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Il Nord Vicentino Paleocristiano

Chiesa.S.Margherita - quadernivicentini.it - QV

IL NORD VICENTINO PALEOCRISTIANO

I Romani lasciarono libertà di culto e pensarono l’Altopiano come frontiera di natura difensiva. I Longobardi arrivarono appena convertiti al cristianesimo e dopo di loro i benedettini seppero catechizzare popolazioni miti e abituate ad aggressioni interessate dei signori del piano. I più bravi e feroci furono gli Ezzelini, ma nel tredicesimo secolo furono annientati con rabbia. I Longobardi costruirono pievi, a scopo non solo religioso, e i montanari si allearono fra loro, per difendersi meglio, nella Federazione dei 7 Comuni. L’influenza di Carlo Magno fu notevole (Vicenza docet). L’ostacolo della lingua costrinse i benedettini a chiamare preti dal nord che sapessero il cimbro. I riti pagani legati al territorio erano duri a morire. Tra storia e leggenda nacque così l’anima dell’Altopiano.

BEPPA RIGONI

BEN POCHI CENNI SONO STATI FATTI fino ad oggi sul ruolo avuto dalla Chiesa nella sua opera di evangelizzazione dell’area pedemontana e montana. Tutta la fascia ad ovest (Arsiero, Cogollo, Mosson, Caltrano), a sud (Marostica e Breganze) e a nord/est (Campolongo, Oliero, Valstagna, Cismon, Carpanè) dell’Altopiano, già nell’VIII secolo accolse i primi monaci benedettini nella loro opera di catechizzazione delle genti: quel “mix” di antichi veneti – già venuti in contatto con greci ed etruschi, da cui presero l’alfabeto; alcuni popoli immigrati dal Medio oriente attraverso la “Via dell’ambra”; i “cimbri” – popolazioni tribali germaniche e celtiche; i Longobardi e i Franchi, che ivi dimorava. Furono tali pedemontani, mescolati in modo occasionale o per avvenuti legami parentali ai primigeni “cimbri” e ai successivi bavaresi, a popolare l’Altopiano.
Quello che per molti secoli, fu per loro un viaggio A/R da quota “zero” a quota “1000”, per praticare pastorizia e legnatico durante la buona stagione, divenne via via un arroccamento, una presa di posizione: vedi Rotzo piuttosto che Cogollo Lusiana o Enego.
Purtroppo, quanto già affermato per l’Altopiano vale anche per la pedemontana: le testimonianze sono scarse o inattendibili! Ritrovamenti della presenza degli Euganei e dei Paleoveneti lungo la “Pista dei veneti”, che correva da Magrè, Santorso, Piovene, Rotzo, Caltrano, Cogollo, Lugo, Breganze fino a Marostica, confermano un avvenuto contatto con i Romani già nel II secolo a.C. (Sotto Augusto). La Repubblica Romana concesse il diritto di cittadinanza a tutti gli abitanti della “X Regio Venethia et Histria” fra il 50 e il 40 a.C. e Vicenza divenne Municipium nel 49. I romani come loro costume, organizzarono il territorio nord-vicentino (dalla Valdastico alla Valsugana) principalmente a scopo difensivo, costruendo torri di avvistamento e fortificazioni a controllo dei confini a Nord. Non ci sono resti di tali strutture – per lo più conglobate in successive costruzioni – sorte nello stesso luogo e per lo stesso scopo.

Permanenza romana bene accetta dalle popolazioni montane e pedemontane

I topografi e gli ingegneri dell’antica Roma individuavano come rabdomanti i siti più idonei, più sicuri, più difendibili, gli stessi da loro stabiliti basandosi su quanto già esistente, in particolare le “viae”, trasformandole da semplici piste in solide infrastrutture viarie a scopo militare…quelle stesse che fecero da tracciante per tutto ciò che avvenne nel tempo. La permanenza romana, fu ben accetta dalle popolazioni, in quanto non imposta: ad esse erano concessi libertà di culto e costumi. Presenza volutamente cancellata dai vincitori alla caduta dell’Impero Romano – avvenuta in concomitanza con la costruzione della Grande Muraglia, che sbarrando le emigrazioni verso oriente spinse i barbari verso occidente.
La rete di difesa castellana sorse altresì sotto il Sacro Romano Impero e fu affidata in maniera gerarchica dal monarca ai vassalli. I feudatari più potenti si assicurarono negli anni una sorta di indipendenza dall’Imperatore. Iniziarono così le faide per usurpare il feudo altrui, nelle quali venivano travolti anche i sudditi – altopianesi compresi. Così agirono, con maggior evidenza gli Ezzelini, che reclutarono i rudi montanari nelle loro fila. Tali conflitti cessarono con la crescita delle città murate e col conseguente imporsi dei Comuni.
La Valdastico e le aree contigue erano zone incolte, adatte solo alla pastorizia nomade e inabitate fino all’epoca pre-longobarda. Scrive il Maccà: “Cogolo è villa situata in monte collina e piano, la maggior parte di essa è però monte…”.

L’eredità longobarda – La costruzione delle pievi

Dopo la disfatta romana, furono i Longobardi a mutare l’assetto territoriale da prefetture-provincie-municipi in Ducati, suddivisi a loro volta in Corti e Ville. A differenza dei Romani, che si concentravano sulle città, i Longobardi (partiti dalla Scandinavia nei primi anni dell’era cristiana e qui giunti solo nel VII secolo dopo aver girato l’Europa, Pannonia compresa – come riferisce lo storico cristiano/longobardo Paolo Diacono nel suo “Historia Langobardarum”), organizzarono in modo capillare il territorio e i suoi abitanti che, sotto la loro spinta, fondarono i primi villaggi sia a valle che a monte.
A differenza dei valligiani che, vivendo in aree di grande passaggio, nel tempo persero la loro identità, i montanari chiusi nel loro bastione privo di vie di comunicazione, la mantennero.
Dal 686 (anno della conversione dei longobardi al cattolicesimo), nella pedemontana furono costruite le prime pievi, luoghi non solo di culto e di aggregazione, ma anche centri amministrativi delle proprietà pertinenti e delle popolazioni e di gestione dei territori. Per la loro importanza spiccano S. Michele (Arsiero), S. Martino e S. Giorgio (Velo), S. Agata (Cogollo – pieve donata dal duca Anselmo cognato del re longobardo Astolfo, all’Abbazia benedettina di Nonantola – Modena – proprietaria di 5 masserie in zona).
Della stessa epoca è la chiesetta di S. Zeno o Zenone, sulle pendici del Cengio (donata assieme ai suoi fondi dall’Imperatore Enrico II al Monastero di S. Zenone di Verona) e S. Giorgio (Caltrano). Molte le pievi sorte fra Breganze, Marostica e Bassano. A Breganze, nel 983, fu donato ai monaci benedettini da Rodolfo, Vescovo di Vicenza, un terreno su cui fu eretta S. Martino e in contemporanea, costruito un monastero dedicato a S. Floriano in località omonima (Valle S. Floriano).
Ma a Marostica già nel IV secolo era stata costruita ai piedi del castello – nell’attuale area del borgo medioevale – una pieve dedicata a S. Maria.
Nei pressi di Bassano sorsero le pievi di S. Eusebio e Privà, il Romitorio di S. Bovo e S. Giorgio alla acque (Valrovina), sulle pendici del Monte Caina (Rubbio) – già Altopiano. In Bassano città fu eretta la pieve di S. Maria in Colle, attuale duomo, e la pieve di S. Biagio in Angarano.
Appena fuori le mura, lungo il Canal di Brenta, sorsero la potente pieve di S. Giustina (Solagna) e la cappella di S. Martino (Campese), appartenente alla pieve di S. Biagio.
S. Giustina divenne anche sede amministrativa per tutta la fascia del canale. Essa, fu frutto della donazione di Berengario al Vescovo di Padova Sibicone (915 o 917), per la quale il Vescovo ebbe la giurisdizione del Canal di Brenta e territori contermini, con l’obbligo di costruire opere di difesa, atte a mantenere l’agibilità del canale.

L’Altopiano assediato, circondato

La longobarda S. Martino sorse sui resti di un’antica necropoli romana, messa in luce dagli scavi nella pavimentazione interna, formata dagli strati sovrapposti di più costruzioni, come dimostrano i lavori tuttora in corso. Visualizzo idealmente dall’alto l’Altopiano – al tempo confinante col principato di Trento, la Contea di Feltre, i Visconti in Lombardia, i Della Scala nel veronese, i Comuni di Vicenza e Padova – “circondato” alle sue pendici da monasteri e romitori, sorti per esigenze non solo di evangelizzazione…e li vedo pian piano allungare i loro tentacoli lungo le falde fino ad arrivare in cima!
Come in tempi preistorici, anche per tutto il Medio Evo (1000 anni!), il territorio fece gola per le sue ricchezze ambientali oltre che per la pratica della monticazione, ritenuta diritto acquisito dai pedemontani.

L’evangelizzazione dell’Altopiano: S. Margherita, di Castelletto di Rotzo, la chiesa più antica

Già attorno all’anno Mille, nel processo di penetrazione cristiana in territorio montano, furono edificate le chiesette di S. Hengeltrude (Geltrude) a Rotzo e quella di S. Giacomo a Lusiana, uniche due parrocchie del territorio. Sia S. Geltrude che S. Giacomo dipendevano dalla pieve principale di S. Giorgio (Caltrano), ma la seconda si staccò, passando sotto la pieve di Breganze. (La gestione della parrocchia di S. Geltrude a Rotzo venne effettuata direttamente dagli abitanti attraverso collette e lavoro. Essi rinunciarono a questo “patronato” solo nel 1945!).
La tradizione fa risalire al Mille anche la costruzione di S. Margherita a Castelletto di Rotzo.
È anzi considerata la chiesa più antica dell’Altopiano, sorta non a caso in uno dei luoghi più frequentati della preistoria e storia altopianese: fra il Bostel, l’Altaburg e l’Altarknotto. Viene però citata ufficialmente solo nel 1488, a seguito di una visita pastorale del Vescovo Barozzi. In tale occasione – documentata presso la Curia padovana – viene nominato anche l’oratorio di S. Maria Maddalena a Gallio, in località Campanella. Per dovere di cronaca, è la località che prende il nome dalla piccola campana, che chiamava a raccolta i fedeli delle contrade fra Gallio e Foza che insieme costituivano il “Colonnello dei Ronchi”. (…La fine di tutti i luoghi di culto dell’Altopiano la sappiamo: furono rasi al suolo con tutto il resto, durante la prima guerra mondiale!).
Con l’elencazione dei conventi e romitori esistenti nello scacchiere territoriale, non si vuole raccontare fatti noti con parole diverse, bensì evidenziare i rapporti esistenti fra genti di pianura e genti di montagna: le prime con la “fissa” di accaparrarsi solo vantaggi, le seconde con la preoccupazione di proteggersi da tale invadenza. Come i montagnard dimostreranno nel 1300, aggregandosi nella forma di autonomia amministrativa, denominata “Federazione dei 7 Comuni”.
Il territorio, da allora, per la scarsa accessibilità, la lontananza e il clima – per quanti fossero stati i tentativi di conquista attuati – rimase fino al 1806 (anno della vittoria di Napoleone sugli austriaci e dell’annessione forzosa dell’Altopiano) un isolato geografico…e non solo!
L’evangelizzazione dell’Altopiano, seguì di pari passo le sorti delle casate che se lo passarono di mano nei secoli. Si sa: chi aveva la meglio sulla signoria soccombente, si prendeva in dote anche i suoi possedimenti.

Fondi e mansi ai Da Romano; ma nel 1206 cessarono: in pasto ai cani! Tutto il potere agli ecclesiastici

Una delle famiglie più incisive fu quella dei Da Romano (in particolare Ezzelino II il Monaco ed Ezzelino III il Tiranno), che aveva numerosi fondi e mansi in Altopiano (…sempre per via delle pecore, del legname, del controllo dei confini a nord), donati dall’Imperatore Enrico II. L’influenza ecceliniana cessò definitivamente nel 1260: in un’insurrezione contro di loro, tutti i membri della famiglia furono massacrati e i loro resti dati in pasto ai cani!.
Possessi e privilegi che ancor prima degli Ezzelini, già i Longobardi e i Franchi – gli Scaligeri e gli Sforza poi e non ultimo il Ducato di Vicenza – condivisero con la Curia. (La Serenissima fu meno prodiga con la Chiesa e assai più solerte con i sottoposti). Se i territori furono retti a livello anche amministrativo da ecclesiastici, il loro potere, non a caso definito “temporale”, appare ancor più manifesto.
I sacerdoti che arrivarono in Altopiano si trovarono però di fronte ad un’imprevista difficoltà: la lingua! Avevano voglia di predicare e bene dire: nessuno li capiva…perciò furono chiamati appositamente per “dir messa” preti da oltralpe. (…Fino a pochi decenni fa nelle funzioni si cantavano salmi “cimbri” e nelle case le preghiere si recitavano in cimbro).

Il culto “pagano” degli autoctoni e le imposizioni di Carlo Magno

Il secondo scoglio contro cui i sacerdoti cozzarono fu il culto esercitato dagli autoctoni: un culto pagano a tutti gli effetti. Proprio l’isolamento e la scarsa accessibilità consentirono agli abitanti di essere esenti da contaminazioni e di mantenere salde le tradizioni. Carlo Magno – figura che marcò profondamente il territorio vicentino – dopo la conversione al Cristianesimo, proibì le ritualità proprie delle funzioni pagane, che si tenevano all’aperto e che vedevano nella natura (pietre, alberi, animali, fenomeni atmosferici) le divinità cui offrire doni e sacrifici. Quando gli innocenti pagani divennero cristiani, furono costretti a lasciare le loro offerte sui gradini delle chiese…
Nei luoghi dove si erano svolti riti pagani, il Re franco impose inoltre l’edificazione di una croce. In località Altaburg (sito originario del villaggio, distrutto da un incendio: alt = vecchio, burg = paese/città) a Campolongo di Rotzo, ne fu eretta una enorme…la puoi vedere dalla Valdastico! (Beh, non proprio la stessa, abbattuta durante la prima guerra in quanto sulla traiettoria di forte Campolongo).
Ai luoghi di culto druidico quali l’Altarknotto, aggiungiamo anche l’Hànepos e lo Spitzknotto (il primo, situato al confine di Marcesina con la Valsugana a porta Incudine, il secondo, fra Stoccareddo e Gallio sopra la val Frenzela): visti dall’alto, vanno a formare un triangolo scaleno, a copertura di tutto l’Altopiano.
Quassù viviamo sospesi fra “storia e leggenda” ma il fascino della leggenda bypassa la realtà della storia e noi autoctoni, alle figure mitologiche legate alla tradizione celtico/druidica: zelighen baiblen, ganne, sanguinello, anguane…ci crediamo davvero, alla faccia della negata influenza norrena.