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La militarizzazione del territorio. Salute e guerra inconciliabili

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LA MILITARIZZAZIONE DEL TERRITORIO. SALUTE E GUERRA INCONCILIABILI

Le basi militari come quella creata dagli Usa sull’ampio territorio dell’ex Dal Molin sono una forma di militarizzazione con funzione bellica, se si vogliono chiamare le cose con il loro nome. Ma guerra e salute non vanno d’accordo. Un documento, firmato da 573 operatori nel campo della salute, è lì, per la storia e per il futuro, come un grande, irremovibile macigno. E il Congress Statement di Helsinki del 2006, ignorato dai governi italiano e americano, ha fissato un principio inossidabile: “se vuoi la pace, lavora per la salute”. Fa il verso e si contrappone all’altro principio antico, degradato e opaco che ancora qualcuno sinistramente ama recitare: “si vis pacem para bellum” (se vuoi la pace prepara la guerra). Loro negano di prepararla, ma non sono sinceri

DANIELE BERNARDINI

 IL DIZIONARIO DELLA LINGUA italiana Devoto-Oli, alla voce “militarizzazione”, scrive “inserimento in un quadro costituito in base a esigenze o metodi militari”. Militarizzare un territorio significa utilizzarlo per obiettivi militari e gestirlo con le modalità tipiche dell’amministrazione militare, al fuori quindi degli usuali vincoli “civili”.
Già prima del recente insediamento USA, il territorio dove sorgeva l’aeroporto Dal Molin di Vicenza era proprietà del demanio militare italiano; ma è stato con l’arrivo della base americana nell’area che la presenza militare in quel sito è passata da quasi simbolica a decisamente imponente e, per di più, sotto la bandiera di un paese straniero.
I militari rappresentano il presidio armato a difesa di una nazione contro i suoi nemici o il mezzo per perseguirne (sempre con le armi) gli obiettivi strategici. I nemici si combattono coi militari. Gli amici si aiutano con gli interventi civili e non con le armi. I banditi e i fuorilegge si fronteggiano con la polizia. Sarebbe ormai tempo di chiudere con l’ipocrisia, funzionale all’ottenimento di un consenso altrimenti quasi certamente negato, che ha caratterizzato l’informazione negli ultimi decenni e abbandonare le denominazioni fantasiose applicate a operazioni di fatto militari (perché in armi) fatte dal nostro e da altri Paesi in giro per il mondo (per citarne alcune: operazioni di polizia internazionale-Iraq ’91, restore hope-Somalia ’92, guerra umanitaria-ex Jugoslavia ’99, guerra preventiva-Iraq 2003, enduring freedom-Afganistan 2001, Odyssey dawn e unified protector Libia 2011…) e chiamare le guerre col loro nome. Eviteremmo almeno la sorpresa e la meraviglia quando la morte tocca il nostro contingente (e Nassiriya ne è stato purtroppo un tragico e tristissimo esempio), perché la realtà non segue le nostre ipocrisie.

Le guerre asimmetriche moderne

Anche l’insediamento militare statunitense nel territorio di Vicenza é funzionale agli interessi militari (ed economici) di quella nazione nel mondo ed è quindi inserito in una logica di guerra verso i suoi nemici: in mancanza di un ben definito nemico, con Bush, gli USA hanno dichiarato guerra al terrorismo dovunque esso sia e quindi potenzialmente contro tutti e per sempre (la cosiddetta guerra preventiva globale).
Come tutte le logiche che per imporsi utilizzano la forza delle armi, anche questa è fatalmente destinata a creare dolore e morte in qualche parte del mondo. Ormai sappiamo che nelle guerre asimmetriche moderne (guerre cioè tra una grande potenza e un piccolo paese) a rimetterci sono soprattutto i civili. Ospitare una base militare straniera nel nostro territorio vuol dire accettare di essere complici (o se si preferisce corresponsabili) dei suoi obiettivi. Ammesso che l’Italia, nell’ambito della propria politica estera, possa anche condividere questi obiettivi, resta comunque il fatto che al Dal Molin si è installata una base funzionale alla guerra, secondo logiche americane. Buona parte della cittadinanza vicentina (specie quella nata dopo la seconda guerra mondiale) vive questa presenza militare straniera nel proprio territorio in un modo che non sarebbe logico altrove, verosimilmente perché gli americani a Vicenza ci sono in forma organizzata da 60 anni. Immaginiamo un cittadino di Milano che vedesse sfilare per le vie del centro della sua città un convoglio di camion e jeep militari americane (ma lo stesso sarebbe se fossero tedesche, francesi…) con tanto di soldati sopra: sicuramente si domanderebbe cosa di grave debba essere successo o se sia scoppiata una guerra. A Vicenza invece la cosa viene tollerata come fosse normale. Ma normale non é.

La crisi dei cosiddetti determinanti della salute

La sola prospettiva di un’ulteriore militarizzazione del territorio a Vicenza, prima ancora che divenisse realtà, ha stimolato molte riflessioni in alcuni professionisti operanti nel campo della salute pubblica. Queste professioni, per loro caratteristica missione, portano chi le pratica ad interessarsi della vita, della salute, della loro difesa e promozione. Nei riguardi della questione Dal Molin, questi professionisti ritenevano che le decisioni calate sulla città andassero in una direzione che nulla aveva a che fare con la promozione della vita e della salute.
Esse infatti mettevano in crisi molti fattori capaci di influire sulla salute pubblica (i cosiddetti determinanti della salute) sia a livello locale che “globale”. A livello locale ritenevano che fossero molte le cose da valutare: l’impatto di una base militare delle dimensioni proposte su una città piccola come Vicenza; il consumo di una non illimitata falda idrica, considerata tra le più pure dell’alta Italia, e un suo possibile inquinamento; l’interferenza sull’equilibrio idro-geologico già precario della città; le possibili emissioni di inquinanti (combustibili, olii, sostanze chimiche varie, possibili materiali nucleari…), senza poter mai essere sicuri di quali essi possano essere, stante la segretezza di cui queste basi si circondano; l’impatto con la viabilità di una zona già abbastanza congestionata…
A livello “globale” questi professionisti avvertivano il disagio di sentirsi in qualche misura complici di scelte di guerra (e quindi in ultima analisi di sofferenza e di morte) fatte da altri e con effetti negativi sullo stato di salute e benessere di paesi lontani.

Tre categorie di dissensi: pacifisti, impatto locale, salute

Le motivazioni di chi, tra gli operatori della salute, dissentiva contro questo prospettato ulteriore insediamento militare erano diversificate, come sempre succede quando si toccano questioni delicate e sensibili: chi metteva davanti scelte pacifiste pregiudiziali, chi poneva l’accento solo sull’impatto locale e chi su quello globale con la salute…
Alcuni medici e psicoterapisti di questo composito fronte di operatori sanitari si sono impegnati per mettere in luce le motivazioni comuni sulle quali sicuramente poggiavano le diverse posizioni; al tempo stesso hanno pensato di promuovere una iniziativa in grado di offrire una voce a quanti, tra i loro colleghi, sentivano di aver qualcosa da dire ma non avevano avuto l’occasione o il coraggio di farlo.
Partendo dai principi etici e deontologici delle professioni sanitarie, con una paziente e lunga opera di mediazione e discussione è stato messo a punto un documento sul tema (“Ci occupiamo della salute della persona: facciamo un appello”), con la convinzione che quella fosse la base giusta per raccogliere un largo consenso, al di là di schieramenti politici o partitici.
Dopo le premesse che richiamavano alcune affermazioni del Codice di 91 deontologia medica, nel documento si leggeva che “la promozione della salute non può prescindere dal contesto socio-ambientale in cui viene perseguita…” e si ribadiva che “esiste un’incompatibilità tra la “cura della vita” delle nostre professioni, e la “cultura di morte” tipica della guerra”. Infine, dopo altre sintetiche considerazioni, concludeva: “come infermieri professionali e tecnici sanitari, operatori socio-sanitari, medici e psicologi, ci dichiariamo contrari alla costruzione di una nuova base militare al Dal Molin, e, pur mantenendo nell’esercizio del nostro lavoro la necessaria neutralità di ruolo, vogliamo invitare colleghi e cittadini a riflettere sui rischi connessi alla realizzazione del progetto”.
Il documento prodotto è stato fatto circolare tra le varie figure professionali operanti negli ambulatori, nell’ospedale, nel territorio. Pur non essendo mancate resistenze, soprattutto motivate dal timore di vedere strumentalizzato il proprio consenso, oppure qualche decisa contrarietà, in un ambiente solitamente abbastanza apatico e allineato come quello della sanità vicentina si sono raccolte ben 573 firme tra medici ospedalieri, medici di famiglia, operatori sanitari in genere (infermieri, operatori socio-sanitari, fisioterapisti…), psicologi, psicoterapisti…

Dissentire? Interferenze illecite sulla vita sociale

Sulla base di questo documento (presentato nell’aprile 2009 alla stampa, all’Amministrazione cittadina…) è stato composto un manifesto colorato e vivace con tutte le firme in calce che è stato esposto negli studi professionali dei medici firmatari, nei corridoi degli ambulatori e dell’ospedale. A dimostrazione che la vita di questo strumento di comunicazione fosse tutt’altro che facile sta il fatto che i manifesti all’interno degli spazi espositivi dell’ospedale resistevano solo pochi giorni prima di venire rimossi da mani ignote. Siccome altre mani volonterose riattaccavano durante la notte i cartelli rimossi di giorno, l’esposizione ha avuto comunque una durata superiore alle due-tre settimane. La diffusione basata su un’organizzazione abbastanza dilettantesca non ha verosimilmente permesso al documento la visibilità pubblica che avrebbe voluto avere; sicuramente però si è trattato di un evento che ha scosso l’ apatia stagnante dell’ambiente sanitario
vicentino.
Il contenuto del documento è servito di base e di stimolo successivamente per incontri pubblici sul tema “guerra e salute”, in sale pubbliche (v. l’incontro con l’epidemiologo Pirous Moghadan nel quartiere di San Lazzaro il 2-7-2008), in ambienti culturali di alcuni quartieri (v. Scuola del lunedì del quartiere dei Ferrovieri) e per alcuni interventi negli anni successivi con allievi di scuola media.
Non inaspettatamente, c’è stato chi ha fatto notare che questo tipo di interferenze sulla vita sociale e politica di una città aveva poco a che fare con quanto la società si dovrebbe aspettare da un professionista nel campo delle salute pubblica.
Al riguardo, Giorgio Cosmacini, un importante studioso della storia della medicina e autore di molte seguite pubblicazioni, ama fare la distizione tra chi è e chi fa il medico. Chi è un medico aggiunge alla componente tecnica del proprio lavoro anche qualcosa di personale, che si manifesta nella sua volontà e capacità di prendersi cura degli altri senza dimenticare il contesto nel quale sono immersi (sociale, economico, lavorativo, culturale, religioso, spirituale…) e nella sua disposizione a collaborare alla soluzione dei diversi problemi che si manifestano. Quindi si può pensare che chi è medico vede la guerra come una malattia del genere umano (mutuando la definizione da Angelo Stefanini – Osservatorio Italiano sulla Salute globale) e, come fa per tutte le altre malattie, vorrebbe prevenirla prima che curarne gli effetti; non può quindi dare il proprio avallo a scelte funzionali ad interventi di tipo armato (e non importa se qui da noi o in paesi lontani).

È possibile fare il medico senza essere un medico

Chi invece si limita a fare il medico si concentra sulla soluzione tecnica dei problemi concreti che man mano gli si presentano, ritenendo che non sia suo compito domandarsi da dove vengono e cosa comportano. Purtroppo è possibile fare il medico senza essere un medico. È invece impossibile cercare di essere un medico senza saperlo anche fare. Rimane da capire come possa conciliarsi l’accettazione acritica di una situazione capace di stravolgere molti dei determinanti della salute a livello locale e a livello globale pur con questa impostazione tecnicistica della professione, almeno quando messa a confronto con la prevenzione delle malattie, che è uno dei più importanti obiettivi dell’intervento medico sulla società.
Sì, perché la globalizzazione della guerra ci rende responsabili di tutto quello che avviene sul pianeta e non possiamo più ritirarci nel nostro piccolo mondo circoscritto al sicuro (almeno così pensiamo) da certi rischi.
A sottolineare che esiste un rapporto stretto tra medicina-salute da una parte e militarizzazione-guerra dall’altra, il 17° congresso dei medici per la prevenzione della guerra nucleare (IPPNW) svoltosi a Helsinki nel 2006 ha coniato lo slogan “Se vuoi la pace, lavora per la salute” (Helsinki congress statement 2006).