre? Lui, Goldin. Il redattore del catalogo in vendita? Lui, Goldin.
La lettura del verbale di Assemblea Generale Ordinaria di Linea d’Ombra srl, svoltasi il 23 gennaio 2013 per approvare il bilancio chiuso al 31 luglio 2012 (31.7.2011 – 31.7.2012), regolarmente pubblico a termini di legge, suscita in abbrivio un involontario soprassalto di ilarità quando si legge: “Assume la presidenza dell’Assemblea ai sensi di Statuto, il signor Marco Goldin, nella sua qualità di Amministratore Unico, il quale constata e fa constatare la presenza dell’unico socio portatore l’intero capitale sociale e di esso Amministratore unico. Il presidente dichiara quindi valida l’Assemblea così costituita in forma totalitaria e passa alla trattazione …”
Dopo essermi chiesto come potrebbe una simile assemblea non essere totalitaria, devo dire che il responsabile primo dell’ilarità non è Goldin, ma il capitalismo, che con l’invenzione della personalità giuridica ha creato un soggetto che non esiste ma che esiste: l’ossimoro è la società in quanto tale.
Se i soggetti sono tanti (soci, amministratori), l’ilarità è trattenuta. Ma se è uno per tutti e tutti per uno, non si può non sperare che Goldin quel iorno abbia sistemato in ufficio almeno due specchi, uno per il socio, l’altro per l’amministratore, mentre lui, in persona, faceva il presidente. Utili gli specchi soprattutto quando si legge, più avanti, che l’assemblea, dopo
attento esame (…) delibera di approvare il bilancio e “di dare il più ampio scarico ed esonero da qualsiasi responsabilità nei confronti dell’Organo Amministrativo per ogni e qualsiasi operazione, o fatto, di gestione, posto in essere nell’esercizio e riflettuto nel bilancio testè approvato”. Goldin solleva Goldin da qualsiasi responsabilità civile o penale e lo assolve. A prescindere. Qui almeno uno specchio serviva proprio.

Arte e immobili: e la figlia mangia la madre

Il bilancio di Linea d’Ombra, narcisismo a parte, è utile per capire con chi il buon Variati ha avuto a che fare e con chi avrà a che fare per il prossimo futuro. Mi auguro che l’assessorato competente ne sia già in possesso, perché un Ente pubblico non può fare affari con chi non conosce. Se non lo conosce, è un piacere per QV poterglielo informalmente fornire.
Due circostanze balzerebbero agli occhi anche al più sprovveduto degli analisti: la prima, il capitale sociale irrisorio (20.000 euro) in rapporto al fatturato prodotto (10 milioni di euro corrispondente all’organizzazione di tre mostre, a Genova, Rimini, Passariano); la seconda, l’avvenimento patrimonialmente più rilevante dell’esercizio, e cioè l’operazione di fusione per incorporazione della società Ibiscus, la cui attività è immobiliare, dentro la società unipersonale (con 20 mila euro di CS) Linea d’Ombra srl. La cosa più sorprendente è che l’incorporante (Linea d’Ombra) era posseduta al 100% da Ibiscus (che diventa incorporata). Si può fare, secondo il codice: ma è raro. La figlia mangia la madre, insomma. Un bel tema d’arte per Goldin.
Quest’ultimo fatto determina molte conseguenze a catena. Linea d’Ombra, oltre che società di servizi d’arte, diventa immobiliarista. Niente di male, ma è giusto sottolinearlo, perché Goldin sta diventando un partner fisso dell’ente comunale vicentino. Infatti, nel bilancio pubblicato, il primo dopo la fusione, ci sono alcune voci all’apparenza incomprensibili e che la relazione degli amministratori (pardon, di Goldin) non spiega: 8 milioni e passa di rimanenze a fronte di 154 mila dell’esercizio precedente. L’amministratore non si esprime ma c’è solo una spiegazione logica: è la dote immobiliare (lavori edili in corso) portata da Ibiscus, che porta in sintesi un avanzo di fusione di oltre 2 milioni di euro (va a patrimonio netto).
Poi, il fatturato. Indubbiamente rilevante per sole tre mostre organizzate (e siamo ansiosi di conoscere quello che Linea d’Ombra approverà a gennaio 2014 e che includerà Raffaello verso Picasso) ma la nota integrativa del signor Goldin si guarda bene dall’illustrare a soci e terzi (è questo lo scopo di un bilancio pubblico di società di capitale) che cosa costituisce il valore della produzione (10 milioni 333.486 euro). La nota si limita a giustificarsi (sembra sapere che avrebbe dovuto farlo) con una formula burocratica che nulla spiega: “Poiché non esistono differenze significative tra diversi tipi di ricavo, uniformandoci alla richiesta dell’art. 2427 numero 10, non risulta necessario presentare il dettaglio dei ricavi che riguardano differenti linee di produzione. Inoltre, dato che lo sbocco dei prodotti avviene entro il territorio nazionale (Centro-Nord) non si ritiene significativo proporre alcuna distinzione in base alle zone di vendita.”

I ricavi? Uniformi, troppo uniformi

Nella perfetta imitazione della Sibilla il buon Goldin dichiara e non dichiara. Però questo è troppo. D’accordo che i ricavi saranno uniformi. D’accordo che non ci saranno distinzioni da fare. Ma il tutto cos’è? Incassi diretti dal pubblico delle mostre? Sovvenzioni a fondo perduto? Regalie? E’ troppo laconico anche ai sensi del più asciutto rispetto delle norme di legge. Anche perché il valore della produzione comprende, oltre ai famosi ricavi uniformi, altre voci non spiegate. Lo dice chiaramente il documento del conto economico. Variazioni in meno delle rimanenze di prodotti in corso di lavorazione (-464.775). Si tratta chiaramente di rimanenze appartenenti alla immobiliare Ibiscus incorporata, poi diminuite di tale importo, dal momento che la figlia Linea d’Ombra, che diventa mamma, ne aveva nel precedente esercizio solo 154.669.
Poi però si scopre (sempre leggendo il conto economico) che questa diminuzione di rimanenze si annulla con un pari importo di segno positivo denominato Contributi in Conto Esercizio. Perché Goldin non spiega cos’è il meno e cosa il più? Poi c’è un’altra voce denominata Altri (ricavi) di euro 971.142. Se sono Altri non sono Uniformi. Perché non spiega al colto e all’inclita di cosa si tratta? Ultima notazione sui ricavi: non è significativo geograficamente un ricavo conseguito a Rimini, rispetto ad uno conseguito a Genova? Capirei se uno fosse di Torri e l’altro di Lerino. Ma tra Rimini e Genova c’è qualche differenza che meriterebbe di essere sottolineata. Non parliamo poi di Passariano (Udine). Nel prossimo bilancio ci saranno Verona e Vicenza. Con questo criterio, nessuna differenza: ricavi uniformi.
Qualche osservazione meritano anche i costi. Significativo un rilievo su tutti: per produrre 10 milioni di euro di fatturato Goldin paga compensi a collaboratori, lui compreso, per 1.314.325: una produttività del lavoro unica e rara. I magrissimi 116.086 di oneri sociali stanno a dire a sufficienza che la Goldin Mayer utilizza soprattutto se non esclusivamente lavoro temporaneo. Certo, la voce Compensi a collaboratori esposta in nota integrativa (86.226 euro) è di una magrezza impressionante. Le consulenze professionali e tecniche ammontano a 328 mila euro. Mentre le voci più alte sono sempre quelle generiche: Altri Servizi, 534.513 euro.

700 mila euro di cassoni. A carico dei vicentini

E veniamo alle cose di casa nostra. L’analisi dell’ultimo bilancio approvato e pubblicato dalla Linea d’Ombra ci è utile per capire la struttura imprenditoriale con cui questo partner ormai fisso del comune di Vicenza opera. La vicenda della mostra Raffaello verso Picasso non è ancora archiviata.
Tutti abbiamo sottolineato due circostanze: il successo indiscutibile della mostra e la nebulosità delle sue cifre. Forse oggi abbiamo qualche numero e qualche sensazione in più. Non possiamo ancora trarre un bilancio definitivo ma ci stiamo avvicinando. La prossima mostra Verso Monet potrà essere forse vista sotto una luce diversa fin dall’inizio.
A manifestazione conclusa in Consiglio comunale qualche consigliere ha chiesto a Variati e a Bulgarini d’Elci (assessore competente e vice sindaco) lumi sugli incassi. Non li hanno dati. Oggi sappiamo perché. Non avevano incassi da dichiarare, perché appartenevano in toto al valore della produzione della Goldin Mayer. Erano insomma di proprietà di Goldin. Bastava dirlo e spiegarlo. Sarebbe bastato anche imporre al signor Goldin una percentuale sugli incassi a partire da un certo numero di spettatori o, meglio ancora, in assoluto su tutti i biglietti venduti. Non è stato fatto.
L’unico a ricavare direttamente dal pubblico denaro sonante è stato Goldin. Vicenza è stata a guardare.
Andiamo avanti. Per fare le strutture (i cassoni) che esponevano le opere e creavano il famoso percorso del buon Raffaello verso il buon Picasso ci sono voluti 700 mila euro. Pagati interamente dal comune di Vicenza. Siccome lo scopo di questo articolo non è scoprire altarini ma analizzare fatti (commentandoli) attendiamo precisazioni. Più o meno risultano 700 mila. Uno può dire: sono una struttura, sono di proprietà della Basilica, sono un investimento. Non è vero. Serviranno a mala pena per la Monet (magari con qualche integrazione) e poi non potranno essere utilizzati per altre mostre (speriamo gestite da qualcun altro). Costo secco per il comune. Saranno questi i 350 mila euro (700 mila diviso due anni) che il buon Bulgarini ha dichiarato essere stati sostenuti dal Comune di Vicenza? C’è di che essere allibiti.

Arriva la Cariverona. Si forma un magico quartetto d’archi

Proviamo a riassumere. Il signor Goldin ha ricevuto in grazioso dono dalla città di Vicenza la Basilica Palladiana ristrutturata e splendente nuova di zecca. Un’attrazione di valore (commerciale e di attrazione) almeno pari al percorso di Raffaello verso Picasso, questo lo abbiamo sottolineato tutti. Se a generare gli incassi è metà Basilica metà Mostra il buon senso direbbe che anche i ricavi andrebbero divisi a metà. E così i costi di allestimento (i cassoni).
Invece Variati e Bulgarini che fanno? Danno in omaggio la Basilica a Goldin, gratis, senza alcun pagamento per l’utilizzo di cotanti e cotali spazi (roba da Corte dei Conti), gli comprano le strutture, gli lasciano carta bianca per il ricco catalogo e lo autorizzano a venderselo in spazi appositi lasciandogli l’incasso di tutto il ricavato e poi esultano di fronte alla popolazione che rappresentano dicendo: avete visto quanta gente abbiamo attirato? L’argomento della gente che non solo le mostre di Goldin attirano è troppo importante per essere trattato in questa sede. Sorvoliamo. Resta il nocciolo della questione, i rapporti con una società che già nel passato si era trovata a gestire conflitti di vario tipo con amministrazioni comunali (Treviso, Brescia, Verona) e che ora sembra essere in primo (direi esclusivo) piano di lavoro con il comune di Vicenza.
Restano ancora mille cose da chiarire (e lo faremo). Va ricordato, a margine (ma neanche tanto), lo strano ruolo che nelle doppie mostre Vicenza – Verona con Goldin ha giocato la Fondazione Cariverona. In Italia, da quando il buon Giuliano Amato ha liberato graziosamente le Fondazioni bancarie da tanti lacci e altrettanti lacciuoli sembra che quando si nomina una Fondazione ci si avvicini al mistero della Santissima Trinità. Sono san-tificate solo per il fatto di esistere. E non si sa perché (forse lo sa il solo Amato).
Scusate l’insavia parentesi e torniamo alla Cariverona. Le doppie mostre con nomi diversi che vedono Vicenza e Verona dal 2012 al 2014 sorelle siamesi hanno la Fondazione Cariverona come nume tutelare. Non si tratta solo di un ruolo di finanziatore (4 milioni di euro) e di sponsor, bensì del contratto madre sottoscritto tra Fondazione Cariverona, Comune di Vicenza, Linea d’Ombra e Comune di Verona in data 26 luglio 2011. Un contratto capestro per i comuni di Verona e Vicenza, alleati anche simbolicamente dal progetto di area metropolitana che unisce i due sindaci Variati e Tosi. Un contratto che prevede che i costi siano socializzati e i ricavi del solo Goldin. Con la Fondazione che è chiamata ad anticipare i capitali necessari per sbloccare le opere e pagare la pubblicità. Perché tutto questo? Perché questo Quartetto dell’Ave Maria (Goldin, Cariverona, Vicenza, Verona)?
Un’ipotesi è che il nuovo contratto dovesse tacitare le liti in corso (e compensare le reciproche pretese) fra Goldin e il comune di Verona a causa del flop della progettata mostra del Louvre al palazzo della Gran Guardia. Flop deciso dal direttore del Louvre e che, secondo Goldin, fu causato dalle incertezze del comune di Tosi. Il doppio contratto con il nume tutelare Fondazione Cariverona sistemava situazioni sgradevoli e pericolose. E Vicenza? Non c’entrava nulla. Ma ha fatto da geniale ancella. E ha arricchito il piatto (vinto da altri).