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IL LIBRO DI CARRERI MAGISTRATI, AVVOCATI GIORNALISTI
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21 dicembre 2017

IL LIBRO DI CARRERI MAGISTRATI, AVVOCATI GIORNALISTI

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IL LIBRO DI CARRERI MAGISTRATI, AVVOCATI GIORNALISTI
VIL RAZZE DANNATE
(parte 2/3)

PINO DATO

(vedi parte 1)

Carreri racconta fatti

L’autrice non fa dietrologia. Non lascia in sospeso ombre evocanti corruzioni o similia. Da buon giudice sta ai fatti. E li racconta. A volte, per la passione che la anima, con inutili duplicazioni. Altre volte, sempre per analoga ferita passione, insistendo troppo sulla propria riconosciuta bravura di giudice (e anche di velista). Non era necessario. Il lettore aveva già abbondantemente acquisito il concetto.
Tuttavia, si può capire. La ferita sanguina ancora. E i fatti narrati sono clamorosi.
Tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004 Cecilia Carreri deve far fronte, in contemporanea, a gravi discopatie alla schiena e alle contemporanee gravi malattie tumorali di mamma e papà.
Le continue visite ospedaliere, anche fuori provincia e all’estero, per sé e per i genitori, la obbligano a chiedere un periodo di aspettativa.
Il periodo viene concesso a singhiozzo e coordinato alle ferie non utilizzate, come accade spesso in questi casi. Da questa mistificazione che, da quel che si può capire, non ha trovato sempre interpreti convinti (anche per le oggettive necessità di un ufficio, quello di Gip, per il quale non fu mai nominato un sostituto) si protrae una storia che, da come è narrata, sembra non aver mai avuto fine.
Il dramma dei genitori, insieme al problema grave riscontrato alla schiena, debilitano fisico e spirito. Il giudice deve affrontare un lungo periodo di riabilitazione. Ad Abano. La riabilitazione e la fisioterapia esigono attività fisica progressiva e un programma molto intenso. La causa della malattia non era stata la vela, ma al contrario l’intensa attività sedentaria, al computer e alla scrivania per la funzione di giudice. Tutto documentato da atti medici contemporanei.

La denuncia del dottor Bozza “L’inferno sono gli altri”, disse Sartre

La chiave, anche delle successive perversioni burocratiche e “ideologiche”, è tutta qui. Fino a tutto il 2005 la Carreri è fuori ruolo, riconosciuto dal CSM. Rientra in ruolo il 1° gennaio 2006. L’attende l’inferno (il suo inferno): colleghi ostili e scortesi, presidenti e procuratori persecutori. E un nuovo giudice coordinatore che, possiamo ben immaginare che informazioni avrà ricevuto dai sottoposti, colleghi, eccetera, su questo giudice velista che ha ottenuto una così lunga serie di aspettative e congedi.
I rapporti con i colleghi e con i superiori non sono buoni. Il presidente del tribunale era Giuseppe Bozza che, secondo la Carreri, non amava il penale, e non la aiutò a sbrigare pratiche che erano in giacenza ingiustificata da molto tempo. Decreti penali emessi e non notificati, e quant’altro. Lo stesso Bozza fu l’autore dell’addebito disciplinare principe, la madre di tutte le nequizie, per il quale interessò la Corte d’Appello e questa, come da prassi, la Corte di Cassazione.
Allibita, la Carreri lesse, convocata a Venezia in Corte d’Appello, la lettera della Cassazione. L’oggetto, proveniente dal dottor Bozza, riguardava: “Assenze dall’ufficio”. Il testo indicava le giornate di assenza e poi spiegava: “Tutto questo non ha impedito alla dott.ssa Carreri di svolgere quell’attività fisica altamente impegnativa di cui ampia traccia è fornita…Necessita intervenire, quanto meno per il rumore del caso, come emerge dalla riunione dell’Associazione Nazionale Magistrati locale, il cui verbale è stato rimesso dal Presidente del Tribunale”. Cioè, da Bozza. Che allega alla sua denuncia il verbale di una riunione della ANM di Vicenza in cui i colleghi stigmatizzavano le assenze della Carreri. Una procedura, come è facile intuire anche per un profano, chiaramente anomala.
“L’enfer sont les autres” ha scritto una volta Jean Paul Sartre.
L’inferno sono gli altri. In quel momento, a Venezia, deve averlo pensato seriamente anche la dottoressa Cecilia Carreri.

Un Giorgio Falcone velocissimo

Indubbiamente, ammettiamolo, la cosa puzza. O meglio, rivela le croste che i guanti del perbenismo tenacemente nascondono. L’assemblea dell’ANM vicentina è convocata per iniziativa del PM Giorgio Falcone senza un ordine del giorno preciso ma con l’obiettivo di denunciare una collega presunta assenteista, di cui la stampa aveva parlato troppo in abbondanza. La regata era partita il 5 novembre e l’assemblea si tiene l’8 novembre. ‘Il Giornale di Vicenza’ ne aveva scritto in quei due giorni. Velocissimo, il dottor Falcone. Evidentemente l’assemblea, pressoché totalitaria, era già moralmente pronta in anticipo. Al momento di redigere il verbale, votato all’unanimità da tutti i magistrati (fatto rarissimo che a Vicenza una simile assemblea sia così numerosa) si viene a sapere che, in realtà Cecilia Carreri era legittimamente in ferie in quei giorni di regata. Che fare? Annullare tutto? Impossibile. La reprimenda ufficiale non era però possibile, ammesso che un atto del genere rientri nei diritti-doveri di magistrati in servizio nei confronti di un collega velista.
E allora si ripiega su un verbale di, chiamiamolo così, rincrescimento della pubblicità eccessiva, e pertanto negativa per la magistratura, ricevuta da imprese di una collega (immagino valente) che partecipava, “ad una gara di notevole impegno fisico” malgrado note patologie da lei sofferte alla schiena.
Un verbale di colleghi preoccupati. Quasi da libro Cuore. Ebbene, un verbale del genere, ufficiale per quanto modestino e povero, dà fuoco alle polveri. Perché la letterina con il verbale è mandata al dottor Bozza, unico assente all’affluente assemblea (e pour cause), presidente del tribunale, per conoscenza. Bozza non ci pensa due volte e apre un procedimento disciplinare alla Corte d’Appello di Venezia.
Due ulteriori particolari per sottolineare la puzza della questione: uno, Bozza non aspetta neanche che Carreri rientri dalle ferie per procedere come ha deciso; due, Bozza non informa neanche per iscritto Carreri della sua iniziativa. Quella traversata non va proprio giù. È guerra aperta. E come per le guerre più becere, non è neanche correttamente dichiarata.
Da gossip, ma gustoso, il particolare che Carreri racconta del suo ritorno dopo l’aspettativa-ferie. Va a salutare il collega PM dottor Falcone, il convocatore. Costui le dice che si è sposato ma nulla le dice dell’assemblea da lui convocata e delle sue conclusioni. La Carreri fa un regalo agli sposi di un piatto d’argento. Gli sposi ricambiano con la bomboniera. Fine della storia. Anzi, no: è appena l’inizio.

Aria irrespirabile in Tribunale

La chiave di tutto è dunque in questo binomio: assemblea magistrati di Vicenza e iniziativa del dottor Bozza. Secondo la Carreri questo ex presidente del tribunale di Vicenza la vedeva “come il fumo negli occhi”. Non era una questione di simpatia o antipatia di pelle. A Bozza, presidente del tribunale, non andavano a genio le critiche aperte di Carreri a molti malfunzionamenti degli uffici. Infatti egli non si limitò a chiedere l’apertura di una procedura disciplinare in Corte d’Appello per quella che stava diventando la giudice-velista. La accompagnò di propri apprezzamenti sul suo presunto assenteismo frequente e sulla sua attività agonistica, dimenticandosi però di allegare alla pratica i documenti di concessione congedo, ferie, oltre agli esiti delle visite fiscali da lei ricevute. Stavolta fu Carreri a muoversi, denunciando al tribunale di Trento il collega presidente per calunnia. Procedimento inedito, qualcosa di unico nei rapporti, e perfino negli scontri, fra magistrati. L’aria a Vicenza si era fatta ormai definitivamente irrespirabile.
Ci mancava anche la presenza del dottor Perillo, un magistrato di Padova che per un certo periodo presiedette la sezione penale. La Carreri, per l’evenienza di una legge che imponeva ai magistrati di non permanere oltre dieci anni nello stesso ufficio, chiese il trasferimento a quella sezione e l’ottenne. Ma il dottor Perillo le negò quasi lo spazio per lavorare. Scrive il giudice: “Non mi aveva riservato nemmeno una stanza, tanto che fui costretta ad attendere che il dottor Gerace si decidesse a lasciare l’ufficio in cui era stato ingiustamente trasferito.” Alla fine le assegnarono un ufficio minuscolo, un corridoio, nell’ala vecchia del tribunale, risalente agli anni 60, situato proprio sopra il bar del Tribunale: da cui salivano gli effluvi per il pane bruciacchiato e il caffè.

Due procedure. Quella disciplinare e una parallela, penale, al tribunale di Trento

La guerra vera, la madre di tutte le guerre, è quella, tuttavia, fra Carreri e Bozza. Storie di ordinaria follia provinciale. Al limite, non pertinenti. Ma il tutto – anche i particolari più insignificanti – nel racconto di una vita appare coordinato.
La denuncia voluta da Bozza ha il suo effetto, il CSM apre la procedura disciplinare e parallelamente viene aperta – secondo Carreri in modo improprio, « un procedimento penale costruito sul nulla » – una procedura giudiziaria nei suoi confronti presso la procura di Trento, funzionale a eventuali reati commessi da magistrati di Vicenza.
Il PM a Trento è Giuseppe De Benedetto, il quale chiede ottiene per ben due volte una proroga di indagini, al punto da far slittare l’attesa dell’interrogatorio dovuto di oltre un anno e mezzo. Il lettore nel frattempo nota che di indagini nuove non c’è nemmeno l’ombra: ma tant’è. Intanto a Roma il CSM teneva in archivio la pratica disciplinare in attesa della sentenza di Trento. Ma se Trento e De Benedetto non si muovevano, con il clima che c’era, tutto tramava contro la Carreri. Questo era oggettivo. I nervi saltano. Ad un certo punto De Benedetto, lentissimo (perché, si chiede il lettore?) ordina un’altra perizia legale sulle condizioni di salute dell’imputata-giudice.
In effetti, la cosa sembra assurda. Che cosa aggiunge una nuova perizia, una nuova TAC e quant’altro ai documenti già  presenti in una pratica che è già abbastanza chiara e ricca? è come ipotizzare che i documenti a suo tempo approvati dal CSM per concedere congedi e aspettative fossero falsi.
In realtà è una inutile perdita di tempo.
Il Tribunale di Trento alla fine, dopo tempo e sofferenze, archivia: non luogo a procedere. Ma il CSM dice: questo non ferma l’azione disciplinare, che va avanti e deve arrivare ad una decisione (o di assoluzione o di colpevolezza) e a una eventuale sanzione.

Una novella San Sebastiano

Nelle more temporali di tutto questo, come è logico, i nervi saltano, non reggono. In realtà il giudice Carreri deve continuare a lavorare al tribunale di Vicenza. Con queste tre frecce degne di San Sebastiano conficcate nel costato (anzi, nella colonna vertebrale, per coerenza di metafora): da una parte il De Benedetto che non si muove, dall’altra il CSM che ringhia ma aspetta Benedetto, e nel frattempo giornali e giornalisti che insistono a tessere le lodi del giudice-velista e a fare servizi più o meno interessanti e interessati. E nasce qui, agli occhi del lettore beninteso, uno dei maggiori errori compiuti dal giudice Carreri. Lei non si rende conto che il can can mediatico che prolifica senza misura intorno alla sua figura (vedi capitolo 5, dal titolo significativo,« Il successo procede inarrestabile ») non le è utile, bensì dannoso.
I giudici che la devono giudicare leggono e vedono la TV. Si fanno idee sbagliate. Creano posture mediatiche alla vicenda che con la sua vera natura non c’entrano nulla. I media e la loro voracità innata, purtroppo, hanno un ruolo psicologico enorme. Creano tanta spazzatura (e questo appellativo giudice-skipper ripetuto fino al vomito cosmico è ormai insopportabile) ma la spazzatura ingorga, ostacola, è un problema sempre, anche fuor di metafora.
Carreri, con queste tre frecce nella colonna vertebrale (Benedetto, CSM, stampa invasiva) cede. Chiede un nuovo congedo straordinario. Scrive: « Ormai in ufficio vivevo isolata. Nessuno mi dimostrava uno straccio di umanità, di comprensione, di solidarietà ».
Qui non posso non chiedere astrattamente alla scrittrice: ma come, ti sorprendi? Hai già dimenticato che tutto nacque da quella famosa assemblea con i colleghi tutti ben presenti?
C’è ingenuità talvolta in Carreri. E non sempre l’ingenuità è una virtù.

Il plotone d’esecuzione

Arriviamo alla decisione-sentenza, con sanzione, del CSM. Non è una condanna a morte, ovviamente. Ma è una condanna. Il processo, tuttavia, è peggiore della sentenza. Un processo mediatico. Il difensore della nostra giudice, il quotato e famoso Mario Blandini, ex magistrato, che però nello stesso periodo era impegnato in un altro casus belli interno alla magistratura italiana, quello della Clementina Forleo, appare debole e rassegnato. Prima che i giudici si ritirino in camera di consiglio dice alla sua assistita: « Un plotone d’esecuzione…».
Molto incoraggiante, un’assistenza esemplare. Il relatore era un altro magistrato, noto per certe simpatie e antipatie, Mario Fresa. Giudicò sulla base di una vecchia legge del 1946, pre-Costituzione, abrogata l’anno prima, una legge che « dava ampia potestà al CSM nella concreta individuazione dei fatti da sanzionare e quella libertà di giudizio era l’antitesi della certezza del diritto ».
Dice la Carreri: « Con la nuova legge di riforma, già in vigore da un anno, sarei stata assolta. » Io, lettore, le credo sulla parola. Ma mi chiedo: in che mondo viviamo? Può una struttura giudicante autorevole che promana dal CSM sentenziare ispirandosi ad una legge non più in vigore?
Alla fine il buon Fresa la condannò perché, prendendo per buone molte delle inesattezze trasferitegli dal buon Bozza, dichiarò (parole sue) « il disvalore deontologico delle attività sportive svolte dalladottoressa Carreri. » Giuridicamente, un nonsens. Disvalore deontologico della vela? Dove sta scritto? E se al posto della vela la Carreri avesse praticato lo sport delle bocce, avesse vinto tre gare in quindici giorni a Isola Vicentina, Costabissara, Velo d’Astico e avesse ricevuto l’encomio del Giornale di Vicenza attraverso un trafiletto di 15 righe su una colonna in 48 a pagina nelle cronache della provincia, cosa cambiava giuridicamente?

La sentenza costruita dalla vela

Non solo la vela costruì la sentenza, dunque. Anche l’eco mediatica (decisamente eccessiva, vero boomerang per Carreri) dell’impresa atlantica, lo fece. In realtà la Cassazione, per altri casi, si era già occupata del problema. E aveva stabilito che il lavoratore in malattia poteva svolgere attività sportiva del tipo che lui gradiva, a condizione che non ne peggiorasse lo stato fisiologico generale al punto da non poter più svolgere come prima il proprio lavoro.
Il giudice Fresa aggravò il livello della propria motivazione andando a pescare un vecchio certificato medico del 2001, relativo ad un’altra vertenza che Carreri ebbe con il presidente del tribunale di Vicenza De Robertis e il collega GIP Gerace. Una cosa di cattivo gusto, sulla scia dell’esposto del dottor Bozza, che fu vincente, dunque, su tutta la linea.
Sull’altro conflitto De Robertis-Gerace il lettore (e anche il recensore) ha un sussulto. D’accordo che abbiamo di fronte – e non si può negarne l’evidenza sotto molteplici aspetti – un giudice senza macchia e senza paura. Senz’altro un soggetto raro, nel panorama giudiziario italiano. Non unico, raro. Ma possibile che i conflitti siano sempre latenti quando c’è di mezzo un giudice cristallino? Possibile che Cecilia Carreri abbia trovato nemici ovunque a Vicenza?
Non sono domande retoriche. Credo che ciò sia oggettivamente possibile e credo, leggendo il libro, che Carreri sia stata vittima del sistema non solo nell’episodio della sua disavventura finale al CSM, ma anche in tutti gli altri che lei racconta. Ma c’è in alcuni incroci un livello di (sua) ingenuità perfino inaccettabile. « Fatti furbo, » mi diceva mia nonna. Io non ci riuscivo sempre (anzi, di rado), ma quell’invito mi riecheggiava spesso nelle orecchie.

(continua)