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L’insopportabile Cracco

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L’INSOPPORTABILE CRACCO

PINO DATO

VEDO MASTERCHEF da un paio d’anni. Non sono un patito. Lo vedo. Qualche volta mi diverto. C’è anche un vicentino fra i tre cuochi chef che fanno i professori-giudici di un’ipotetica università della cucina dove gli allievi sono una trentina di aspiranti che poi via via si assottigliano e si riducono fino a restare in due finalisti, dopo tre mesi di massacranti tenzoni culinarie. Chi prevale, secondo un giudizio le cui regole non esistono e non sono verificabili da nessuno, vince 100 mila euro e disporrebbe di un titolo molto ambito: chef.
Il vicentino è Carlo Cracco, già aiutante (chef?) di Mario Baratto al ristorante da Remo, uno dei pochi ristoranti storici rimasti a Vicenza città. Ma di lui dirò dopo. Parliamo del gioco, che da poco ha terminato la sua quarta edizione italiana.
LA RAGIONE PER CUI all’inizio, un paio d’anni fa, ho cominciato a seguire il gioco, anche apprezzandolo, è esclusivamente tecnica. Mi spiego: mi piaceva il modo in cui la gara culinaria era montata. La trasmissione era il montaggio: i visi dei partecipanti, le espressioni dei giudici-chef, i tic, le pietanze fatte, apparentemente, al momento. Tutto era apparente. Tutto era montato. Montare è sinonimo di costruire? Ebbene, tutto era costruito. Ma costruito bene. Siccome il format era britannico, gli inglesi (BBC) una volta facevano le cose bene (l’autore è Frank Roddam), e non fu difficile rifare in italiano una cosa fatta bene in inglese.
Bisognava scegliere le facce giuste, oltre al montatore giusto.
Sky scelse le facce giuste. Nel mare di chef bravi, ricchi e famosi che in Italia pullulano, non ha ovviamente scelto i più bravi. Ha scelto i più accattivanti, i più televisivi, i più affascinanti, quelli che potevano esprimere quel quid che rende un normale individuo che passeggia in corso Palladio o sotto la Galleria Vittorio Emanuele un individuo da televisione. Tutto normale. Che poi la fama televisiva arrisa a questi fortunati chef scelti da Sky abbia alimentato (il verbo è doppiamente opportuno) i loro ristoranti e le loro personali aziende è un fatto assolutamente secondario e direi, nell’economia del discorso, del tutto irrilevante.
CRACCO, BARBIERI E BASTIANICH, i tre giudici chef, sono tre attori. Bravissimi. Scelti più per questo che per le loro qualità didattico-culinarie. Li seguo, appunto, da un paio di anni e non ho capito nulla delle loro presunte originalità di cuochi.
Più che tre scuole di pensiero, rappresentano tre tic diversi. Tic rapportati alla loro fisicità espressiva e corporea. Cracco vagamente si fa paladino, qua e là, di una certa qual esigenza di fantasia culinaria. Salvo essere colto in castagna in una delle tante pubblicazioni che produce quando abbina l’aglio alla matriciana.
È incoerente? Macché, è creativo. Il lessema, straripetuto, creatività, chiude tutti i discorsi. Barbieri è forse – stiamo sempre su un piano culinario molto ipotetico – il più tradizionalista. Critica i concorrenti quando, per eccedere in fantasia,
combinano cose che non possono stare assieme: come la liquirizia con il pesce spada. Bastianich fa l’americano. In tutto. Aggredisce le pietanze dei poveri concorrenti per la loro povertà estetica più che per la loro sostanza. Ma i tre giudici non sono lì per svolgere una funzione didattica. Hanno certamente una tendenza creativa (impossibile non averla per chi gestisce una catena di ristoranti) ma, tic a parte, nessuno può dire di averne capito anche solo per sommi capi, le linee di tendenza.
Se come chef,Cracco, Barbieri, Bastianich, non si sa bene cosa valgano davvero e come didatti culinari ancor meno, si capisce bene quanto valgano come attori televisivi. Moltissimo. Ma con un limite. La ripetitività esasperata dei tic per i quali sono stati scelti e dei quali devono essere, necessariamente, disciplinati portatori, a gioco lungo esaspera. Annoia. Irrita. Imbarazza.
IL DISCORSO MERITA di essere approfondito. In televisione bisogna essere ossessivi interpreti dei propri tic. Sono difetti? Non importa,anzi meglio. Sono i difetti che servono allo spettacolo.
Cracco, per esempio, nel format recita la parte del paternalista. Lo farà fino in fondo, fino ad estenuarsi e ad estenuare (noi). La sua inconfondibile cantilena vicentina, nel farlo, è perfetta. Ha il fisico giusto: è alto, con la barba pettinata o spettinata giusta, ha lo sguardo profondo e inquisitivo, il suo sorriso è raro e quando arriva si attesta fra il ghigno e il sarcasmo. Maltratta i malcapitati concorrenti con quella per me insopportabile cantilena e li costringe sempre a distogliere lo sguardo. Poi assume spesso il ruolo di predicatore, fra Barbieri e Bastianich, per spiegare – senza spiegare praticamente nulla – le ragioni di eventuali scelte. Lo spartito è sempre ispirato al medesimo inossidabile verbo: un paternalismo compiaciuto e accentuato, insistente, insistito.
IL FORMAT PER CRACCO prevede questo: paternalismo a gogò. Due o tre trasmissioni si reggono. A gioco lungo il vezzo è insostenibile. Poi, per rafforzare il tic paternalistico, Cracco fa due cose per me decisamente insopportabili: mette in continuazione, volgendosi ai concorrenti le mani giunte come se stesse pregando, e poi quasi sempre, come se facesse la pubblicità alla puzza sotto il naso, annusa vistosamente (un paio di centimetri dall’illustre naso) le pietanze preparate con tanto ardore dai concorrenti. Le mani insistentemente giunte davanti al viso gli vengono dalla nostra e sua cara cattolica Vicenza, l’annusare sempre una pietanza che poi si deve mangiare non so da dove gli venga. Ma se non è bon ton per un comune mortale, non dovrebbe esserlo, a maggior ragione, per un giudice chef.