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Maltauro, ceppo del ‘900, due storie separate

E.Maltauro - quadernivicentini.it - QV

MALTAURO, CEPPO DEL ‘900 DUE STORIE SEPARATE.
LE MAZZETTE EXPO 2015? NON LA FERMERANNO

L’ingegner Piero Maltauro fu presidente di un grande Lanerossi Vicenza, sette anni d’oro. Guardava vicino, era stato anche presidente della Recoaro. Adone non si fermava mai e voleva allargarsi sempre. L’ipotetica tenzone la vinse Adone, che riuscì a dare all’azienda uno slancio autonomo che prescindesse dai soliti referenti (Rumor e Zinato) e guardasse al futuro. La Maltauro che oggi occupa una posizione di eccellenza tra le maggiori aziende italiane è la Maltauro di Adone. E di Enrico, suo figlio, in attesa di giudizio e agli arresti domiciliari. Ma l’Expo 2015, matrigna di mazzette e di gente senza qualità, non potrà fermarla. Vi spieghiamo perché

PINO DATO

ABBIAMO UNO STOMACO gigantesco. Digerisce tutto e in fretta. Direi: almeno alla velocità del suono. O di una mail di posta elettronica. O di un sms. La vicenda dell’arresto di Enrico Maltauro, ex amministratore delegato della Giuseppe Maltauro Costruzioni spa nel quadro della corruzione emersa in Lombardia per Expo 2015, è, al contrario, una di quelle che non possono essere digerite come una delle tante. Non è un sms. Letto. Assorbito. E poi guardiamo i successivi.
Questo vale soprattutto a Vicenza, che è l’anima della Maltauro, l’anima della famiglia che ha caratterizzato per buona parte del Novecento una non trascurabile parte della sua vita economica e sociale.
Per chi ha vissuto buona parte della propria vita (come il sottoscritto) nel Novecento vicentino, Maltauro non era solo un’azienda. Era una specie di icona laica. Che la si amasse o meno. Era una realtà identificativa di uno stile, di un modo d’essere, e infine di un modo di produrre.
Attorno a Maltauro sono sorte, ed esistono tuttora, realtà economiche diverse, separate, che a tale entità hanno fatto riferimento. I rapporti con la politica sono sempre stati stretti. Strettissimi. I rapporti con la Chiesa – almeno fino a quando la Chiesa era di Zinato ed era un riferimento fondamentale per intraprendere, avere favori dallo Stato, dai comuni, eccetera, ricambiare suo tramite favori – erano di tipo biologico. I Maltauro, per un certo periodo, sono stati imprenditori diaconi, non imprenditori semplici. Di un diaconato tutto vicentino.
Questa realtà poteva piacere o no. Ma è stata la nostra realtà, di quelli che la amavano, di quelli che ne godevano, di quelli che si permettevano di osteggiarla. Ignorarla era impossibile, Vicenza è una città piccola.

Adone e Piero, due filoni opposti da radice comune

Detto questo, vanno fatte alcune precisazioni. La storia si divide in due parti. Quella che fa capo al patriarca, Giuseppe Maltauro, che si definiva un “capomastro vestito a festa”, che arrivò nella città del Palladio con le Ferrovie e Tramvie Vicentine direttamente da Recoaro, e che aveva una capacità unica di rapportarsi con i centri di potere della Vicenza stravolta dalla guerra, è la storia delle radici della grande azienda che si sarebbe fatta prima città e dopo società.
La storia della Maltauro seconda è quella dei due figli maschi del patriarca, Adone e Piero, diversissimi per indole e linguaggio. Quello dotato dello stesso spirito d’impresa del padre Giuseppe era Adone, che, forte della marea di profitti accumulati negli anni 60 e 70, seppe stare al passo dei tempi, animato da ambizioni di natura ben più estesa di quelle di un semplice costruttore di mattoni.
Adone si avventurò anche nella grande finanza (ne aveva mezzi, intuito e facoltà) e trasferì effettivamente l’azienda su un piano più nazionale e internazionale, estendendone il raggio di competenze e azione. Fece affari con tutti. Anche con quelli che poi ci rimisero le penne. Lui si portò dietro per alcuni anni un by pass al cuore fin da quando partecipava da consigliere Montedison alle riunioni di Foro Bonaparte a Milano, ma non demordeva. A parte i canarini, le voliere e l’allevamento delle trote, la sua passione era il lavoro. L’impresa.
Piero era un intellettuale, in confronto. Laureato in ingegneria, fu un grande presidente del Lanerossi Vicenza, diede a questa società di provincia un’impronta, che sarebbe durata qualche decennio, di provinciale modello. Fu presidente a pieno titolo per 7 anni, dal 1957 al 1963, forse i sette anni più belli della storia della società biancorossa, che da poco, nel 1956, aveva realizzato un matrimonio modello e unico nel suo genere con un’altra azienda simbolo del Vicentino, la Lanerossi.
Il Lanerossi Vicenza, con Piero Maltauro presidente, fece un salto di professionalità unico in Italia. Fu valorizzato il settore giovanile, furono lanciati campioni come David, Menti, Campana, Burelli, valorizzati giocatori come Vinicio e Loiacono. Furono, in un clima che univa semplicità di provincia a spirito d’impresa, lanciati allenatori rimasti nella storia italiana del calcio, come Scopigno, Lerici, Berto Menti. A livello dirigenziale Maltauro chiamò in consiglio personaggi rappresentativi della città, Lampertico, Pisoni Domenico, l’avvocato Marchesini, Angelo di Valmarana, anche Mariano Rumor. Soprattutto, strinse un patto d’acciaio con la città: il Menti era sempre gremito in ogni ordine di posti. Ma quello di Piero era un modo opposto, rispetto ad Adone, di concepire il rapporto dell’azienda con la società. Piero guardava vicino, Adone non si fermava mai e voleva allargare sempre la propria visuale.
L’ipotetica tenzone la vinse Adone, che riuscì a dare all’azienda uno slancio autonomo che prescindesse dai soliti referenti (Rumor e Zinato) e guardasse altrove e soprattutto al futuro. La Maltauro che oggi occupa una posizione di eccellenza nella classifica delle maggiori aziende italiane è la Maltauro di Adone. E di Enrico, suo figlio, in attesa di giudizio e agli arresti domiciliari.

La Maltauro ter dallo choc di Mani Pulite

Siamo alla Maltauro tre. Terzo millennio. I due fratelli, Adone e Piero, per disaccordi di cui poco si sa ma molto si può intuire (sul piano logico e filosofico) si separarono nei primi anni 80. Piero aveva da tempo lasciato il Lanerossi Vicenza ma era ancora impegnato in altre realtà locali, come la Recoaro spa, di cui era presidente. Adone costituì la Giuseppe Maltauro Costruzioni spa, Piero fondò con i figli la Cos.Ma, Costruzioni Maltauro ing. Piero & Figli spa.
Due destini separati, opposti. Ai primi tempi le due realtà collaborarono, anche se il loro approccio al mercato immobiliare e finanziario era molto diverso. Quando Adone morì, in una clinica di Verona, fra il 4 e il 5 febbraio 1996, per gli esiti negativi di un difficile intervento al cuore, la sua azienda aveva già superato lo choc di Mani Pulite (1992).
Enrico Maltauro ne fu subito l’erede designato, anche se le tre sorelle maggiori, Adriana e le due gemelle Amalia ed Elena, erano in azienda non certo da comprimarie. L’attuale presidente del gruppo, Gianfranco Simonetto, avrebbe sposato in seguito una delle due gemelle.
Ma fu Enrico, fin dal 1992, l’anno critico, all’età di 36 anni, a tenere in mano le redini dell’impresa insieme al padre.
Tangentopoli Uno ebbe conseguenze diverse per le due aziende Maltauro. Quella fondata da Piero era stata presa dal figlio maggiore Giuseppe Jr., di una dozzina d’anni più vecchio di Enrico e anche Giuseppe, come il padre, aveva indole e vocazione meno aggressive, sul piano imprenditoriale, del cugino e dello zio. Sintomatici i diversi atteggiamenti dei due cugini di fronte all’uragano di Mani Pulite. Enrico si destreggiò fra alleati e sodali indicatigli dal padre nella Milano (che Adone conosceva bene) sotto choc per le inchieste di Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro e accettò di patteggiare una pena inferiore ai dodici mesi. Reato contestato: mazzette collegate alla nascita della famosa Malpensa 2000.

Quando Giuseppe Jr confessò la mazzetta al magistrato Tonino De Silvestri

Giuseppe fu letteralmente travolto da un’inchiesta condotta a Venezia dal giudice Felice Casson (oggi senatore del Partito Democratico) per la bretella che collega Venezia e l’A4 all’aeroporto Marco Polo. Andò di persona dal Procuratore della Repubblica di Vicenza Tonino De Silvestri, un concittadino che Giuseppe conosceva bene, e gli confessò di aver pagato una somma di 500 milioni di lire per ottenere l’aggiudicazione di un segmento dell’appalto relativo alla tangenziale veneziana. Questa sincerità non semplificò, bensì complicò, la sua posizione. Giuseppe fu condannato ma, soprattutto, si fece tre mesi di carcere. L’azienda che conduceva, inoltre, non aveva le spalle solide come quella di Adone ed Enrico, e subì il colpo. Da quel colpo non si sarebbe più ripresa. La storia di Giuseppe Maltauro Jr e la sua tragica decisione di porre fine alla propria vita il 12 ottobre 2001 con un’azienda già fermata da una procedura fallimentare, coincide con la fine del braccio fragile della dinastia.
Il braccio forte si è rinforzato, nel frattempo. Enrico ha imparato il mestiere, ha superato brillantemente sia lo scoglio Mani Pulite che la scomparsa del padre e ha riavviato l’azienda sui binari che Adone aveva costruito. Oggi la Maltauro Costruzioni è un’azienda leader in Italia, attiva, redditizia. Dà lavoro a circa 1800 persone. E ha il suo dominus agli arresti domiciliari.
Il nodo è qui.

Un mondo di mariuoli

Non mi imbarco in fatti che le cronache di ogni giorno continuano abbondantemente a sviscerare, pur spiegando poco. Non è questo il compito di Quaderni. Le nostre analisi devono portare a scoperte, risposte storiche, introspezioni. I fatti non dicono tutto, a volte non dicono nulla. I personaggi della corruzione sono sempre banali. Parlano male. Sono abbagliati dai soldi, hanno bisogno di tanti soldi per vivere e sopravvivere. Sono personaggi di bassissimo profilo.
Eppure le cronache sono invase dalle loro gesta, come se si trattasse di personaggi di un romanzo.
L’esempio che abbiamo sotto gli occhi è classico: cosa ci è rimasto sugli occhi e in mano dopo Tangentopoli numero Uno, detta Mani Pulite? Nulla. Chi ha pagato le tangenti le ha spese, chi le ha incassate le ha godute. Punto. I giornali, quando per qualsiasi ragione si rievocano quei fatti, ricordano fino alla noia più demenziale il caso di Mario Chiesa che fece partire il pateracchio per una tangente da 7 milioni sul Pio Albergo Trivulzio e che Craxi definì, con l’arguzia che gli era cara, un mariuolo. Questo ci ha lasciato di sicuro da ricordare, quel 1992. Al punto che il signor Frigerio, che si è fatto un po’ di tempo in carcere allora, è ricomparso oggi, gola profonda, a raccontare cos’è successo, pari pari, vent’anni dopo. E chi si ricordava di Frigerio?
Qualcuno si ricordava di Greganti, il compagno G, quello che rimase zitto, anzi muto, in servizio al partito. E adesso che il partito per il quale forse valeva la pena stare zitto non c’è più, per chi resterà zitto Greganti? Per Bersani? Per Renzi? Per tutti e due?
Le cronache su tangenti e tangentari volano via come sono arrivate: dal nulla. Nessuno sapeva niente, prima. Dopo, tutti sanno tutto. E tutto resta immutato.
In questo contesto, i Paris, alla ricerca di carriere in cambio di tangenti, i Frigerio, i Greganti, il Cattozzo, l’uomo del post it, che percepiva falsi contratti di consulenza e chiedeva un’Audi in regalo, sono come le figurine Panini. Fra poco si possono attaccare ad un album. Anche gli inquirenti sanno bene che il fiume di denaro (pubblico) che le tangenti hanno generato non si troverà più. Chi ce l’ha, lo spende o lo inoltra nel conto di Belzebù. Il tesoro socialista di Bettino Craxi, partito per l’oriente, è stato mai trovato? Mai. Gli inquirenti si sono stancati. Qualcuno è morto. È la democrazia, anzi il capitalismo, bellezza.

1,2 milioni di euro a giannizzeri senz’anima – E l’impresa si affranca dal suo dominus

Ma la storia continua, non finisce qui. Enrico Maltauro ha ammesso di aver pagato la bellezza di un milione e duecentomila euro a questa compagnia di giannizzeri senz’anima. Se lo ha detto ad un magistrato vuol dire che è vero. Tutta Italia ha visto la foto di lui che consegna una mazzettina (poco più di un aperitivo con patatine e noccioline) di 15 mila euro ad un giannizzero qualsiasi.
Questa storia, risaputa da tutti, non giustificata da nessuno, ha provocato, negli stessi personaggi che non giustificano ma che sapevano, reazioni infantili e ovviamente obbligate.
Mi limito ai fatti, senza commentarli. L’azienda Maltauro si è autosospesa dalla Confindustria. Avrebbe violato il codice etico imposto dal sindacato confindustriale ai propri aderenti. Nello stesso tempo ha preso le distanze da Enrico, cui ha tolto la carica di amministratore delegato e ha aperto un’azione di responsabilità nei suoi confronti. Sono le storiche, inumane contraddizioni del capitalismo, che Carlo Marx ha svelato una volta per tutte e che non guariranno mai, comunque la si pensi. Per preservare i diritti (quali?) del capitale (che dev’essere libero per antonomasia) il capitalismo ha inventato la persona giuridica, cioè la società di capitale. Persona senza gambe e braccia ma titolare di diritti e doveri (qualcuno solo).
L’impresa Maltauro si affranca dal suo dominus perché non si creda che lei è come lui. Buffo. E come si è procurato Enrico quel milione e duecentomila euro di mazzette da distribuire ai più volenterosi? Giocando al Casinò?
I giornali, poi, nel riferire le notizie, siccome lo spazio è sempre tiranno, spiegano poco. Qualcuno non spiega affatto. Titoloni per dire (quasi ammirati): guardate che brava l’Azienda, mette in stato d’accusa il suo stesso capo. Il livello è quasi francescano. Ma questo vale solo per certuni, che le cose non le leggono, non le studiano, e quindi non le sanno.
E chi è a capo oggi dell’impresa Maltauro? Gianfranco Simonetto, cognato di Enrico. E chi è il maggior azionista del Gruppo Maltauro? Enrico, naturalmente.

Gli obblighi della Legge 231? Un toccasana per Maltauro spa

Qualcuno ha addirittura scritto che la Maltauro avrebbe fatto causa al suo ex amministratore delegato. Ma l’azione di responsabilità non prelude necessariamente ad una causa civile.
I fatti sono un po’ diversi. La Maltauro non è l’ultima arrivata e sa benissimo che deve assumere pubblicamente e giuridicamente una posizione oggettiva in una storia come questa. I suoi punti di riferimento non sono né la posizione di Enrico (ha già confessato), né quella dell’azienda in sé (ha già pagato e nessuno restituirà quei soldi). I punti di riferimento sono altri. Il primo è costituito dai lavori dell’Expo 2015, assegnati e che devono continuare, altrimenti la perdita sarebbe irrimediabile. Il secondo è l’aspetto penale, che l’inchiesta, appena cominciata, potrebbe complicare ed estendere.
Pochi sanno che esiste da qualche anno in Italia una legge, la n. 231, che istituisce la responsabilità penale anche per le persone giuridiche, società, enti, associazioni. Per pararne i colpi le società più attrezzate cosa fanno? Attuano dei Protocolli e delle Misure preventivi ai sensi di Legge, istituiscono un organismo di Vigilanza interno dotato di poteri di iniziativa e di controllo (nel caso ha controllato poco, ma c’è). Questa procedura ben strutturata ha un doppio fine: quello di prevenire le violazioni di legge da parte dei dirigenti della società (raramente) e (soprattutto) quello di tenere la società al riparo da eventuali successivi coinvolgimenti.
La Maltauro ha fatto tutto per bene. Fin dal 2003 si è dotata degli strumenti di controllo. Di fronte ai recenti fatti in via di accertamento non poteva che assumere l’atteggiamento che ha assunto. Anche per questo è impossibile che il commissario dell’Expo 2015 Sala revochi i contratti nei quali la Maltauro è titolare a causa dell’insorgere dei fatti del maggio scorso. Perché la Maltauro può dimostrare di essere una cosa diversa dal suo Enrico (strumenti di controllo allertati e azione di responsabilità aperta) e dunque non ha commesso nessun reato.
L’Expo 2015, come chiedono i concorrenti – le Costruzioni Perregrini di Milano, Panzeri spa, Milani Giovanni & C. srl – classificati nella gara subito dopo Maltauro, non può notificare alla Maltauro alcuna “risoluzione automatica dei contratti”. Perché la Maltauro spa non ha commesso alcun reato. La vita continua. È il capitalismo, bellezza.