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3 maggio 2014
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31 maggio 2014

Maltauro, Putin, Scaroni dev’essere l’aria

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MALTAURO, PUTIN, SCARONI DEV’ESSERE L’ARIA

Quaderni Vicentini

SIAMO SOMMERSI dal fenomeno manageriale vicentino e dall’ammirazione sconfinata che esso merita. Se pensate che la mia sia ironia vi sbagliate. E mi spiego meglio.
Leggerete in questo numero le vicende che stanno portando all’attenzione generale (non solo di Corte dei conti e di giudici) la figura e le imprese di Mario Putin, che guida il gruppo forse più potente in Italia della ristorazione pronta per enti, aziende, scuole, ospedali, comunità. Abbiamo seguito con il cuore in gola, da bravi vicentini, le vicende dei Maltauro, azienda di costruzioni edili e di infrastrutture fra le più forti in Italia. Ne abbiamo ampiamente parlato nel numero 3/2014. Bisogna fare ordine nelle idee e nelle cose. La sostituzione di Enrico Maltauro alla guida della società con una persona sicuramente all’altezza del compito ma che nessuno conosce è il classico atto dovuto. L’ottima semestrale che il gruppo ha proprio in questi giorni pubblicato ha la matrice classica. I maggiori azionisti restano lui e le sorelle. Bisogna saper separare il grano dal loglio, come invita molto bene il Vangelo di Matteo (quello vero).
A Milano l’Expo non finirebbe un solo lavoro senza la Maltauro, il 2015 è domani mattina, se ogni tanto ti vengono a raccontare che è arrivato il commissariamento lo fanno per darti la caramellina senza troppo anice perché tu stia buono e non disturbi.
Il commissario cosa fa? Vi ricordate cosa ha fatto un certo Paolo Costa, commissario del Dal Molin per il governo? Ha tenuto il parapetto con entrambe le mani per evitare che la cloaca si spargesse senza pietà e sommergesse tutti (in cambio di un immeritato stipendio) e ha evitato che si esprimesse il VIA per verificare e denunciare l’impraticabilità ambientale. Il resto lo hanno fatto gli americani.
Oggi è la volta di Paolo Scaroni. Compagno di studi di Giuseppe Maltauro jr. al Pigafetta, fu tra i fondatori dell’”Arca di Noè” (di cui ho fatto un cenno nel numero 3) ma poi non scrisse molto. Scriveva di più la sorella, ma su “Tempi Nostri”, la rivista studentesca vicentina di sinistra per contrastare la quale l’”Arca di Noè” era nata.
Scaroni aveva altri interessi e la sua carriera lo dimostra. È del 1946 ma ha ancora un aspetto giovanile e vivace. Sicuramente ha guadagnato una barca di soldi nella vita. È la versione professionale dell’imprenditoria vicentina, ma di fatto è un imprenditore. Il suo naso non ha mai sbagliato. Certo, sapeva da che parte stare. Su questo non ci sono dubbi che tengano.

OGGI È ANCORA SULLA CRESTA dell’onda della cronaca per questioni legate alla sua solidissima poltrona di capo dell’Eni, dove è rimasto, come un berlusconiano quasi di ferro (lui in realtà lo è a metà), la bellezza di nove anni, dal 1° giugno 2005 al 9 maggio 2014, dopo essere stato Ceo di Enel dal 2002 al 2005.
Stare, con un’Italia così (berlusconiana-prodiana-d’alemiana-montiana) a capo delle due maggiori aziende italiane per fatturato e per addetti per dodici anni di fila, indirizzare politica energetica, fare affari, dare e ricevere favori di ogni tipo, nazionali e internazionali, con alla base il prodotto che provoca attentati e scatena guerre, il petrolio, non è da tutti, ammettiamolo.
Certo, nella sua vita, il vicentinissimo Scaroni ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco spesso e volentieri. Ma sempre da protagonista. Oggi è indagato insieme al suo successore Descalzi Claudio (che era stato il suo vice quando lui era presidente) per un giacimento petrolifero nigeriano di alcuni miliardi di dollari comprato per Eni con la complicità di un ex ministro del paese africano e per il quale è in ballo una mazzetta da un miliardo circa. Questa mazzetta, per i giri attraverso banche nei quali certi manager sono più abili dei maestri del colore, sarebbe bloccata a Londra. Quindi, c’entrano i giudici londinesi. Tra intercettazioni e operazioni estero su estero i nomi più ricorrenti sono i soliti: Bisignani, il faccendiere, Berlusconi, il presidente del Consiglio, Scaroni presidente di Enel e il vice, Descalzi, suo successore ma che all’epoca avrebbe manovrato i fili.

MI RICORDO QUANDO SCARONI fece il presidente del Vicenza Calcio nel periodo del fallimento del maggiore azionista Dalle Carbonare (1997-1999). Ci salutammo in tribuna stampa con piacere, lui mi diede anche il bigliettino dell’azienda nella quale era amministratore delegato, la Pilkington, inglese, prodotti sofisticati del vetro per l’edilizia, le auto, gli interni, le strutture pubbliche.
Al Vicenza rimase due anni (anche se di calcio non ha mai preteso di sapere una mazza), il tempo perché arrivassero gli inglesi. Non so se lui c’entrasse, credo di no. Ma i legami con l’Italia resistevano. Uomo di mondo, nel 2002, dopo essersi riavvicinato a Berlusconi, accetta (si fa per dire) di diventare presidente dell’Enel e torna definitivamente in Italia. Il buffo della vita è che nel 1992 era pesantemente entrato nella storia complicata di Mani Pulite perché, secondo i giudici, avrebbe distribuito mazzette per la sua azienda di allora, la Techint a favore dei soliti socialisti per un appalto, indovinate per chi?, per l’Enel. Scaroni allora se la vide brutta e accettò di patteggiare la pena: un anno e quattro mesi, dopo essere stato qualche settimana in carcere. Ma si sarebbe vendicato presto. Condannato per colpa dell’Enel, entrerà all’Enel come presidente dopo appena sei anni. Sul tappeto rosso. Queste sì che sono soddisfazioni nella vita. La sua storia sarebbe piaciuta a John Ford.

LO VORRÀ BERLUSCONI IN PERSONA, con il quale la simbiosi sarà totale, come la storia insegna. All’Eni la lotta si fa dura. Difficile evitare i trabocchetti dell’enorme potere che un presidente Eni ha e i legami con quegli squallidi politici che questo potere ti consentono di mantenere solo a certe sporche condizioni.
Ma da buon vicentino Scaroni non disarma. Va avanti (e ci credo). Qualche incidente di percorso qua e là, ma solo perché il mondo è grande. Il petrolio c’è anche in Algeria e gli algerini (quelli che stanno al governo) sono gente pericolosa. Tra l’Eni e la Saipem (una controllata) Scaroni si destreggia ma la magistratura continua a “perseguitarlo” (lo metto tra virgolette). Di mezzo ci sono appalti petroliferi per 11 miliardi di dollari e le solite tangenti.
Nel 2014 finisce la sua lunga avventura in Eni ma i cassetti di quei nove anni sono talmente gonfi che è difficile pensare che al buon Paolo sia bastata la classica cassettina che usano gli americani quando lasciano un’azienda. Ed ecco arrivare la storia di oggi.
Ma se la caverà. Non ci sono dubbi. Come lo prese subito la Pilkington quando fu condannato la prima volta, e poi il Vicenza, e poi Berlusconi, e poi in fondo l’Italia, ci sarà sempre qualcuno che di Scaroni ha bisogno. I vicentini che sanno stare al mondo sono sobri, silenziosi, tranquilli.
L’educazione cattolica è doc, amano il baccalà, il Palladio, vanno alle ricorrenze degli ex allievi del Pigafetta, ma poi, quando è il momento, non guardano in faccia nessuno. La genìa ha troppi esemplari di successo per non essere segnalata e, come ho scritto fin dall’inizio, ammirata.
Dev’essere l’aria. (p.d.)