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L’etica di Zigliotto

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L’ETICA DI ZIGLIOTTO
L’ETICA DI COVIELLO

PINO DATO

SEMBRA PRASSI ACQUISITA che in un mondo pervaso dalla corruzione elevata a sistema, dagli intrallazzi più  indecenti fra politica ed economia, dal dominio assoluto del denaro come unità di misura privilegiata di ogni scala dei valori, quando qualcuno vuole escludere qualcun altro da un’appartenenza, un vantaggio, un premio, un ingresso, un riconoscimento, gli dica, se deve giustificarsi (a volte accade) che lo fa in nome di un proprio codice etico. E così la parola “etica” è diventata ormai, del tutto ignobilmente date le acque scure su cui naviga la nostra società, una specie di chiavistello a comando. Ti chiudo a doppia mandata la porta con questo chiavistello – l’etica – e buonanotte ai suonatori (di piffero). Erano molto più onesti i cattivi interlocutori stigmatizzati qualche decennio fa dal grande Iannacci quando lui diceva “vengo anch’io” e loro gli rispondevano a ripetizione “no, tu no”. Non aggiungevano la beffa-truffa del codice etico alle ragioni (inconfessabili) dell’esclusione.
Perché questa lunga e forse noiosa – ma credo necessaria – premessa? Gli avvocati dicono: excusatio non petita. Quando lo dicono? Lo dicono quando qualcuno scioglie nodi che nessuno gli ha chiesto di sciogliere. E pertanto sono sospetti e incongrui.
Per estensione si potrebbe dire la stessa cosa dell’oggetto di questo mio scritto: il rifiuto opposto, qualche mese fa, dal presidente degli industriali vicentini, Zigliotto, all’ingresso del signor Coviello, proprietario e amministratore unico della società che gestisce Vicenza Più, un periodico on line e qualche volta in carta, che esce a Vicenza da molti anni, ad iscriversi fra gli industriali vicentini. L’excusatio qui richiamata può essere sostituita da una defensio non petita. Nel senso
che il signor Coviello non ha bisogno delle mie difese, né lo conosco tanto da imbarcarmi per questo mare, né mi è così simpatico, Coviello, da rischiare di diventare, io, antipatico a Zigliotto, né, tantomeno, mi sento particolarmente solidale a Coviello per il tipo di giornalismo che lui interpreta da molti anni (essendo lo stesso un po’ lontano da quello che a me piace di più e che umilmente cerco di realizzare).
E allora, potrebbe chiedermi il mio amico Giuseppino, perché ti vai a imbarcare in questa contesa assurda? Gli rispondo subito: per l’etica. Non la mia etica (esistente, ma privata). L’etica dichiarata, strombazzata, creata a strumento. Insomma, non sopporto più che qualcuno dica a qualcun altro: ti escludo, ti respingo, ti annullo, perché la mia etica me lo impone. QUAL È L’ETICA INVOCATA da Zigliotto per escludere Coviello, titolare di una piccola impresa industriale (editoriale) dalla sua associazione di industriali vicentini? È presto detto (per i nostri lettori che non lo sanno, intendo): perché nei suoi prodotti editoriali il Coviello avrebbe in varie ripetute occasioni messo in cattiva luce la dignità e l’immagine degli industriali vicentini. In soldoni: siccome Coviello, in taluni suoi servizi, avrebbe criticato gli industriali, non può essere uno di loro. Non so se questa il buon Zigliotto la chiama etica ma io intanto mi chiedo: Coviello avrebbe diffamato tutti gli industriali vicentini che stanno sotto il manto di mamma Associazione o solo qualcuno in occasioni ben individuabili e per fatti o misfatti ben individuati?
E come si comporta Zigliotto, mi chiedo ancora, con gli industriali che non pagano le tasse, che esportano capitali, che inquinano terre e fiumi, che licenziano ingiustamente, che pagano i politici per farsi dare le commesse, che creano una rete stabile di malaffare e dunque sporcano l’immagine della stragrande maggioranza degli industriali che è, invece, proba e immacolata? Li espelle? Li mette all’indice? Li multa? E l’etica: la usiamo sempre o quando serve solo per escludere chi ci è antipatico?
SONO SOLO DOMANDE. POI C’È qualche intuizione di secondo tipo. Del tipo, cioè, afferente l’oggetto dell’attività industriale del Coviello: l’informazione. Qui tocchiamo un tasto delicato sul quale varrà la pena, noi uomini liberi, di sviluppare un bel discorso un giorno o l’altro. Fatto è che l’ingresso di un industriale dell’informazione in un’associazione che è a sua volta, come associazione intendo, un industriale dell’informazione è in realtà, forse anche da un punto di vista etico, un nonsense. È vero che viviamo un mondo letteralmente soffocato dai nonsense, ma la nostra ragione ha ancora qualche risorsa da spendere. E la spendiamo, se possibile.
L’Associazione industriali vicentina acquistò verso la fine degli anni ’90 l’intera proprietà del gruppo Athesis, comprese società possedute e controllate, vale a dire ‘Il Giornale di Vicenza’, l’’Arena di Verona’, ‘Brescia Oggi’. Oltre alle società che producono e controllano la pubblicità per questi quotidiani, la Publiadige e quant’altri. Presidente, all’epoca, Bisazza. Tutti allora ci chiedemmo: come mai l’Associazione vicentina  decide di fare un investimento così rilevante da un giorno all’altro per comprare l’intera proprietà di un gruppo che in parte era già suo? Come mai un’Associazione fa un investimento da editore puro, di entità rilevantissima, forzando in modo perfino imbarazzante il proprio statuto (le associazioni degli industriali sono, giuridicamente, l’equivalente controfaccia di un sindacato di lavoratori dipendenti) per acquistare i quotidiani più importanti del Veneto occidentale e di una città come Brescia? Bisazza, potente industriale vicentino della ceramica d’interni, lo lasciò chiaramente detto ai posteri: per motivi politici.
Non poteva dire per profitto perché, editoria o no, non è il profitto la vocazione di un’associazione. Poteva ammettere, invece, l’unica ragione che lo aveva indotto, da presidente, a sostenere con tutta l’anima la necessità del costo, per quanto inaccettabile e sproporzionato, di 100 miliardi delle vecchie lire per l’acquisto di testate, efficienti sì, produttive senz’altro, ma il cui compito era sempre stato e doveva costituire ad libitum riferimento inossidabile di un’appropriata politica di controllo, formazione e informazione di un territorio.
MA CONTRO QUALE DEMONE lottarono Bisazza e l’associazione per decidersi ad un’azione tanto rischiosa e impegnativa ottenendo tra l’altro, con sì autorevole domanda, di far salire un prezzo già abbastanza alto di suo? Era una potenza dell’informazione, senz’altro: il gruppo L’Espresso, rappresentato nel caso specifico in prima persona da Carlo Caracciolo (oggi passato a miglior vita). Ma non era un diavolo politico, ed è difficile immaginare, come temeva Bisazza, che attraverso Caracciolo, i cosacchi avrebbero fatto abbeverare i loro cavalli nelle acque del Bacchiglione.
Eppure, vedete come sono le cose della vita. Quando si comincia una lotta alla quale si crede per motivi idealistici – giusti o sbagliati che siano – se si è capaci e autorevoli (qualità indiscutibili sia di Bisazza che della sua associazione industriali) ci si trova gusto. Gli industriali vicentini, folgorati sulla via di Damasco dalla fede editoriale, ci hanno pure dato dentro. Dopo ‘Il Giornale di Vicenza’, ‘l’Arena di Verona’ (cartaceo) e il monopolista storico della pubblicità nel Veneto occidentale, hanno comprato, attraverso l’Athesis, anche la storica casa editrice Neri Pozza e l’emittente vicentina TVA, tanto per non esagerare. È vero che l’euro non aveva ancora fatto il suo ingresso sulla scena italiana, è vero che il credito a quel tempo piazzava derivati a tutto olè e non guardava troppo per il sottile – e quindi trovare banche locali che ti anticipavano una sommetta del genere era duro ma non impossibile – , è vero che il clima in quel passaggio fra millenni era quasi euforico anche nella nostra Italia già berlusconiana. Ma l’entusiasmo di Bisazza & company è ugualmente degno del massimo encomio. Non di chi crede ancora, povero tapino, alla libertà di stampa in un paese a capitalismo finanziario avanzato, ma di chi sa apprezzare iniziativa, management, furbizia, tenacia.
CHE TUTTO QUESTO ABBIA PORTATO vantaggi più o meno diretti alla comunità vicentina, non direi. Né mi sognerei mai di dire che se fosse arrivato il gruppo Caracciolo sotto la Basilica palladiana il livello della comunicazione democratica e di quella che chiamano l’indipendenza dell’informazione sarebbero schizzati in alto.
La sola cosa certa è che Bisazza, in nome della vicentinità più ecumenica, temeva che lasciar trasferire lo spirito laico di un gruppo come L’Espresso nel corpo mistico di una città abituata ad altre epifanie e ad altri salotti buoni come Vicenza, sarebbe stato devastante. Bisazza e l’associazione si sbagliavano: lo dimostra la qualità etica (ci risiamo…) della società italiana del ventennio successivo. Ma siamo seri e realisti. Se anche fossero arrivati i cosacchi di Caracciolo, con chi volete che sarebbero andati a cena nei mesi successivi per piantare i paletti del loro ingresso nella società vicentina che conta? Con gli Ingui, gli Amenduni, i Beltrame, i Maltauro, i Gemmo, i banchieri, le fondazioni Cariverona, eccetera. Gli stessi di prima. O ce ne sono altri che non conosciamo? O sarebbero andati a cena solo con il buon Coviello?
ECCO CHE RITORNA l’assunto dell’esclusione. In effetti è l’anomalia alla base del niet di Zigliotto nei confronti di Coviello. La classica anomalia italiana, ingigantita dal provincialismo vicentino e dalla sua insita, direi naturale, conventio ad excludendum. Non è affatto vero, come Zigliotto ha dovuto scrivere in quella letterina in cui giustificava l’esclusione per i famosi motivi etici, che temevano Coviello perché aveva criticato qualche collega. Gli industriali si criticano e si confrontano sempre e comunque. Da quando poi l’associazione è diventata proprietaria dell’editore massimo in città (e non solo) i partiti all’interno della proprietà del massimo quotidiano vicentino – quello che procura consenso e attenzione di lettori e di classe politica – si sono moltiplicati.
Le azioni dell’editore in mano all’Associazione sono state vendute agli stessi associati. Logico che quei cinque o sei associati-industriali più ricchi abbiano fatto la parte del leone. Il sindacato di controllo della proprietà è variabile.
Coviello, già editore di suo, avrebbe potuto acquistare quote della casa editrice del quotidiano e diventarne socio. Questa è la vera anomalia. L’Associazione è un editore oggi. Avere un altro editore al suo interno sarebbe stato sconveniente. E l’etica ha prevalso.