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Longare, Quirra e altri. Basi militari e territori.

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LONGARE, QUIRRA E ALTRI. BASI MILITARI E TERRITORI.

Tenere la guardia alta è il minimo. Sono sbagliati gli allarmismi ma ancora peggiori sono le tendenze disinvolte – con evidenti motivazioni politiche – ad archiviare dubbi, analisi e rischi. Il caso di Site Pluto di Longare è emblematico. Se è vero che un’incidenza tumorale del 71% superiore all’atteso non doveva essere sottovalutata (come è stato fatto nel 2008, informando poco e male) va pure detto che un successivo studio autonomo del Registro Tumori del Veneto (mai reso pubblico dalle Autorità) ridimensionerebbe l’allarme, anche se non può essere considerato definitivamente esauriente per la bassa numerosità del campione.

DANIELE BERNARDINI

I TERRITORI CIRCOSTANTI basi militari (vedi Sigonella in Sicilia, Salto di Quirra in Sardegna, Site Pluto-Ederle 1 e 2 a Vicenza) dovrebbero essere sottoposti a una vigilanza sanitaria particolare, per l’impatto negativo che queste strutture possono avere su alcuni fattori che influenzano la salute (i cosiddetti determinanti della salute), come l’acqua, l’aria, la viabilità.
Questo atteggiamento prudenziale è giustificato anche dalla consapevolezza che in questi siti possono venire stivati o utilizzati materiali potenzialmente dannosi alla salute pubblica, sulla cui presenza ed entità non è mai possibile (per addotte ragioni militari) acquisire una trasparente e credibile informazione. Questa impostazione, basata semplicemente sulla coscienza dell’esistenza di un rischio, regge anche se, come spesso accade, è difficile provare su base scientifica l’impatto negativo di questi siti sulla salute della popolazione. Questa difficoltà deriva dal fatto che l’applicazione del cosiddetto metodo scientifico richiede ad esempio una data numerosità del campione al fine di consentire dei confronti significativi (cioè che permettano di affermare che un dato risultato non è casuale); spesso, in questo delicato campo, non è eticamente accettabile attendere il raggiungimento di questa numerosità prima di mettere in atto prudenti criteri di prevenzione (ad esempio ricordiamo l’uranio impoverito del Kosovo: le commissioni istituite non sono riuscite a legare scientificamente i linfomi dei nostri giovani soldati con l’esposizione a quel materiale, ma la prudenza insegna comunque ad evitarne il contatto ). Tra l’altro, dichiarare un collegamento tra due fatti “non scientificamente dimostrabile” non vuol dire che l’affermazione che ne sta alla base sia necessariamente falsa; essa può essere comunque vera. In certi campi, quindi, conviene attenersi al criterio del ragionevole rischio e cercare di correre ai ripari prima che sia malauguratamente disponibile una numerosità tale da rendere appunto la prova “scientificamente dimostrabile”.

Longare: casi attesi 26,7, rilevati 46
Vicenza: casi attesi 638, rilevati 725

L’informazione gioca in questo campo un ruolo di primaria importanza, nel bene e nel male. Quanto avvenuto nel corso del dibattito innescato dal previsto (e poi realizzato) aumento della militarizzazione del territorio di Vicenza può essere un buon esempio di quanto fin qui affermato.
Nel 2007, una pubblicazione diffusa da chi si oppone a tale crescente militarizzazione (Site PLUTO, ieri, oggi e domani) paventava un aumento di patologie neoplastiche (in particolare leucemie-linfomi) tra i residenti nella zona circostante il site Pluto, nel comune di Longare, area nella quale sono stati stivati almeno fino al 1992 ordigni nucleari.
Su input del sindaco del Comune di Longare, il Servizio epidemiologico del Dipartimento di prevenzione dell’ULSS 6, nell’ottobre 2007, ha prodotto uno studio-indagine dal titolo “Variabilità geografica della morbosità e mortalità per leucemia e per linfoma nell’ex ULSS 8-Vicenza nel periodo 1990-2001”. Nel gennaio 2008 é stata indetta un’assemblea pubblica per restituire alla popolazione i risultati di questa indagine.
Nel documento, a pagina 61, sono riportati, tra gli altri, i risultati dell’area di Longare e Vicenza città: a Longare, basandosi sulle medie regionali, si attendevano 26,7 casi e se ne sono trovati 46, a Vicenza se ne attendevano 638 e se ne sono trovati 725. Per limitarsi a Longare (territorio a più stretto contatto col site Pluto) il numero di casi di leucemia-linfoma riscontrati era superiore del 71 % rispetto a quelli attesi. Il dato di Longare (come anche quello di Vicenza città) rientrava nell’area di significatività statistica (e quindi non poteva essere dovuto a casualità): il rilievo era ancor più importante perché ottenuto adottando un intervallo molto ampio (tecnicamente 3 deviazioni standard) entro il quale un risultato doveva ancora essere ritenuto “statisticamente non significativo”. Il dato (per rispondere al quesito posto e comunque in sintonia con alcune fonti di riferimento autorevoli) raggruppava due patologie tra loro non omogenee (i linfomi e le leucemie) soprattutto perché non egualmente collegabili ad un eventuale rischio di contatto con uranio o derivati. Questo poteva inficiarne l’interpretazione, senza però nulla togliere al riscontro di fatto. La cosa avrebbe dovuto spingere se non altro ad approfondire ulteriormente l’indagine, visto che quello che si era cercato era stato in effetti in quell’indagine trovato.

Una comunicazione scientifica esposta in modo arido, non comprensibile ai non addetti e pertanto scorretta

Invece il tenore della comunicazione pubblica allora fornita è stato ben diverso e ben testimoniato dal titolo che Il Giornale di Vicenza del 28 gennaio 2008 dava alla cronaca dell’evento: “Site Pluto non causò tumori”. (v. pagina precedente). Dopo aver smontato la tesi del possibile collegamento di quanto rilevato con un ipotetico inquinamento radioattivo (cosa su cui si può convenire), esponendo i risultati ottenuti coi meri numeri emergenti dalla tabella scientifica (“0,17 casi in più all’anno”) si dava l’impressione che si trattasse di ben poca cosa (e il titolo del pezzo è a questo riguardo ben chiaro). L’articolo si è ben guardato dal fornire all’opinione pubblica una lettura più comprensibile, come penso sarebbe stata quella sopra esposta (71 % di casi in più), che avrebbe ottenuto un effetto ben diverso.
Non si voleva creare allarme? Ammesso che questa possa essere una spiegazione accettabile, almeno però avremmo dovuto assistere all’immediata impostazione di una nuova e più approfondita indagine sul medesimo campione di popolazione, cosa che non risulta sia stata fatta da parte dell’ULSS né chiesta dal Comune (di Longare in questo caso). Una comunicazione scientifica corretta nei numeri, ma assolutamente fredda, asettica e fornita in modo incomprensibile per i non addetti, e un’informazione giornalistica superficiale si sono alleate nello spingere verso un’interpretazione dei dati raccolti difforme dalla realtà; tale combinazione, non potendo essere indice d’ignoranza o incompetenza, non può che apparire tendenziosa. Questo la dice lunga sulla neutralità della scienza e sul ruolo che può avere la carta stampata. Un’informazione correttamente comprensibile a tutti nella sostanza poteva indurre i responsabili dei Comuni interessati e la popolazione a chiedere ulteriori indagini. Invece l’opinione pubblica, male informata, non si è mossa.

Un’indagine del Registro Tumori del Veneto di Padova

Nell’aprile 2009, con iniziativa autonoma, il Registro tumori del Veneto, sito a Padova e diretto dalla dr.ssa Paola Zambon, pubblica il lavoro Analisi geografica dell’incidenza dei tumori di tre ULSS della Provincia di Vicenza, Bassano-Marostica, e Reggenza dei 7 Comuni (questo documento
non risulta che sia mai stato pubblicizzato, anche se reperibile su internet). In questo lavoro, tra l’altro, si approfondiscono i dati considerati nell’indagine dell’ULSS 6-Vicenza del 2007 (alla quale fa espresso riferimento in bibliografia al punto 3-pag 34), utilizzando un trattamento degli stessi dati
più approfondito (EBR) e facendo un’analisi separata delle due patologie in questione (leucemie e linfomi) e per sesso.
Con questi criteri più selettivi non si è rilevata una differenza significativa nell’area del Comune di Longare rispetto a quanto atteso, pur riferendosi i dati al medesimo periodo dell’altra indagine, e questa è una buona notizia per tutti. Per contro, dopo l’ulteriore suddivisione del campione di popolazione per più dettagliate sottocategorie, i nuovi dati sono purtroppo ricavati da una numerosità molto bassa e questo consiglia prudenza sulla rilevanza da attribuire al dato riscontrato. Nessuna informazione è mai stata data pubblicamente al riguardo.

Strutture militari secretate. Ogni indagine esige perciò prudenza

Questo epilogo fa riflettere sulla credibilità delle indagini epidemiologiche, vista la loro dipendenza stretta dai criteri scelti per analizzare i dati, dai mezzi impiegati e dalla difficoltà oggettiva che deriva dal dover indagare su una numerosità bassa.
Di fronte ad un rischio ragionevole e obiettivo di possibili danni alla salute da inquinamento ambientale nell’area limitrofa a strutture militari (oltre alla possibile presenza attuale o pregressa di materiale nucleare, vi potrebbero essere prodotti chimici di uso bellico, sicuramente grandi quantità di olii e carburanti…), non essendo mai queste strutture effettivamente aperte (per motivi, appunto, militari) al controllo pubblico, è opportuno che si cambino i criteri di approccio e si ragioni in base ai rischi ragionevolmente ipotizzabili, senza attendere che vi siano prove scientificamente documentabili di un danno già avvenuto (eticamente non è corretto aspettare che la numerosità raggiunga in questi casi un livello tale da rendere statisticamente significativi i dati raccolti). I controlli dovrebbero estendersi anche ad altri tipi di tumore (che si conoscono essere molto sensibili alle esposizioni a radianti), come per esempio quelli alla tiroide.
I responsabili delle aree interessate (e qui potrebbero essere i Sindaci di Longare, Vicenza, Caldogno) dovrebbero chiedere ufficialmente al Registro tumori del Veneto una revisione più aggiornata dei dati (i lavori fatti si fermano al 2001, ma sono disponibili aggiornamenti fino al 2006) magari estendendoli anche ai tumori della tiroide e introducendo un’analisi geografica (che possa dire qualcosa sulla provenienza dei casi riscontrati nella zona di interesse e altrove).
Inoltre, nei comuni di Vicenza e Longare sarebbe utile chiedere al Dipartimento di prevenzione dell’ULSS 6 e all’ARPA un piano di monitoraggio ambientale costante. In effetti, non potendo avere notizie sulla tipologia dei materiali presenti nelle aree militari, bisognerebbe mantenere alto il controllo “su tutto”.
Questi organismi istituzionali (magari con il contributo di qualche epidemiologo particolarmente esperto nel campo a livello locale o nazionale) dovrebbero pretendere la massima collaborazione delle autorità militari: su questo dovrebbero essere sollecitati e sostenuti dall’opinione pubblica, indipendentemente dall’atteggiamento dei singoli verso la militarizzazione del territorio, perché qui si tratta della salute di tutti. Per fare tutto questo è però essenziale che l’informazione sia corretta, piena e libera.