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La classe dirigente vicentina

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LA CLASSE DIRIGENTE VICENTINA

QUADERNI VICENTINI

Ancora Banca Popolare? Anzi, ancora l’estinta, volatilizzata, sparita Banca Popolare? Ancora Veneto Banca? Ancora, cari lettori. Ma cerco di spiegarvi perché.
Lasciamo pure stare quello che già sapete e che immaginate io stia per dirvi. Lasciamo stare i centomila vicentini e gli ottantamila trevisani più frange non trascurabili di friulani, toscani, siciliani lasciati in braghe di tela dalla follia e improntitudine di un uomo solo al comando e dei molti suoi accoliti che hanno dominato per un ventennio su queste terre, elargendo prestiti a chi piaceva loro, alzando inopportunamente corso delle azioni della “loro” banca, facendo e disfacendo anche a livello politico e sociale.
Lasciamo stare per modo di dire. Diciamo che lo riassumiamo in poche righe.
Ma adesso voglio parlare di un’altra cosa. E sarò brevissimo. L’estinzione della Banca popolare di Vicenza non è solo perdita di patrimonio in una terra nella quale quel patrimonio, quella banca, non erano proprio bruscolini.
Anzi, lì dietro c’era la ricchezza leader della terra vicentina, di riffe o di raffe.
L’estinzione della BPVI è l’estinzione di una classe dirigente. Al di là dei soldi, con la “fuga” mistica di Zonin (mistica perché lui fisicamente è sempre qua ma si avvia a diventare il grande intoccabile) abbiamo perso, noi vicentini, l’unico punto di riferimento della nostra classe dirigente: proprio Zonin.
C’è qualche soggetto che si propone in sostituzione? Temo di no. Se ne avete sottomano qualcuno, mandateci i nomi e cognomi. Tutti i soggetti noti ai più, promossi e venerati dall’immancabile Giornale della città, erano con Zonin. Qualcuno ci ha anche guadagnato dall’estinzione della banca. Qualcuno ci ha perso (ma non è grave). Il problema, tuttavia, non è quello. Il problema è che se stai per vent’anni, non un anno o un giorno, sulle costole del cavaliere del lavoro Gianni, pendi dalle sue strette labbra, abbassi gli occhi di fronte al suo sguardo celestiale e spietato, non puoi poi, quando sono arrivati i barbari della BCE e hanno fatto terra bruciata, far finta di niente.
“Sì, lo conoscevo bene, ma era un furbacchione. Voltiamo pagina.” Nessuno a Vicenza ha facoltà e dignità sufficienti per poter dire una frase del genere. Non la può dire il sindaco Variati, rappresentante della politica, che pendeva letteralmente dalle labbra di Zonin. Che aveva addirittura ipotizzato con lui (nel 2014, non un secolo fa) di fare la Vicenza del Grande Centro Storico, partendo da piazza San Lorenzo dove la banca dell’amico comprava per una cifra indecorosa palazzo Repeta dalla Banca d’Italia e la servizievole Fondazione Roi, sempre dell’amico Zonin, comprava da società a responsa-
bilità limitatissima tardo berlusconiane lo stabile che fu del Cinema Corso, promettendo di far modificare al comune le destinazioni d’uso e unificare il tratto che dall’ex cinema Corso arriva a San Lorenzo in un’esplosione megagalattica di negozi di lusso e alberghi cinque stelle. Idea balzana, ma idea: nata da un’amicizia, da una solidarietà di denaro e di intenti.
E la Fondazione Roi? Non era di un fantasma. Era il lascito ricco e autorevole di un ricco marchese vicentino che di Zonin era letteralmente innamorato al punto da lasciare al suo istituto (come se fosse concepito come un Regno, e forse lo era, se guardiamo bene) e a lui personalmente le chiavi della cassa e del futuro, senza condizioni. Presidente di Roi era Zonin e lui che faceva?
Comprava azioni della Banca di Zonin. Al tempo di Trissino secondo me non sarebbe mai potuta succedere una cosa del genere. E allora non c’era la democrazia.
E la Chiesa? Aveva titoli di Zonin. Poi ha perso tutto. Ma li aveva. Credete che questo rapporto, vista l’entità della sottoscrizione, fosse un semplice fatto amministrativo? Un’operazione come un’altra, data l’entità di liquidità di cui il vescovado vicentino (purtroppo) dispone? Era un’operazione chiaramente Zonin-oriented. E i frati di Monte Berico? Avevano titoli di Zonin. Non della Banca Popolare: di Zonin. E il prete simbolo della borghesia-bene vicentina, quel don Paolo Zanutel che riesce a farsi intestare eredità anche da due defunte professoresse, come mai aveva debiti con la banca (con Zonin) per 10 milioni di euro e in bilancio ne evidenziava solo 5? Misteri contabili? No, misteri dell’amicizia che non muore mai. E perché don Paolo aveva bisogno di tutti quei soldi?
E quel giudice, Canilli, ricordate? Era un fine raccoglitore di preziosi reperti archeologici. Non ho idea come li comprò. Li aveva. Alla sua morte a chi li lasciò? Alla Banca popolare. Anzi, sempre per essere precisi: a Zonin, l’amico di una vita. Commovente. E i presidenti dell’associazione industriali? Per restare ai penultimi, Zigliotto e Zuccato. Inseriti ardentemente nei consigli di amministrazione della banca. Amicizia solida. Da uomini d’affari. Ma amicizia. Quando il titolo calò a 48 euro da 62 Zigliotto ebbe perfino di che adontarsi con Zonin. Poi si capì che era una messa in scena. Il nome di Zeta srl, la società di Zigliotto, è indicata dalla BCE, nel suo ultimo rapporto sulla morente BPVI, come una delle più rilevanti società che hanno ricevuto prestiti dalla Banca per comprare azioni. Nella sua ultima relazione si legge: “EUR 5.9 million in loans granted from November 2011 to July 2013 to Zeta S.r.l., which used this sum to buy shares”. Da parte di BPVI Finance (International) plc. Occorre tradurre? Capite ora, cari lettori, perché Vicenza ha un problema numero due, oggi? Al di là della perdita di patrimonio (grave) c’è la perdita di immagine (gravissima) e una lacuna incolmabile: la mancanza totale (sottolineo totale) di una classe dirigente degna di questo nome. Non faccio una questione di merito. Può essere bella o brutta, reazionaria o progressista. Può piacermi come no. Purché ci sia. Ma non c’è. La borghesia si è sciolta e i più ricchi (solo di soldi) sono sempre zoniniani.