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I miei primi cinque vescovi

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I MIEI PRIMI CINQUE VESCOVI (PIÙ UN AUSILIARE)

Rivisitazione leggera (ma non troppo) del rapporto – non eludibile, credenti o non credenti – con i propri vescovi in una città intrisa di obbediente cattolicesimo come Vicenza. Da Karolus Zinato a Beniamino Pizziol, passando per il giornalista Nonis, il pio Onisto, l’impalpabile Nosiglia, il concreto Fanton, segnalando con guascona ironia e storica serietà episodi autentici di vita cripto-cattolica accanto al proprio vescovo di turno. Sì, perché, nessuno può rinunciare al vescovo: egli entra nella vita di tutti. Anche di chi non “crede”

LUCIO PANOZZO

 L’AMBITA DIOCESI VICENTINA, da quando il buon Dio – e bisogna dire che a volte è buono –, ha chiamato a sé l’anima grande e pia del nobile veneziano principe-vescovo Karolus Zinato, è tornata a essere semplicemente sede vescovile, intendo dire senza quei titoloni, curata dai pastori Onisto e poi Nonis, Nosiglia, Pizziol. Ma il nuovo vescovo Cesare Nosiglia viene gratificato con il titolo di arcivescovo, avendo servito il Signore con questo grado nella città eterna, allontanato al momento opportuno dall’ossuto comandante (non l’attuale, bensì il precedente) della CEI, Ruini. Il precedente vescovo, invece, Pietro Giacomo (che viene abbreviato in Pietro J. sulla tomba che si era riservato nei sotterranei della cattedrale col nome già scolpito sul nudo, ma costoso marmo) Nonis, friulano di ferro, ritiratosi per raggiunti limiti di età, è stato insignito del titolo di amministratore apostolico. Non ha abbandonato la sede, ma il palazzo vescovile sì, riducendosi a vivere poveramente, quasi francescanamente, in una “villetta” del ‘600 con parco in quel di Brendola, antico feudo del vescovato cittadino, graziosa donazione di ricchi signori alla diocesi (Villa Giuriolo-Veronese,
detta Villa Vescova, sovrastata, quasi protetta, dalle rovine dell’antico castello di cui il vescovato vicentino fu infeudato ante 983), restaurata con modica spesa di alcuni miliardi del conio antico (“È una grossa spesa, è vero, ma quando sarà restaurata vi troveranno asilo tutti quei vecchi sacerdoti che non avranno altro posto dove andare. Oramai in Casa del Clero di via S. Francesco Vecchio stanno veramente stretti”.).

La riposante, stupenda villa di Brendola

La realtà effettiva: il vecchio dignitario ecclesiastico, due pastori tedeschi due [Quando i due pastori tedeschi due erano ospitati a palazzo, ogni tanto l’uno o l’altro se ne fuggiva per la città, forse molto umanamente/caninamente in cerca di femmine in calore (scelta molto riprovevole da parte di canidi vescovili). Tutti lo sapevano e tutti cooperavano alle ricerche, compresi anche renitenti, giovani monsignorini. Restò memorabile la frase gridata in piazza da parte di uno dei cercatori: “Nessun sa dirme dove che poe essarse sconto chel can del vescovo, che se lo trovo lo castro?”], forse in ricordo di un papa recente, una famigliola una di semplici e pochissimo costosi fratelli in Cristo addetti all’aiuto evangelico e alla carità nei confronti del poco esigente prelato, nessun vecchio prete ospitato e una grande pace che fa veramente bene all’animo, nel connubio tra la grassa e verde pianura veneta che si stende a perdita d’occhio verso Verona e gli ubertosi colli Berici, ricchi dei doni della terra, in un paesaggio incantato, adatto alla contemplazione e alla meditazione. Forse l’anziano vescovo ogni tanto avrà ripensato a quanto aveva promesso in vista della scadenza del suo mandato per limiti di età: “Se non troverò qualche parroco di montagna che accoglierà fraternamente la mia offerta di aiuto nella cura d’anime, mi risolverò a tornare nelle due stanzette che ho a Padova, così sarò vicino a Sant’Antonio lusitano” (il suo cursus honorum aveva avuto effettivamente origine da una parrocchietta di poche anime nella montagna friulana, per poi approdare all’Ateneo Patavino come professore e prorettore, ma con pruriti di rettorato… a tempo debito frustrati – i pruriti).

L’odore di massoneria “rivelato” dall’amico foglio

E allora, promoveatur ut amoveatur, l’ambita cattedra di Vicenza assegnata in odore di massoneria, come disse inaspettatamente e con grande scandalo il cattolicissimo ‘Giornale di Vicenza’ in un paio di scomodissimi e imbarazzanti articoli sbattuti mostruosamente in prima pagina [e ci chiedemmo in molti, a quel tempo, il/i motivo/i nonché il/i mandante/i di questa uscita così anomala]).
Poi, come nulla fosse stato, il Giornale firmò un contratto con lui (invidiato dagli altri giornalisti, quelli veri, che bestemmiarono non poco a causa delle differenze di trattamento, economico ovviamente), e il felice vescovo non si fece scrupolo di deliziarci con un articolo al giorno (quasi) fintantoché il signoreiddio non ce lo tolse dalle sfere (intendo le sfere che collezionava, non mi permetterei mai…).
Quelle (sull’asilo ai vecchi preti) erano state le sue parole.
Ma altre ne avevamo udite noi vicentini in tanti anni di coabitazione, perché il prelato non ristava di profondere la sua cultura a destra e a manca, perfino indottrinando la città da una tribuna privilegiata sul quotidiano locale, con il quale si era rappacificato, perdonando l’odiosa insinuazione massonica.
Fine oratore, penna arguta, di massiccia cultura non meno che di aspetto, contegno mite troppo spesso affettato: “questo povero vescovo”; “per quanto indegnamente”; “vescovo obbediente per volontà di Dio”; “ma quando tralasceremo, fratelli cari, questi titoloni… eccellentissimo, reverendissimo, nella nostra umiltà non li accettiamo”; “il vostro povero vescovo è venuto tra voi per umilmente servirvi nell’amor di Dio”.

Il palazzo vescovile dei sette bagni d’oro si arricchiva delle sue collezioni pregiate

Ma intanto, nell’oscurità degli androni del palazzo vescovile, altrimenti noto per i sette bagni con i rubinetti d’oro [Vox populi] voluti dal principe vescovo Karolus Zinato, dalle pecorelle del suo gregge bonariamente battezzato Wanda Osiris per il civettuolo vezzo di scendere i sontuosi scaloni marmorei del palazzo vescovile con un certo charme, Nonis andava accumulando collezioni di ogni genere, tanto da meritarsi nella CEI il nomignolo di “accumulatore” (o che, dato il termine, non fosse un giudizio del Comitato Elettrotecnico Italiano?): 40.000 volumi, letti, meditati, commentati e regalati poi al Seminario vescovile; una serie di croci copte rare, ora regalate al museo diocesano; 200 campane (forse unico vescovo al mondo ad avere questo hobby, lo proporremo al Guinness dei primati) – ora presenti nel museo delle campane a Montegalda (Vicenza) presso Villa Colbachini– ; un centinaio di icone ortodosse balcaniche (queste non mi consta che siano state ancora regalate o ereditate o assegnate a nessuno: mi propongo generosamente per un lascito, icona non olet); maschere africane e africanerie varie a profusione, ora anch’esse nel museo diocesano; da ultimo, la meraviglia: centinaia di sfere di tutti i colori, di tutte le misure e di tutti i materiali, dall’onice ai marmi, dal diaspro alla giada, ai marmi rari, alle pietre dure, al lapislazzuli. Sfere perfette, da ammirare. Costituiscono il più importante reperto del museo diocesano dopo il piviale dei pappagalli del 1200 e l’uovo gigantesco che troneggia enorme in entrata, sempre di marmo, sempre di Nonis. Vox populi, quella voce di verità che sgorga purissima dalla fonte della saggezza popolare, ha spontaneamente nominato la collezione, sussurrando, “le palle di Nonis”. Si trova nei sotterranei, in un punto in cui si può ancora vedere la base di una delle torri di incastellamento della cattedrale al tempo degli Ungheri.

Zinato: grandezza con l’orda germanica, immorale debolezza con Pellizzari, grande e tradito industriale di Arzignano

Non raggiunsero mai i due presuli Nonis e Nosiglia la grandezza morale del principe Zinato e del francescano Onisto. Il primo, trovatosi a trattare direttamente con il comando tedesco [“Le porte dell’inferno non prevarranno”. La profezia funzionò per gli Ungheri e per i Tedeschi, quando a difendere la chiesa vicentina c’erano uomini della tempra di Vitale, sesto vescovo (901 / 915), poi Giraldo (956 / ?), Rodolfo (967 / 973), e Lamberto (995 / 997), infine Carlo Zinato (1943 / 1971). Ma non funzionò di fronte a una oscura console (qui la chiamavamo consolle) statunitense, e noi qui danniamo la memoria di Pietro e di Cesare, che non seppero difendere il “gregge” loro assegnato. Li minacciarono con le armi? Li blandirono con i dollari? Noi non lo sappiamo e non lo sapremo mai, e mai vorremmo saperlo. Sappiamo solo che per occupare certi posti ci vogliono le palle, ma funzionanti, non come oggetti carini ma inerti da esporre al museo diocesano sopra fredde mensole ad accumulare la polvere dei secoli. Non è qui il luogo, né l’argomento lo prevede, ma per amor di giustizia devo aggiungere che sia i politici cittadini che quelli a livello nazionale, come sono adusi alla proskynesis davanti al papato, così lo sono davanti a quello che chiamano l’ “alleato” . Nemmeno loro seppero fare o almeno dire parole da uomo. E qui danniamo per sempre anche la loro memoria.] sul finire del tremendo conflitto, seppe mantenere contegno coraggioso e tener testa alle terribili orde, senza vacillare e senza retrocedere.
Viene altresì ricordata la sua modestia e umiltà e di come facesse poco conto del suo grado: trovatosi morente all’ospedale cittadino, alle suore che amorevolmente lo accudivano raccontava, amabile, il suo sogno notturno, in cui anticipatamente e profeticamente viveva l’entrata in paradiso, con gli angeli che si chinavano mormorando “eccellenza, eccellenza…” e lo accompagnavano verso la luce di Dio.
Si sarà però ricordato, nell’istante estremo, di quel tristo episodio che lo aveva visto protagonista di quello che può essere considerato, da buoni e bene educati storici, il suo più inaccettabile infortunio morale: di quando si produsse in diplomatici accordi con le banche vicentine al fine di strozzare il credito a tale Pellizzari di Arzignano, industriale accorto e illuminato, per castigarlo del terribile peccato di convivenza more uxorio e costringerlo alle nozze riparatrici. Gli avrà mai sfiorato l’anticamera del cervello che quel peccatore aveva risollevato le sorti economiche della vallata del Chiampo e non solo, dando lavoro a migliaia di operai? E se costoro fossero rimasti senza lavoro? I vescovi possono anche rispondere che per la classe operaia c’è sempre il paradiso… beh, che vadano a dirlo agli interessati.

La bontà e il tressette di Onisto

Il secondo, Arnoldo Onisto, francescano, viene ricordato per la bontà e per quel suo vezzo innocente del tressette postprandiale al bar Scrigni o da Righetti in Piazza Duomo. Non fece grandi cose, ma nemmeno grandi errori. Non hanno di lui un cattivo ricordo, i vicentini. Lascio a Pino Dato un riquadro di approfondimento, considerato che assieme a Rebesani, di Onisto ha scritto vita, morte, miracoli.

Le basi americane ignorate da Nonis e Nosiglia – Non valse l’esempio di Zinato

Tornando ai due ultimi pastori della diocesi prima di Pizziol, Nonis e Nosiglia, essi avrebbero potuto, se avessero voluto, passare alla storia nel momento in cui nelle loro mani stava una parte del potere di contrastare la scelta americana per la nuova base a Vicenza (la settima), detta Dal Molin dal nome del nostro aeroporto scelto dagli “alleati” come idonea sede. Le sollecitazioni di una parte importante e qualificata della cittadinanza (anche formazioni cattoliche e una compagine di un centinaio di preti contrari tutti alla base) ebbe come esito prese di posizione talmente incomprensibili da parte dei due vescovi, da essere interpretate, in un video preparato dal comitato anti base, con la visione di un abilissimo clymber che si destreggia tra le insidie della roccia in una parete vertiginosa.
La visita della console statunitense in vescovado dovette avere accenti tali da non lasciare scampo ai malcapitati.
Da quel momento semplicemente tacquero, nessuno più lesse o udì verbo in argomento uscire dalle loro penne o dalle loro bocche. La scelta di Zinato, che fronteggiava da solo l’esercito tedesco di Kesselring, non aveva costituito un buon esempio per loro. Cosa mai avrà detto loro la console statunitense resterà per sempre un mistero. Quel che è certo, Nosiglia non le impartì benedizioni, né le amministrò sacramenti, durante la visita in episcopio. Fu solo stretto un patto diabolico secondo gli schemi dell’alleanza tra i due padroni d’Italia. E il silenzio cadde per sempre su questo argomento.

Beniamino Pizziol rifiuta di benedire la nuova base militare americana. Ma con il sogno di Cevese…

Beniamino Pizziol: questo fu l’unico vescovo, dopo due che si dimostrarono succubi degli Americani, che osò rifiutarsi di presenziare all’inaugurazione della settima base vicentina. Un vescovo con le palle, finalmente. Grazie e congratulazioni!
Poi però fu anche dimostrato che ogni medaglia ha anche il suo bravo rovescio. Non son passati molti anni, e le associazioni culturali di Vicenza, inclusa Italia Nostra, alla quale mi onoro di appartenere, cominciarono una campagna che mirava ad attuare il sogno di Cevese riguardo a quella che avrebbe potuto essere una nuova e inaspettata piazza della
nostra città: l’abbattimento dell’intero nucleo comprendente l’ex cinema Berico, le case della parrocchia di S. Maria in Foro e tutto il marciume architettonico che completa il pietoso quadro. Ricordo con commozione le parole di Cevese quando sognava di far colloquiare Palazzo Valle con l’Oratorio di S. Nicola…
L’agglomerato, in tutto o in parte, appartiene all’Istituto per il sostentamento del clero. L’opposizione che fece fu feroce. Siccome ESSI trovano tutte le porte spalancate, riuscirono a far dichiarare opera di pregio l’ex cinema, il tutto a tambur battente, perché le varie soprintendenze, lente da morire quando si tratti d’altro (di tutti gli altri), quando bussa la chiesa, “le sarà aperto”. Per restare al tempo di attuazione previsto dal vangelo, inrealtà oggi, con i tempi cambiati, le viene aperto subito e sempre.

Le ragioni di don Alessio Graziani: legittime

A poco valsero le ragioni di chi seguiva Cevese, anche il fatto, documentato, che lì la piazza c’era, un tempo. La storia completa sarebbe troppo lunga, fermiamoci e inspiriamo profondamente per calmare i nervi.
Anzi, passiamo direttamente al particolare che ci interessa della conclusione. Intervenne Pizziol e stabilì che la piazza non s’aveva da fare.
Cosa c’entri il vescovo con l’Istituto di cui sopra, resta un mistero (della fede), comunque si fece come volle, e chi aveva lavorato sodo per il raggiungimento del progetto si mise le pive nel sacco e se ne tornò a casa con la coda tra le gambe.
Commento. Personalmente conosco fin troppo bene cosa pensano e cosa fanno, ma qui sono incorso in un atto di presunzione, perché hanno agito in modo diverso dalla loro natura e ovviamente da come mi aspettavo.
Si sa che Essi hanno mani adunche e possiedono anche intelligenza e furbizia per riempirsele. Ora, considerato che se avessero accettato la demolizione avrebbero potuto chiedere altro terreno e la costruzione di almeno il doppio di ciò che avevano, e gli amministratori vicentini, tutti gli amministratori vicentini, democristiani nell’animo e figli di democristiani e democristiane, avrebbero chinato il capo. Non si capisce perché ESSI si siano incaponiti nel rifiuto rinunciando al più
grande affare della storia della chiesa vicentina. Punto.
In modo più positivo considerai la pubblica lamentela di don Alessio Graziani, cappellano a S. Maria in Foro, durante una manifestazione culturale all’Oratorio di S. Nicola sulla temuta vendita dell’intero complesso; ma costui portò validissime ragioni. Infatti tra quegli edifici sorge anche quello che ospita la gioventù in una sorta di oratorio. La sua preoccupazione nasceva da questo: dove avrebbe mandato i suoi ragazzi?
Dal suo punto di vista non fa una piega, e io non ho niente da dire.