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Maltauro, il capolavoro di Adone

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MALTAURO, IL CAPOLAVORO DI ADONE DA MONTEDISON UNA PLUSVALENZA DI 20 MILIARDI

PINO DATO

ADONE MALTAURO ACQUISTO’ NEL 1985 per Fin-Nord, la finanziaria che aveva acquisito da poco tempo il controllo totale del Gruppo (100%), compresa la storica Costruzioni Maltauro, l’1 per cento di Montedison, al prezzo di 10 miliardi di lire. Il divorzio dal fratello Piero – che con il figlio Giuseppe aveva fondato un’altra società, la Cos.ma, – si era consumato da qualche anno e questa operazione finanziaria di altissimo rilievo sancì in qualche modo le ragioni del divorzio. Al di là di ogni altra considerazione di tipo personale, il divorzio era apparso la logica conseguenza del conflitto fra due diversissimi orientamenti imprenditoriali. Quello di Piero più tradizionalista e locale, quello di Adone aperto anche all’utilizzo della leva finanziaria a prescindere da quella industriale.
Gli esiti della storia hanno dato indubbiamente ragione ad Adone, il cui senso degli affari era intuibile anche prima, ai tempi in cui il patriarca indiscusso era papà Giuseppe.

L’OPERAZIONE MONTEDISON fu la chiave di volta della trasformazione del gruppo. I giornali dell’epoca scrissero, oscillando fra ovvietà e verità, che Maltauro, con questo acquisto clamoroso e in fondo non indifferente per un’azienda considerata buona ma non di primissimo piano nazionale, pagava l’apparentemente non necessario intervento, con l’obiettivo di entrare nel cosiddetto salotto buono della finanza italiana, attraverso la Montedison di Foro Bonaparte.
Che questo fosse l’obiettivo non ci sono dubbi ma pochi osservatori allora sottolinearono il fatto che Maltauro, nel salotto buono di Foro Bonaparte, quando nella primavera 1985 sborsò la bella cifra di 10 miliardi per averne l’1 per cento, c’era già da qualche anno. C’era entrato silenziosamente, stile vicentino doc, fin dal 1980 spendendo la bella cifra di 6 miliardi per acquisire quote del capitale di Montefibre, che allora era disastrata, quasi al limite del fallimento, ma che nel corso dei successivi cinque anni era riuscita a moltiplicare per tre il suo valore di borsa. Maltauro allora, disse qualcuno, sta impazzendo: si è messo in testa di giocare in borsa per mettere a profitto, rischiando la salubrità aziendale, tutti i ricchi profitti accumulati dall’azienda nel dopoguerra. Ma non era così. La mentalità provinciale di solide radici vicentine era rimasta intatta. Adone la corroborava con la sobrietà di comportamenti e soprattutto con il riserbo. Sobrietà e riserbo imparati tutti dal padre Giuseppe, che sapeva muoversi tra Zinato e Rumor con la levità di una gazzella, anche se amava dire di sé che egli restava in fondo un capomastro vestito a festa.
Adone non era tipo che rischiasse senza rete. Non amava certo il gioco d’azzardo. Quando comprò un pezzetto di Montefibre per 6 miliardi si assicurò che il salotto buono gli garantisse solide commesse per la costruenda sede di Acerra di Montefibre. E così fu. Con una mano pagò il capitale di Montefibre, con l’altra incassò le fatture per la sede di Acerra che ebbe i suoi cantieri impegnati abbastanza a lungo.
L’operazione poteva dirsi attiva anche così, ma quando Maltauro si rese conto che il valore delle azioni comprate con quei 6 miliardi era lievitato, ne liquidò una buona parte consolidando gli utili. Utili doppi: da lavoro e da finanza speculativa.

ANCHE NEL 1983 ADONE AVEVA FATTO un serio passo verso il salotto buono dell’imprenditoria italiana. Se tre anni prima era stato Schimberni a fare la prima mossa chiedendogli di entrare in Montefibre, stavolta è Maltauro a prendere l’iniziativa. Da impresa industriale. Propone a Montedison di costituire una joint venture in un segmento allora in decisa crescita, l’edilizia prefabbricata. Sempre con lo stile di chi non deve far troppo sapere in giro quel che fa, Adone costituì con Foro Bonaparte la Silespanso spa. Fifty fifty. Ma l’industriale doc era Maltauro non Schimberni. Non occorre dire che negli anni successivi la Silespanso lavorò soprattutto per le società controllate da Foro Bonaparte. La logica Maltauro non si smentisce: acquisizioni in cambio di affari, sottoscrizione di capitale in cambio di fatturato. Utile più utile.
Per questo la sottoscrizione dell’1 per cento del capitale Montedison nel 1985, che ai più era apparsa un salto ambizioso e un po’ incosciente in avanti, fu un affare sul quale Maltauro costruì, negli ultimi anni di vacche grasse del capitalismo italiano, la base di quello che sarebbe stato il salto deciso del gruppo vicentino negli anni che seguirono fino ai nostri giorni.
Consolidò la propria posizione in un salotto dove si trovava già, si fece nominare consigliere d’amministrazione di Montedison, tenne buone relazioni con le due cime opposte di un gruppo che era considerato a rischio, Schimberni e Ferruzzi, inventandosi un ruolo da equilibrista. Non ruppe con Schimberni, lavorò per la propria azienda, e fece amicizia con Gardini.
Quando la Ferfin (Ferruzzi finanziaria) prese il sopravvento nel 1988, un attimo prima, con un’iniziativa da prestigiatore della finanza, vendette il proprio 1 per cento di Montedison al prezzo triplicato, con una plusvalenza al netto dell’inflazione (allora indubbiamente superiore a quella dei nostri tempi) di almeno venti miliardi. Con una cifra notevolmente inferiore acquistò i diritti per il capitale dell’1 per cento della costituenda FERFIN, condividendone il rischio fino ai tempi di Mani Pulite.