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La Grande Guerra e le ‘grandi’ opere edili nel Vicentino

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LA GRANDE GUERRA E LE ‘GRANDI’ OPERE EDILI NEL VICENTINO

Nel 2014 ricorre il centenario della Grande Guerra, un avvenimento epocale che ha caratterizzato tutto il Secolo Breve. Noi iniziamo a ricordarlo per il ruolo straordinario svolto dai vicentini, elaborando con rigore distinzioni che di solito la retorica oleografica rifiuta. Il 1914-18 ci ha lasciato una cartografia-geografia delle nostre terre memorabile ancor oggi: dalle trincee e dai fòrti per combattere agli ossari per ricordare ed essere ricordati. E storie di comandanti incapaci, soldati valorosi, civili volontari impagabili, donne asservite, ragazzi abbandonati. Alla fine, la gloria a chi? Ai generali scaltri e agli impresari edili nominati cavalieri: insomma, all’Italia che verrà

CARMELO CONTI

CONCLUSO SUI TERRITORI MONTANI il tempo della reggenza della “Serenissima”, il Veneto aveva conosciuto un prolungato periodo di pace ed avviato rapporti di fratellanza con le genti schierate lungo i confini. La vita procedeva secondo il tipico andamento di una economia agro-silvo-pastorale e la stessa attività edilizia era mantenuta entro i canoni di modeste strutture in sasso, legno ed intonaco grezzo. Purtroppo, all’inizio del ‘900, causa ambizioni territoriale mal celate, italiani e austriaci presero ad impegnare forze e risorse, anche rilevanti, per dare forma ad “insensate” opere di fortificazione a difesa di luoghi e cose.
Invece era risaputo che fin dall’inizio del ‘900 gli Austriaci avevano iniziato a pianificare nuove fortificazioni lungo i confini delle aree comprese tra i fiumi Adige e Brenta, con ciò venendo “(…) a fabbricarci i forti quasi in casa mentre noi lasciavamo le porte spalancate”. Ma il Governo italiano, peraltro più volte allertato dal senatore thienese Attilio Brunialti, accerta la situazione ed affronta le consistenze e le condizioni della nostra edilizia militare solo nel 1910, con un ritardo di almeno dieci anni. Allo stato dei fatti le nostre linee di difesa disponevano solo di alcune caserme, realizzate tra gli anni 1850 e ‘90, che erano state costruite secondo le tecniche tradizionali in montagna: spessi muri in pietrame, travature in legno e ricoprimenti difensivi con sostanziosi spessori di terra battuta.
Ma se andiamo a rileggere quanto scriveva la gazzetta locale “El Visentin” il 13 dicembre 1877, un po’ faceto e un po’ sincero ma certamente bene informato sulle figure cittadine che ambivano ad emergere, non si possono escludere altre modalità, certo meno conformi ma più sbrigative ed economiche, come a qualcuno tornava conto fossero tali opere in tempo di guerra.
Si traccia il profilo di un impresario edile affermatosi in piena rivoluzione industriale quando anche gli appalti pubblici, come quelli riferiti alle opere di difesa del territorio, erano numerosi e, a certe condizioni, sempre garantiti. Proprio in merito alle numerose promozioni avviate nel suo tempo il giornale si sente obbligato a fare le debite riflessioni e una di queste puntava il dito sul mondo degli edili, chiamato ad assecondare, agevolare e soprattutto a materializzare il progresso industriale con adeguate opere murarie:
(…) Dopo de questo ghe xe un altro cavalier. Chi xelo? El xe un impresario de qualche lavoro publico che a fatura finia per darghe un onor i lo ga fato cavalier. E xelo proprio cavalier? Eco. Lu gà scannà i lavoranti e i brazanti a farli lavorar come bestie nel lavoro dela so impresa dandoghe na paga da morir de fame dopo disnà, el ga sassinà i pori artisti facendoli lavorar ma ciapandoli per il collo e disendoghe: se volì ve dago tanto, per esempio un franco e mezo al zorno se no ciamo dei altri – el ga domandà dele adizionali co xe sta a mezo lavoro e a furie de botiglie e de regali ai Consiglieri Comunali el le ga otenude; el ga dà al momento del’asta del lavoro la mandola a quanti se gheva presentà par tore l’apalto per poder rosegar lu solo, e quando xe sta nel momento del colaudo del lavoro co na leterina gentile ai Ingegneri colaudatori che gaveva entro un tocheto de carta bianca che portava le parole buono per lire mille el ga otenudo el colaudo e scosso i soldi dela impresa facendose sior a spale dei lavoranti, dei artisti e del bilancio Comunale. Eco cosa xe sto sior cavalier (…).
L’esposizione può farci anche sorridere ma risulta bene articolata, di certo è dettata da persona che usava frequentare gli uffici pubblici, sapeva come partecipare alle gare d’appalto e, a sua volta, cercava di capire come affrontare le situazioni. Appare un testo fresco di stampa, scritto solo ieri. Descrive un evento che viene da tempi certo risorgimentali, solo qualche anno prima del 1877 ma che potrebbe ripetersi, anzi si ripeterà tale e quale anche domani. E l’altro domani saranno gli anni dell’inizio ‘900 e seguenti.
Leggendo atti e resoconti sulla Grande Guerra, si avverte come la chiave di lettura data su quell’ impresario in quel momento della storia italiana non fosse per nulla tendenziosa, parziale o diffamatoria, ma piuttosto una presentazione anticipata di fatti, comportamenti, decisioni e processi che ancora, chissà quante volte, proprio tra gli anni 1904 e 1918 hanno finito per coinvolgere l’intero ventaglio degli uomini “quelli chiamati alle responsabilità decisionali e quelli addetti ai lavori”: gli onorevoli e i generali, gli ufficiali del Genio e gli impresari, con i capimastri, gli avventizi precari, le donne ed i ragazzi.
Una serie di luoghi, manufatti, uomini, date, racconti e accadimenti, presentata così come raccolta e in qualche caso in ordine di tempo, che non può non far riflettere e spingerci a giudicare la storia e gli uomini in modo attento e approfondito.

 Il Genio Militare allerta i comparti della pietra “naturale”, del cemento e del ferro, e attua gli arruolamenti

La chiamata al lavoro è avviata: i nullafacenti entrano a libro paga come manovali, i manovali diventano capomastri, i capomastri vengono riconosciuti impresari edili e gli impresari “cavalieri”. Secondo le indiscusse competenze degli alti Comandi Militari per adeguare le nostre difese agli ormai imminenti eventi bellici bastava realizzare, secondo i manuali di un’architettura militare di fine ‘800 marcatamente monumentale, un’edilizia di guerra “correttiva” cioè fatta di strutture aggiuntive che solo nella normalità delle vicende belliche sarebbero bastate a dare sicurezza pur restando soggette, sempre sottinteso, ad essere abbattute dalle artiglierie nemiche o peggio fatte saltare in aria dagli stessi occupanti in caso di precipitosa ritirata. Al momento della dichiarazione di guerra, i Comandi Supremi sanno di poter contare su un apparato industriale poco competitivo e su imprese edili di potenzialità limitata, ma a intervento armato dichiarato il governo può solo coinvolgere le attività trainanti: la cantieristica, la metallurgia, il manifatturiero.
Nel caso dei fronti vicentini si appellerà soprattutto al comparto, sempre basilare, della pietra “naturale”, poi a quelli del cemento e del ferro; occorreva ferro per fare i cannoni e gli scudi delle cannoniere, le baionette, il filo spinato, le gavette, poi ancora ferro per le armature che sarebbero state annegate nelle gettate di calcestruzzo da consegnare allo Stato, ai generali e ai soldati come strutture in cemento armato “vero”!
Anche le imprese edili di ogni capacità operativa, eufemisticamente classificate “ausiliarie”, sono obbligate a mettersi al servizio del Governo. Tutte vengono assoggettate ai suoi controlli, alle prelazioni programmate sugli approvvigionamenti delle materie prime, alle prescrizioni imposte per l’assunzione delle maestranze e per la gestione della manodopera, ma soprattutto alle aggiudicazioni delle piccole, medie e grandi commesse belliche: dai panni di stoffa alle gavette, dai fucili alle mitraglie, dal filo spinato alla dinamite, dalle pietre al cemento! E da subito spiccano le capacità dei singoli di stare dalla parte delle istituzioni militari, chi è in alto starà con i generali, chi è in basso starà con i tenenti del Genio, in fondo sono questi a decidere sul campo e subito: soprattutto hanno sempre ragione. I militari chiamano tutti a prestare la propria opera per cui bisogna saper entrare nel ristretto (e redditizio) circuito di chi dirige e assegna le commesse. Da qui hanno inizio le sorti e le fortune delle industrie e delle imprese.
Per valutare l’ammontare dei fondi disposti per realizzare queste strutture basta un dato parziale sui finanziamenti resi immediatamente spendibili da un dispositivo predisposto dal generale Tancredi Saletta: nel bilancio dello Stato 1906–‘07 gli stanziamenti per le opere edilizie difensive e di offesa vengono portati da 800.000 lire a 3,3 milioni, mentre quelli per l’anno 1907–‘08 passano da 2 a 3,7 milioni di allora.
Sul territorio si devono reperire e gestire almeno quattro categorie di uomini: gli “operai militarmente comandati” sempre a disposizione dei comandi militari per eseguire i grandi lavori; gli “operai militari” destinati a mansioni speciali; gli “operai borghesi” reclutati tra gli uomini senza obblighi militari; infine gli operai liberi, chiamati ad operare nelle aree non coinvolte dalla guerra. Per espletare tali esigenze vengono emanate leggi speciali che ordinano i reclutamenti di massa.
Nessuna meraviglia se le pressanti scadenze operative spingono le autorità a semplificare procedure e controlli, se nelle liste di collocamento si agevolano le promozioni, se avviene che i nullafacenti entrino nei libri paga governativi come manovali, i manovali vengano promossi capomastri, i capomastri vengano riconosciuti impresari edili e a loro volta gli impresari di città vengano nominati e riveriti “cavalieri”.

Neri Pozza: “Imbavagliati gli inquirenti a furia di denari”

Un profondo conoscitore della città di Vicenza e della vicentinità, quale fu Neri Pozza, interessandosi dei comportamenti umani tenuti da alcuni concittadini prima, durante e dopo la Grande Guerra ha lasciato scritto:
“(…) La gente aveva visto lo spettacolo del pescecane più grande di Vicenza quando si era maritata la nana Zaira, figlia dell’impresario Nicola Foladori. L’impresario era sotto inchiesta, per aver costruito in modo non conforme al capitolato, alcuni forti sull’Altopiano, lungo la linea di confine. Eppure queste erano solamente – dicevano gli esperti – le marachelle
della sua carriera. Il vecchio, partito dalla gavetta, aveva lucrato su altri appalti. Adesso, imbavagliati gli inquirenti a furia di denari, aspettava con calma che girassero fra le macerie delle piazzeforti (…). (Comedia Familiare)”
Senza mezzi termini, obiettivo delle guerre è quello di distruggere il “costruito” appartenente al nemico, mentre le finalità della pace sono quelle di andare a ricostruire i patrimoni “disastrati” rimasti all’amico. Poiché costruzioni e ricostruzioni sono materia e mestiere delle imprese e delle maestranze edili serve sapere e capire, fin dove è possibile, modalità e qualità del loro coinvolgimento, l’apporto arrecato dalla categoria degli edili alle vicende scaturite prima e dopo il grande scontro con l’esercito austriaco.
Di fronte agli spazi ed ai volumi architettonici e strutturali dei nostri forti viene da chiedersi: “Come si formulavano gli appalti? Chi erano gli impresari edili invitati? Quali maestranze li accompagnavano? Come avvenivano le forniture? Chi dirigeva i lavori e chi poi li collaudava?”.

I rapporti del Genio Militare: praticamente muti

Il coinvolgimento dei costruttori vicentini, insieme ad alcune importanti industrie locali attive in settori specializzati, nelle vicende della Grande Guerra avvenne secondo tre momenti, se vogliamo, storici.
Il primo momento fu di carattere realizzativo-costruttivo, articolato nel decennio 1904–‘14, periodo in cui le autorità di Governo ordinarono al Genio Militare la costruzione delle opere di difesa; questo appaltò la loro realizzazione, le imprese poterono predisporre i cantieri ed iniziare a lavorare. Il secondo, di carattere interventista-collaborativo, si esplicò nel corso della guerra, quando le istituzioni militari, supportate sempre dalle stesse imprese, erano chiamate ad intervenire per “chiudere le falle” aperte dai cannoneggiamenti nemici; il terzo momento, il più impegnativo, si attuò quando, sgomberate dai paesi le macerie ancora fumanti, la nazione e le ditte avviarono la ricostruzione delle strutture perdute e si prodigarono per dare i doverosi riconoscimenti e nei luoghi più appropriati ai caduti in armi. Non risulta che si sia mai arrivati ad un elenco di quali e quante imprese edili vicentine abbiano partecipato ai lavori per la guerra. Purtroppo i rapporti degli ingegneri del Genio presenti nelle fasi operative non ci hanno trasmesso resoconti degli impegni, delle difficoltà, delle privazioni e nomi ei tanti operatori succedutisi in quei cantieri. Forse un doveroso e giustificato ritegno umano proprio nei confronti dei milioni di uomini qui caduti perdendo spesso non solo la vita ma anche la propria piastrina di riconoscimento e diventando così dei militi “ignoti”, ha fatto mettere sotto silenzio i nominativi degli edili che li precedettero in quei luoghi. E’ comprensibile. L’unica impresa che ha scritto il nome è quella del signor Fabrello cav. Giovanni, che vedremo impegnata tra il 1883–‘87 a costruire le strutture del Forte Monte Maso a Valli del Pasubio.

I comuni vicentini coinvolti nelle grandi opere. Cinquecentomila gavette di muratori e di sfollati

Gli strateghi del Ministero avevano decretato che una quota assai consistente dei manufatti edilizi di prossima realizzazione andava attestata nello scacchiere dei comuni vicentini. Così a partire dal 1906 le aree pedemontane e le catene montane dal monte Pasubio alle piane di Asiago e del monte Grappa, passando per le cime dei comuni di Recoaro e Valdagno, di Arsiero e Posina, di Laghi e Tonezza, di Valstagna e Cismon del Grappa vengono trasformate in imponenti e frenetici cantieri di lavoro.
A loro volta i comandi militari responsabili dei vari fronti dispongono di tempi stretti per appaltare le opere strutturali pianificate. Dalla pianura padana alle linee di confine in montagna si devono predisporre: i raddoppi di linee ferroviarie e viarie con relativi nuovi ponti, le strade necessarie per raggiungere le zone di guerra. Lì poi si devono eseguire gli abbattimenti di boschi centenari per aprire la visuale sulle batterie nemiche, ma anche per distendere chilometri di linee teleferiche, telegrafiche, telefoniche e idriche; servono gli alloggiamenti per le truppe, per le munizioni, per gli automezzi e gli animali al seguito, per gli ospedali; ancora stazioni di pompaggio dell’acqua. Contemporaneamente a valle si devono approntare alloggi per le migliaia di sfollati che hanno dovuto lasciare le contrade investite dalla guerra. Gli ingegneri del Genio eseguono uscite di campagna d’urgenza, ispezionano i territori destinati a diventare teatri di guerra e decretano i luoghi dove costruire forti, barricate e chilometri di trincee, tutte opere da scavarsi nella roccia. Per fare nuove strade e strutture in pietra si aprono decine di cave e ove è possibile si piantano teleferiche per trasportare i materiali. Dalla dichiarazione di guerra gli uomini trasferiti sui fronti per eseguire tali opere saranno almeno 500 mila ed altrettanti quelli impegnati nei lavori edili delle seconde linee. La chiamata dei civili dura almeno tre anni e poiché è rivolta all’intera nazione finisce per mettere in crisi molti settori operativi del paese e le stesse amministrazioni pubbliche.
Tale situazione risultò determinante anche nei cantieri delle postazioni vicentine anche qui gli uomini arrivarono a migliaia, ma si trattava per la maggior parte di sbandati, nullafacenti e soprattutto non abituati alla vita di montagna, quindi con resistenza e resa operativa nulle.
Facile dire che quei cantieri furono affrontati con favore incondizionato da popolazioni sempre vissute con i magri profitti dell’agricoltura montana e solo in parte grazie alle attività industriali portate nel corso dell’Ottocento nel fondovalle dei torrenti Agno e Astico dai Marzotto e dai Rossi.
L’offerta del ministero della Guerra di un’occupazione fissa per due o tre chiamata dello Stato, pronunciando così il loro primo “PRESENTE”. L’altro “PRESENTE” lo scriveremo noi per loro, già morti, nelle strutture dell’Ossario di Redipuglia!

Strade, ponti, forti, gallerie, trincee, baraccamenti. I montanari diventano muratori

Se tra fine ‘800 e il primo decennio del ‘900 non aleggiavano possibilità di lavoro certo avviando cantieri pubblici, dal canto suo agiva forse un movimento “pro-guerra” che intuiva bene quali sbocchi di lavori – sostanziosi e duraturi – si potevano prospettare.
Privilegiando le scelte “architettoniche” monumentali a quelle statico-strutturali i nostri Comandi militari fecero approntare forti con strutture che non avrebbero potuto resistere per le concause che le stesse autorità alla fine non poterono sottrarsi dall’accertare e dichiarare. Si faranno costruire anacronistiche strutture a grossi conci, squadrati e lavorati, di pietra, materiale assai costoso oltreché difficile da trasportare e mettere in opera. E ai poveri soldati si consegneranno difese che si riveleranno tragiche fin dalla prima cannonata sparata dal nemico, si tratta di muraglioni realizzati con margini di resistenza impropri rispetto alle capacità balistiche da tempo affinate. Ma questi discorsi si potranno fare e si faranno dopo, solo a guerra finita!
Ad operazioni esaurite comunque è rimasto, e noi abbiamo ereditato, un patrimonio di architetture militari che, dopo aver “vissuto” la Grande Guerra nel bene e nel male, oggi una parte ha celebrato ed un’altra è prossimo a celebrare i cento anni di vita , in condizioni di conservazione non sempre all’altezza dei valori logistico ed umano a loro storicamente assegnati.
Valutate le condizioni di occupazione e la mole di lavori da affrontare i capomastri, i muratori, i manovali, i carpentieri e gli scalpellini si presentarono a migliaia. Partiti dalle aree di seconda linea da: Valdagno, Montecchio, Schio, Arsiero, Thiene, Vicenza, Marostica, Bassano, vennero dislocati sulle linee dei fronti e messi a fianco dei battaglioni del Genio Militare, per realizzare strade, teleferiche, acquedotti, gallerie, forti, trincee e baraccamenti di varia natura.
Ma in forza delle modalità e dei tempi concessi ai tanti cantieri da gestire in contemporanea, viene da chiedersi: “Erano veramente queste le situazioni e le occasioni con le quali l’edilizia nostrana pensava di alimentarsi e vivere una seconda epopea – dopo quella palladiana ?” E ancora: “Potevano essere proprio queste le opere in grado di fare uscire la nazione dalle stagnazioni diffuse e dalla disoccupazione presenti nell’industria in genere e nell’edilizia in particolare?”
E’ vero che la realizzazione delle opere militari apriva per l’occupazione anni assieme alla promessa di lavoro anche per le mogli ed i figli, a loro volta assunti come ausiliari, fece sì che i montanari si presentassero alla locale uno dei periodi di lavoro più consistenti nella storia, di conseguenza sarebbero migliorate le condizioni generali, ma soprattutto si sarebbe allentata la forte emigrazione verso i paesi europei e d’oltre oceano. In realtà, alla data del 1915 si cominciò “pagando” infatti gli abitanti dei comuni quali: Tonezza, Arsiero, Laghi, Posina, Lusiana e poi Asiago, Gallio, Conco, Foza e Enego, per citarne alcuni, trovandosi nelle zone di guerra, subirono il primo scotto, il primo disagio: l’immediato sfollamento ed il trasferimento in pianura, quella vicentina e padana, poi trasferimenti fino alla regione calabra. Per inquadrare i numeri dell’esodo basta solo una citazione: “(…) 3.000 ne giunsero in una sola notte a Marostica e furono aperte le case nel fraterno soccorso (…)”.
Dal canto loro, per ovvii motivi di sicurezza, i pochi abitanti rimasti si trovarono sottoposti ai rigori della disciplina militare che poi andrà incattivendosi a dismisura. Alcuni esempi: erano precluse al transito civile tutte le strade; per esercitare i pascoli del bestiame, gli sfalci dell’erba ed i tagli dei boschi servivano autorizzazioni speciali; le aree destinate alle costruzioni dovevano essere tenute sempre ampie e sgombere da impedimenti di qualsiasi natura; le zone militari venivano recintate e i dintorni dichiarati rigorosamente vietati ai civili. Risultavano esercitate anche altre azioni. La totalità dei montanari rimasti sui luoghi di guerra servì a costituire la riserva umana delle poche imprese edili lì costrette a gestire in subappalto la mole di lavori non finiti: tutti vennero arruolati come muratori, falegnami e fabbri, a centinaia impegnati come boscaioli, infatti i militari dovettero cominciare facendo tagliare migliaia di abeti e faggi centenari da utilizzare nei baraccamenti e nei trinceramenti; centinaia furono gli esperti minatori e gli scalpellini prelevati a Chiampo o a Pove e portati a costruire forti e barricate: uomini messi prima a “cavare” tonnellate di pietrame e poi passati a trasformarle in “montagne” di conci finemente squadrati da mettere in opera negli sbarramenti. Per eseguire tali lavori tra gli anni 1914 e 16 vennero assoldati dai 15.000 ai 20.000 operai con punte anche di 30.000 uomini.

Strade e percorsi di guerra eseguiti con manovalanza raccogliticcia: donne e ragazzi

Poiché la guerra è principalmente schieramento di uomini ed armi, di solito la chiave del successo sta nella loro rapida movimentazione. In vista dei frangenti della guerra gli alti Comandi preposti alle manovre militari sapevano che le nostre strade non possedevano le caratteristiche necessarie per consentire lo smaltimento del traffico che avrebbero prodotto le colonne dei mezzi militari. Per cui deliberarono di cominciare potenziando ogni genere di percorso che portava ai fronti: dalle carrarecce in pianura alle mulattiere a ridosso delle montagne ed ai sentieri dentro i boschi. Così i primi lavori appaltati dal Genio Militare riguardarono la viabilità. “Ma come venivano avviati questi cantieri?” e poi “I dispositivi vigevano, ma che ne era delle relative osservanze?”.
Trattandosi di opere di emergenza i tecnici adottavano il criterio della “spedizione speditiva”. L’ufficiale incaricato, sempre accompagnato da persone che conoscevano i luoghi, si recava in sopralluogo nel quadrante di territorio interessato e predisponeva i parametri fondamentali della nuova strada; picchettava il tracciato, vincolava e dichiarava requisiti i terreni relativi prescindendo sia dal loro stato produttivo, sia dalle pesanti rimostranze dei contadini e dei montanari che non potevano capire le finalità e l’utilità di quelle operazioni. Si promettevano loro anche degli indennizzi che nella maggior parte dei casi furono liquidati solo negli anni ’30. Infine si dichiarava l’occupazione delle aree, venivano costituite le squadre, con almeno 20 operai, e nominato un caposquadra, al quale erano consegnati gli schemi, gli standard di progettazione e l’autorizzazione a procedere.
Fatti salvi i lavori su strade di primaria importanza appaltati ad imprese di opere stradali opportunamente attrezzate, nei rimanenti cantieri tra i fondovalle e le montagne, da Arsiero a Tonezza, all’altopiano di Asiago e del Grappa, le nutrite categorie di lavori registrarono situazioni inverosimili seppure comprensibili in uno stato di guerra. Si denunciarono sia l’inefficienza operativa dovuta all’impiego di manovalanza raccogliticcia, sia la scarsità delle forniture di materiali rispetto alle enormi quantità richieste; ma come condizione inverosimile si dovette registrare anche all’arruolamento nei campi di lavoro di donne e ragazzi! Si decretarono ed applicarono due condizioni: assegnare alle donne i trasporti dei materiali: sabbia, sassi e pietrisco dalle cave fino alla linee di stoccaggio; affidare a ragazzi, non ancora maggiorenni, l’esecuzione di sbancamenti, massicciate e muri di contenimento.
I bilanci del Genio Militare sulle opere stradali eseguite a fine conflitto, a cantieri di guerra chiusi, dicono che lavorando sempre con gli stessi presupposti le squadre messe in campo arrivarono a realizzare almeno 500 chilometri di strade e mulattiere e 50 chilometri di ponti stabili.

Gallerie sul Pasubio, il colle Vidal a Lozzo, le 12 svolte di Valrovina, il monte Ortigara

Ci sarebbe molto da dire sulle strade volute dai militari per meglio gestire le azioni di guerra, ma basta riferire di alcune, tanto i particolari e gli aspetti tecnici e burocratici si andavano ripetendo uguali su tutti i fronti operativi. Per un quadro sull’enormità dei lavori intrapresi nei tanti cantieri i dati non mancano.
Parliamo allora di tre strade: una realizzata per raggiungere la cima del Monte Pasubio, chiamata la Strada delle Gallerie o della Prima Armata; l’altra che porta sul colle Vidal a Lozzo (BL); la terza, una variante alla strada della Fratellanza, questa aperta nel 1916 per collegare Bassano ad Asiago, che nel tratto tra Valrovina e Rubbio necessitava di rifacimenti urgenti.
La prima ha un tracciato, ricavato interamente in roccia, che va da Bocchetta Campiglia (m. 1.216) a Porte del Pasubio (m. 1.928). Si sviluppa per 6.555 metri, di cui 2.300 in 52 gallerie, con una larghezza sufficiente per il transito delle salmerie. La strada vanta un suo primato: fu eseguita in meno di 10 mesi. Dall’idea del tracciato del capitano Leopoldo Motti, al progetto del tenente ingegner Giuseppe Zappa, ai suoi rilievi topografici eseguiti nel 1916 durante uno degli inverni più rigidi del secolo, all’inizio dei lavori nel marzo del ‘17 con una ventina di minatori, al proseguimento in aprile con la Compagnia Minatori rinforzata con ben sei “centurie” di civili militarizzati, si riuscì a terminare il manufatto a dicembre. Da notare che per mole e quantità erano senza precedenti anche le provvidenze di cantiere: almeno 50 chilometri di sentieri tagliati nella roccia, poi camminamenti di accesso alle varie postazioni e di servizio per lo smaltimento a valle della roccia di risulta; i grandiosi baraccamenti per la manovalanza ed i materiali; le numerose teleferiche a mano, i chilometri di tubazioni per l’erogazione dell’aria compressa. Si può concludere che per la “Strada storica delle 52 gallerie” lavorò ed offrì le proprie braccia una sola grande impresa di “600 costruttori” edili e alla fine risultò e rimane anche oggi un tracciato unico per arditezza, un capolavoro dell’ingegneria militare e del lavoro umano.
Opposto il primato della seconda strada, quella che doveva portare alle difese sul colle Vidal. Con i suoi trenta tornanti e un dislivello di oltre mille metri, ebbe un destino diverso. Infatti costituì uno dei cantieri militari più lunghi in assoluto, durò quasi 5 anni. Senza essere un’eccezione quei 18 chilometri di tracciato incontrarono difficoltà tecniche non valutate
preventivamente e non programmate; le diversità riscontrate causarono lunghe contestazioni e sospensioni dei lavori, controversie legali e ancora una volta pesanti sospetti di gestione. Critiche ed apprezzamenti negativi furono rivolte sia al direttore dei lavori, il capitano Ferdinando Pecco, sia all’impresario Francesco Chiamulera di Valli (BL), che fra l’altro si
mostrava particolarmente interessato a conoscere i motivi strategici dell’opera, ma soprattutto non mancava di speculare maldestramente sulle paghe da liquidare alla manovalanza.
A sua volta la terza strada, detta “delle 12 svolte”, esistente tra Valrovinae Rubbio vicino a Bassano, divenne famosa grazie alla segnalazione che fece il giornalista romano Luigi A. Vassallo quando informò l’amico onorevole Adeodato Bonasi dei fatti annotati sul posto intorno al 1905. Il suo resoconto informava che in quel comune, Valrovina, esisteva un tratto di strada particolarmente scoscesa e pericolosa, quotidianamente percorsa, in salita e in discesa, dagli alpini di guarnigione a Bassano ed Asiago. Succede che in uno dei tratti più ripidi, due muli di uno stesso battaglione precipitano a valle. Così il sindaco avvocato Tattara, stanco dei reclami continui, fa approvare dal consiglio un modesto stanziamento di 800 lire e, vista l’urgenza, fa anche eseguire i lavori senza “(…) darne parte a quelle centomila autorità superiori che dovevano – grazie alla meravigliosa semplicità delle nostre leggi – consentire, permettere, ratificare, protocollare, approvare, autorizzare, concorrere, deliberare, sanzionare, vidimare, emarginare, risolvere, collaudare e conchiudere”. Ma il Sindaco non fece bene i suoi conti perché qualche tempo dopo ricevette “(…) questa non meno autentica che peregrina comunicazione imperativa e perentoria”. “Il signor Comandante il quinto corpo d’armata, con suo foglio 6 Maggio diretto il comando territoriale del Genio Militare di Venezia, ha ordinato di notificare alla S.V. che i lavori eseguiti, senza autorizzazione, da codesto municipio, sulla strada Valrovina – Rubbio sono di evidente e grave pregiudizio per cui codesto comando non accorda il nulla osta, ma ha, per di più ordinata alla Direzione territoriale del Genio Militare di Verona di determinare e far conoscere quali dei lavori eseguiti occorrerà siano distrutti e quali invece (qui viene il buono) basterà siano lasciati andare in rovina, non procedendo alla loro manutenzione. Tanto mi pregio di significare alla S.V. Regio Prefetto di farle conoscere, dopo un sopralluogo eseguito dalle competenti autorità, quali lavori (…) dovranno venire distrutti e quali potranno essere conservati, col vincolo però che non sia provveduto alla loro manutenzione, affinché nel naturale loro deperimento, i tratti di strada ripiglino l’antica loro consistenza”. Non importa conoscere gli esiti di quel dispositivo quanto sapere che molte volte, forse troppe volte, i Generali impartirono ordini di tale logica e come vedremo anche di effetti ben più pesanti! Un ultimo dato: durante l’inverno 1916 – 17 solo in previsione della battaglia sul Monte Ortigara (poi combattuta fra il 10 e il 29 giugno 1917 con l’impiego di 400.000 soldati), gli operai del Genio riuscirono ad approntare 52 chilometri di nuove strade.

I ragazzi raccontano: “Portavamo sulle spalle tavolame, reticolati, chiodi…”

Anche il versante di Recoaro nel 1915, da un giorno all’altro, si viene a trovare sulla linea di guerra; il territorio è invaso da migliaia di soldati; le case sono requisite e trasformate in alloggi per la truppa, gli alberghi diventano ospedali, le malghe servono per le batterie di artiglieria.
Centro e frazioni provano la frenesia del “costruire”. Gli ordini che arrivano dal ministero sono perentori: le opere programmate vanno costruire ed anche in fretta; bisogna realizzare strade, baraccamenti, trincee, ma soprattutto fortificazioni in cemento armato lavorando anche sotto il tiro dei cannoni. Sempre il Genio Militare deve avviare i cantieri, da una parte mette al lavoro i capimastri e le cooperative edili locali, ma non bastano e allora, dall’altra, può e passa a mobilitare donne e ragazzi, dai 15 ai 60 anni.
A quali lavori venissero avviati lo racconta uno i quei ragazzi, Dario Pozza, nipote del maestro Ermenegildo. Il suo è il resoconto di fatti e ricordi indelebili. Inizia: “(…) Intanto a Recoaro arriva il Genio Militare e il Genio Civile (…) io ero ancora ragazzino, perché avevo compiuto 14 anni da qualche mese, ma come tutti i miei coetanei venni immediatamente reclutato per svolgere lavori di supporto alle operazioni militari. (…) Si comincia a costruire la camionabile che partirà da Via Maglio e passando per Campogrosso arriverà a passo della Streva e così saranno piazzati a malga La Guardia n. 2 pezzi di artiglieria. (…) Vengono costruite n. 2 teleferiche. La prima partirà da Campo Parlati per arrivare a Campogrosso e la seconda dalla malga dei fratelli Frizzo per arrivare a malga Campobrun. (…) Portavamo sulle spalle, avanti e indietro da Recoaro al Passo della Lora e fino a tutto il mese di settembre, materiali bellici, reticolati, chiodi, tavolame per le trincee.” Continua: “(…) Nel 1915 per primi lavori furono eseguiti trinceramenti e reticolati a partire da Cima Posta – Campogrosso – Merendaore per discendere nella Val del Cel, passando a 20 m. dal cimitero di Recoaro e salire a Pianalto, proseguire lungo le cime di Rovegliana (…) era un reticolato largo 4 m. e tutto il percorso era seguito da un camminamento che sarebbe servito da trincea (…)”.
Che i cantieri – di guerra – fossero pericolosi era risaputo, ma il bisogno di lavorare era più forte della paura! E non potrà dimenticare neppure l’evento vissuto il 15 giugno del ‘16 nel cantiere di contrada Busellati durante una particolare pausa del lavoro e sempre tanto attesa da muratori e manovali: quella della distribuzione delle paghe. Dice: “(…) Una compagnia del Genio civile lavorava in contrada per fare le solite fortificazioni. Era sabato pomeriggio, verso le 4, una bellissima giornata, tutti gli operai sono riparati sotto un grosso castagno, mentre il caposquadra sta distribuendo la paga. Fra gli operai c’è anche un ragazzo di 12 anni, è figlio del caposquadra. Ad un tratto dalla parte di Campogrosso si vede avanzare un aereo, grande come gli aeroplani “Cicogne” di adesso, (…) passa sopra sgancia una bomba che non sarà più grossa di mezzolitro. Questa sbatte su un ramo e scoppia facendo una pioggia di schegge. I morti sono 9, i feriti una quarantina, qualcuno anche tre mesi dopo ma dovrà morire. La bomba era velenosa”. […continua…]

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