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IL LIBRO DI CARRERI MAGISTRATI, AVVOCATI GIORNALISTI
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IL LIBRO DI CARRERI MAGISTRATI, AVVOCATI GIORNALISTI

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IL LIBRO DI CARRERI MAGISTRATI, AVVOCATI GIORNALISTI
VIL RAZZE DANNATE
(parte 1/3)

Non c’è spazio per quel giudice, il libro della ex giudice Cecilia Carreri, al centro di una famosa vicenda sanzionatoria del CSM, dimessasi dalla magistratura per l’eco abnorme che il suo caso, mediato dalla sua passione per la vela (fu denominata il giudice-skipper), ebbe in tutta Italia, è un libro di grande e giustificato successo, uscito da poco, nel quale l’autobiografia e le vicende all’interno della magistratura vicentina e nazionale si integrano ad una vera e propria denuncia di un sistema giudiziario inefficiente, di una stampa superficiale e senz’anima, di una sequenza di avvocati impressionante per numero, capacità modeste, parcelle altissime. Un paesaggio sconfortante. E sullo sfondo i rapporti fra sistema giudiziario e banche locali, con Zonin e la sua BpV privilegiati protagonisti. Il libro non è adatto ad essere recensito con due cartelle. Merita lettura e riflessione. I fatti e i nomi che denuncia esigono un’analisi. Questa è solo la prima parte

PINO DATO

Una premessa è essenziale. Nel mondo italico contemporaneo (vicentino in particolare) se qualcuno fa una denuncia in prima persona in merito ad una questione collettivamente rilevante, e non ha al suo fianco alcun totem dei poteri visibili e correnti (un partito, un giornale, un autorevole politico, un sindacato, un gruppo d’opinione) è guardato, letto, giudicato con sospetto. Il più delle volte, ignorato. Se non, a bocce ferme, criticato. Un boomerang, la sua denuncia. Ebbene, la reazione – meglio: la non reazione – è figlia di un automatismo sociopolitico. La società rigetta il corpo estraneo che osa turbare equilibri, diciamo così, secolari.
Se poi chi fa la clamorosa denuncia, inserisce, necessariamente – magari esagerando un po’ – elementi personali abbondanti, talora troppo abbondanti, al punto da sembrare, alle cattive coscienze, surrettizi, la reazione si trasforma, passato l’iniziale clamore, in atteggiamento riduttivo, in censura, talvolta in totale delegittimazione.
È una forma di difesa tipica di una società malata. Monopolistica.
Unidirezionale. Come la nostra, in cui non ci sono poteri che si bilancino ma ci sono tante mansioni – quella amministrativa, quella politica, quella bancaria, quella informativa, quella giudiziaria – concentrate in un unico totem.
Tutto questo è accaduto nel caso di Cecilia Carreri, ex giudice vicentino, già a suo tempo salita agli onori della cronaca in alcune circostanze, e ora, fuori dalla magistratura, scrittrice di un libro autobiografico, Non c’è spazio per quel giudice (Edizioni Mare Verticale), in cui si prende la libertà, direi esistenziale, di raccontare la sua storia. Una storia, badate bene, certamente personale – e questo è un valore, per l’oggetto narrato, non un limite – ma soprattutto pubblica per gran parte dei fatti portati alla luce e per un tema, diventato oggi di drammatica attualità, nel Veneto e a Vicenza in particolare, del rapporto fra sistema bancario e magistratura inquirente.

La radice è a Vicenza

Il libro, uscito in tutt’Italia un paio di mesi fa, ha avuto un immediato successo. Successo nazionale, da primi posti in classifiche di saggistica, più che locale. Cecilia Carreri vive ancora a Vicenza, i personaggi citati e denunciati nel libro sono in buona parte vicentini (almeno sul piano professionale) ma il giudice-autore ha voluto dare al testo un respiro non provinciale, perché molti protagonisti in negativo di questa trista storia sono senz’altro non vicentini, e perché le evidenze
si prestano a una disamina, diciamo ideologica, di tipo nazionale.
A Vicenza però c’è stata la radice di tutto, la magistratura e la banca di Zonin Gianni, cause ed effetti della storia personale del giudice Carreri, ma anche, oggettivamente, della vita di tanti suoi concittadini (se non di tutti, sul piano pratico-culturale, per i motivi che citeremo).
È la radice, Vicenza, ma Carreri non vuole scrivere un libro locale. La città del Palladio è citata sempre come “quella città”. Almeno oggi – moralmente può farlo – se ne distanzia.

Il rischio dell’ipocrita boomerang

La lunga premessa è servita ad affrontare un argomento complesso che, tuttavia, per rendere chiari i passaggi necessari, si può sintetizzare in un unico periodo: Cecilia Carreri, con questo libro, denuncia senza mezzi termini la Magistratura nella quale ha svolto per molti anni il suo lavoro (apprezzato, lei dice, e non sbaglia a rimarcarlo) e la banca dei vicentini, in cui i poteri della città (magistratura compresa) si sono identificati, utilizzandola, per oltre un ventennio e che oggi, a riprova di alcuni fatti personali vissuti dallo stesso giudice, è scomparsa in un indecoroso reale fallimento.
Le reazioni a questa doppia incredibile documentata denuncia sono state discrete, in qualcuno di vera sorpresa, ma in rapporto alla sua enormità, ai nomi e cognomi fatti senza falsi pudori, alle azioni rivelate, sono state del tutto flebili. Quasi inesistenti. Tutto continua, in città, nel solito solco. A gioco lungo possiamo prevedere il famoso ipocrita boomerang.

Un libro da raccontare

Non c’è spazio per quel giudice non è un libro da recensire. È un libro da raccontare. La sua forma non è esattamente letteraria. La spinta autobiografica è alta, al punto che può inibire la dovuta attenzione del lettore ai fatti giuridici, politici, di costume, di ingiustizia, di probabile corruttela, che l’autobiografia trascina con sé.
È proprio questo che un lettore attento non deve fare. La commozione per i guai personali di Cecilia Carreri, intrecciati alle evenienze di tipo giudiziario-istituzionale e relativi personaggi, ci può anche stare. Ci sta. Ma quella non può oscurare questi. Il lettore attento e interessato ad una verità che in fondo, a parte l’autrice, riguarda anche lui, non si lascia travolgere dalla commozione o dall’irritazione (a seconda del proprio carattere). Prende atto. Soppesa i fatti, tanto sono descritti in modo esplicito, con nomi e cognomi, e perfino con petulanza ripetitiva, e quelli valuta, assimila, trascrive mentalmente. Quelli giudica. Trasferiamoci un attimo da un singolo lettore alla società intera. Poniamo: la società vicentina. Una denuncia del genere, sfrondata degli aspetti personali, di quella parte di gossip improprio che qualsiasi autobiografia porta inevitabilmente con sé, deve assumere una valenza senza equivoci pubblica. È una sentenza. Riguarda due filoni fondamentali sui quali la città di Vicenza ha mantenuto le sue sembianze immobili per tanti decenni: la storia di una banca (fallita rovinosamente per tutti) e quella della propria magistratura, sempre parsa inadatta, da tempi lunghi immemori, a garantire equità e vera giustizia.

“Il Tribunale di Vicenza? Le irregolarità si percepivano nell’aria”

L’inizio è travolgente, subito diretto, come si conviene a chi scrive avendo bene in mente l’obiettivo da raggiungere.
Cecilia Carreri si trasferisce da Treviso a Vicenza dove assume il ruolo di giudice per le indagini preliminari. L’impatto è questo (pa- gina 17): “Il clima non era dei migliori, ci furono continue ispezioni ministeriali e azioni disciplinari contro colleghi che erano accusati di fatti gravi, di abusi delle loro funzioni, di favoritismi, scorrettezze. Si creavano fazioni e schieramenti fra magistrati che danneggiavano anzitutto il cittadino. Si percepivano inquietanti legami con i poteri forti, con personaggi eccellenti della piccola città di Vicenza: ricchi imprenditori, ricchi professionisti. Le irregolarità si percepivano nell’aria, si riscontravano nel lavoro quotidiano, aleggiavano nelle cancellerie. Trionfava il metodo della delazione, della lettera di protocollo, della denuncia contro il collega.”
Poffarbacco, direbbe Totò. Tutte cose arcinote, sia ben chiaro. Ispezioni ministeriali e azioni disciplinari al Tribunale di Vicenza erano note. Se proprio diventavano atti ufficiali, qualcosa si scriveva. Di magistrati in armi contrapposti si è sempre saputo (ricorda qualcuno il caso De Silvestri-Rodighiero?). I legami con i poteri forti indubbiamente “si percepivano”. Ma nessuno scriveva, quando invece avrebbe dovuto. Nessuno denunciava. Ora qualcuno lo fa. Dobbiamo chiudere gli occhi? Ridurretutto a gossip o fatto personale? Non è possibile: proprio perché le verità non dette, non scritte, aleggiavano da tempo.
La Carreri aggiunge che, in contrasto con questo mondo, lei esibiva e praticava un’assoluta autonomia e questo irritava colleghi e presidenti del Tribunale vicentino. La ostacolavano, la irretivano. Precisa meglio: “Era come essere in guerra, furono anni davvero difficili, il Tribunale di Vicenza era uno dei peggiori, rimpiangevo di continuo quello di Treviso.”

Lo scatolone di Cecilia

Affermazioni forti, nette, forse eccessive. Eppure la sensazione è che in queste frasi ci sia tutto quello che in dettaglio ci sarà spiegato dopo.
L’autrice parla di “amare vicende”. Sotto il clima, evidentemente, c’erano le realtà, i fatti, le vicende, i dissidi, i ‘reati’ veri e propri. Voglio dire: non c’era solo il clima. E infatti la Carreri, quasi a voler mettere uno scudo contro qualche malintenzionato, scrive: “Di quelle amare vicende conservo ancora uno scatolone di documenti, la prova di tante illegalità”.
Le parole di questo passo mi hanno colpito. Parlare di clima (lo può fare anche un professore che si trasferisce in una scuola per lui nuova, un medico d’ospedale alla prima esperienza, eccetera) è possibile, verosimile ma generico. Ma se il clima racconta vicende, fatti, illegalità (in un tribunale!) dei quali uno scatolone può raccogliere addirittura la documentazione che le prova, siamo al parossismo. Se è un giudice che raccoglie prove di illegalità e corruzioni, possiamo star tranquilli: i documenti sono oggettivamente probatori.

Un ristoro esistenziale

Cecilia Carreri perché scrive tutto questo? Si possono fare molte ipotesi. La più convincente è la sua: scrive la propria storia perché il sopruso patito – l’estromissione senza giusta causa dalla magistratura – poteva ricevere solo dalla sua denuncia, dalla sua scrittura, un surrogato di giustizia. Lei poteva farlo, pur essendo senz’altro provata da anni di lotte sfiancanti, dolorose, costose e inutili, contro i classici mulini a vento, contro le prevaricazioni più sordide di colleghi, istituzioni, magistrati, perfino avvocati e giornalisti. Anche altri vorrebbero farlo, forse non saprebbero farlo, forse le loro storie non sono così interessanti per gli scarsi riverberi pubblici che hanno, ma omunque non possono. È l’unico vero privilegio che l’autrice giudice si è concessa: scriverne.
Molte ipotesi, ho detto. La più scontata è la vendetta verso qualcuno.
Improponibile questa per un motivo molto semplice: sono talmente tanti i personaggi toccati (negativamente) da questa storia che nessuno si erge sugli altri al punto da meritare uno sforzo vendicativo del suo ipotetico nemico Carreri. Se è una vendetta, è una vendetta plurima, contro la collettività istituzionale e no che l’ha colpita ingiustamente. Ma nemmeno questa sarebbe una spiegazione convincente. I nostri poteri consolidati e lieti di esserlo hanno costruito attrezzatissimi muri di gomma attorno a se stessi. Sono convinti di poter camminare sempre a testa alta. Ingiudicabili. Anche dopo una tragedia collettiva come quella della Banca popolare vicentina, da Zonin in giù, giudici impotenti compresi, continuano imperterriti il cammino sulle loro privilegiate e tranquille strade. Non sarà certo un libro che potrà indurli a fermarsi a riflettere.

Una buccia di banana, anzi un tappeto

Come spesso accade, le ingiustizie si alimentano con pretesti. Il giudice Carreri è scivolata sulla buccia di banana della propria passione per la vela. Una velista donna, secondo la vulgata, è già un’eccezione. Una velista donna che fa anche il giudice e che pretende di fare il giudice autonomo dal sistema di poteri imperante è qualcosa di assolutamente inedito. Se questa velista compie anche imprese di alto rischio, come la traversata dell’Atlantico, che sarebbero proibite alla stragrande maggioranza di uomini (velisti e no) e queste imprese trovano ampia eco sulla stampa, la buccia di banana diventa un tappeto.
Fuor di metafora, il sistema ha scoperto il modo di eliminare dalla Magistratura un giudice scomodo scoprendo che lo stesso, in periodo di lavoro che chiameremo improprio per qualsiasi attività ludica (e in modo precipuo per regate atlantiche), si è al contrario concesso ai propri hobby.
La questione, tuttavia, ampiamente spiegata nel libro (e indubbiamente difficile da confutare sul piano fattuale e giuridico) è che la sua trasferta in Atlantico per coltivare la propria straordinaria passione era, dal punto di vista lavorativo, legittima: quello che lei utilizzava era un periodo di ferie. Dunque, direbbe il più banale degli osservatori scomodando Shakespeare: “Tanto rumore per nulla?”. No, il problema è più ampio: tra il fatto e la pena ci stanno l’idiota drago mediatico (giornali, giornaletti e giornaloni), l’impudenza di colleghi assatanati e rivali, l’incapacità di schiere di avvocati fratelli minori di Azzeccagarbugli, la perfida burocrazia del famoso Consiglio Superiore della Magistratura.
Cecilia Carreri l’Atlantico l’ha attraversato, pur perdendo drammaticamente il lavoro, ma da quel naufragio mistico che la sua storia racconta non si salva nessuno. Giudici, avvocati, giornalisti, sono le tre categorie chiaramente sotto accusa. Vil razze dannate, direbbe il Rigoletto. Atto secondo, primo quadro: “Cortigiani, vil razza dannata, per qual prezzo vendeste il mio bene?”

(continua)