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Ferrara luogo dell’anima

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FERRARA LUOGO DELL’ANIMA : DA BASSANI AD ARIOSTO, DA VIRGILIO AD ENEA, TRADITORE IN FUGA CHE PERÒ DISEGNÒ IL FUTURO

Da una semplice gita scolastica in una città che ha spifferi spirituali come poche altre riscopriamo l’anima di uno scrittore, Giorgio Bassani, che ci ha lasciato un’eredità struggente, fatta di sogni e di sentimenti feriti, di conquiste dell’intelletto e di delusioni d’amore e da lui ci trasferiamo alla casa di Ariosto, da dove, per un transfert non del tutto inspiegabile approdiamo a Virgilio ed Enea. Qui ci fermiamo, perché Enea è il futuro, pur essendo ambiguo, e gli eroi che ci hanno ammaliato e conquistato, da Ettore ad Achille, sono il passato virtuoso che non tornerà più.

ROBERTO PELLIZZARO

IN TEMPI DI GITE SCOLASTICHE o visite d’istruzione che si voglia dire, una volta portai la mia classe a Ferrara.
Smontati dal pullman, nella grande piazza davanti al castello, ci si fece incontro un signore tutto sorridente che esclamò: “Benvenuti a Ferrara! Visitatela bene. Ferrara è molto bella e vi soddisferà”. Poi mi si avvicinò personalmente, mi diede la mano e: “Piacere, sono Giorgio Bassani”, dileguandosi subito. Se non avessi avuto 25 diavoletti da accudire gli sarei corso dietro a precipizio per potermi fermare anche un solo minuto con l’autore de Il giardino dei Finzi Contini e dimostrargli tutta la mia stima.
Molti anni dopo in una domenica di maggio piuttosto plumbea, in occasione di una mostra di pittura a Palazzo dei Diamanti, mi ritrovai a Ferrara sulla stessa piazza. Su un lato spiccava una carta topografica della città. Eravamo in quattro: Eliana, Claudio, mia moglie ed io. Ci colpì immediatamente un’enorme macchia verde sul lato nord-est della mappa. Ci stava scritto Cimitero Ebraico. Ferrara, Bassani, Finzi Contini…fu un attimo. Nessuno di noi c’era mai stato. Vi arrivammo a piedi in pochi minuti. Un enorme portone chiuso in ferro sbarrava l’entrata. Adiacente, sulla destra, una piccola abitazione, una porta, un campanello: suonare stava scritto. Suonammo. Ci aprì la custode, ci fece passare nel vestibolo, ci consegnò una kippah. La strada era libera: eravamo sulla soglia del cimitero.
A prima vista spazialità, decadenza, senso di desolazione e di abbandono; una volta entrati, pace e magnetismo. Mi sentii come rapito, affascinato: luogo magico, suggestivo, fantastico. Prendemmo per la stradina di destra. Tutte le tombe, uguali e di color bianco-grigio, apparivano malmesse, sapevano di decrepitezza. Recavano date antiche: Ottocento – metà
Novecento.
Sassi di memoria sui lastroni orizzontali: di fiori nemmeno l’ombra o quasi. Se uno vuol capire il biblico vanitas vanitatum…omnia vanitas e meditarci sopra, qui ha trovato il posto giusto.
Sul finire del viottolo, vicino al muro di cinta conficcata a terra, quasi a sbarrarci il cammino,una scritta su una pietra: Giorgio Bassani 1916 – 2000. Era la tomba dello scrittore, la più semplice delle tombe [La stele è del 2003. Prima la tomba era ancora più semplice] caratterizzata da una stele in bronzo opera di Arnaldo Pomodoro. Rimasi lì impalato qualche minuto, impreparato alla vista, emozionato nel ricordo della sofferenza e delle umiliazioni che il grande scrittore, uno dei narratori più ammirati della mia giovinezza, aveva dovuto subire nel crepuscolo della sua esistenza. Poi riprendemmo il cammino.
Eravamo ormai arrivati alla fine del muro di cinta, così cominciammo a svoltare a sinistra. Il percorso era a ferro di cavallo ed eravamo al culmine, obbligati a tornare indietro. Lo scenario non era più lo stesso. Alla nostra destra una distesa di verde incolto e sterpaglie, senza traccia di costruzioni o di opere di qualsiasi tipo. Finalmente, nell’avvicinarci all’uscita, alcune tombe. Una recava la data 2008. Per uscire dovemmo ripassare attraverso la casa della custode. Mentre riconsegnavamo la kippah, ci chiese se avevamo trovato la tomba di Giorgio Bassani. Alla nostra risposta affermativa, cominciò a parlare.
I Finzi Contini in realtà si chiamavano Finzi-Magrini, famiglia benestante ebraica di Ferrara alla quale Bassani si era ispirato molto liberamente per il suo romanzo e il cui monumento sepolcrale poco prima ci aveva colpiti. Alberto (Uberto nella realtà) era il solo ad essere lì sepolto, morto di linfogranuloma, come nel romanzo, nell’inverno 1942-43. Micol, che in realtà aveva nome Giuliana, fu l’unica sopravvissuta, sposata a un Pesaro (Marcello), madre di 3 figli, e la sua tomba era lungo il muro davanti a quella di Bassani [Micol è un mistero; difficile l’identificazione con Giuliana. Forse Micol è la summa di più donne predilette da Bassani]. Tutto il verde che avevamo visto celava, a proteggerle per sempre, le tombe più antiche: il cimitero è del 1600. Nessun corpo viene dissotterrato, nessuno tocca niente, chè al tempo è lasciato di compiere il suo corso naturale.
L’ultima tomba del 2008? Siamo nella zona dei morti contemporanei, che sono sempre meno perché la fiorente comunità ferrarese, che in tempi andati era arrivata a toccare i 1500 membri, ora a malapena conta 100 persone, se non meno; anzi, se ricordo bene, la signora pronunciò il numero di 58: come a sottolineare che il cimitero era nel contempo espressione di una comunità ancora esistente e di una scomparsa.
Arrovellati in mille pensieri, uscimmo da quel silenzio magniloquente, che pullulava di fantasmi ai quali Bassani aveva saputo dare vita e che ci aveva fatto provare un’esperienza davvero toccante e inimmaginabile.

Dalla casa dell’Ariosto alle ambiguità di Enea

Mi ricordai che sulla carta c’era un altro luogo dell’anima dove non ero mai stato e che non distava lontano da lì: la casa di Ludovico Ariosto.
Una casa in mattoni rossi a due piani, tenuta benissimo (al di fuori, chiusa perché era domenica).
Alzando gli occhi, sul fregio vedo scritto: Parva sed apta mihi, sed nulli obnoxia sed non sordida; parta meo sed tamen aere domus, meraviglia!
un’antica scritta a me familiare…piccola casa ma adatta a me, non soggetta a nessuno ma pulita; e comunque pagata con i miei soldi… Ci sarebbe da discutere sul piccola, d’accordo, ma la chiusa è stupenda: Ariosto, uomo di corte al servizio degli Estensi, fa trasparire tutto il suo orgoglio in tre parole: parta meo aere… non me l’ha regalata nessuno, è frutto del mio lavoro.
Immediatamente mi venne in mente chi l’aveva pronunciata per prima e fatta conoscere: la vecchia professoressa del ginnasio la quale, se è vero che, se avesse potuto, ci avrebbe fatto greco anche durante la merenda, amava tuttavia le citazioni a memoria in latino. Cinquant’anni fa. Il terreno preferito del cimento era l’Eneide. “Arma virumque cano…Non ignara mali miseris succurrere disco…sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt… infandum regina iubes renovare dolorem…timeo Danaos et dona ferentes…una salus victis nullam sperare salutem …exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor [Canto le armi e l’eroe…Dopo aver conosciuto il male ho imparato a venire in soccorso degli infelici…Qui si piange sulle sventure umane e gli avvenimenti dei mortali toccano il cuore…Tu mi spingi o regina a ricordare un dolore indicibile…Temo i Danai(Achei) anche quando(anche se) mi porgono doni…Una sola via di salvezza per i vinti , non sperare alcuna salvezza…Tu uno qualsiasi sorgi come vendicatore dalla mie ossa (dall’Eneide libro 1°-2°-4°).] …” e qui mi fermo, ma potrei continuare ad libitum.

Dov’eri la notte in cui Troia fu distrutta?

Già allora, pur solamente quindicenni, capivamo che Enea non era uno dei “nostri” e non ci riusciva simpatico. Abituati alla figura generosa di Ettore, padre e sposo esemplare, destinato a sacrificare la sua vita per proteggere la patria, a quella di Achille piè veloce dalla forza squassante, su cui però incombeva un tragico destino che ce lo rendeva umano, a Ulisse, astuto filibustiere e guascone, capace di superare le prove più difficili e dolorose, all’indomito Diomede, rispettoso del sacro diritto dell’ospitalità, questo Enea proprio non ci andava giù: un perdente, in balia degli Dei, senza una sua volontà, e poi fedifrago e insensibile: non si tratta così la cara e bella Didone che ti salva la vita e che tu, in nome della “missione” da compiere (tantae molis erat condere Romanam gentem) (4) , prima impalmi e poi abbandoni, scappando di nascosto come un ladro, spingendola al suicidio.
Eh no, Enea, non mi piaci: per colpa della maledizione che Didone ti lancia contro (…exoriare aliquis…) esasperata dal tuo comportamento, da servus fati (schiavo del destino), Roma e Cartagine si scontreranno all’ultimo sangue. La celebre battaglia di Canne (proelium apud Cannas) del 2 agosto del 216 a. C. risulta la carneficina più tragica dell’antichità: in un solo giorno vengono lasciati sul campo 60-70 mila uomini, una macelleria terrificante.
Noi, gli eroi del mito li vogliamo perfetti, o giù di lì, che godano della loro fama e della loro grandezza, invitti, coraggiosi, forti, anche nelle debolezze, senza scuse e senza alibi: qualche difetto possiamo perdonarlo, ma tu sei una gruviera.
Achille è crudele e spietato, però si commuove e sparge lacrime sul cadavere dell’amico del cuore Patroclo: così va bene. E poi una domanda che da allora mi porto dentro: ma dov’eri la notte della distruzione di Troia mentre gli altri combattevano e morivano? “…Creusam nequiquam iterumque iterumque vocavi [Invano ancora e ancora ho invocato il nome (di) Creusa (idem 2°l.)]…“ma dai!

Il libro di Bettini e Lentano: Enea, uno, nessuno, centomila

A dicembre appena trascorso, proprio mentre sto tenendo nella biblioteca di Quinto Vicentino un corso di Latino in cui Virgilio è citato di continuo, esce per Einaudi un libro di Maurizio Bettini e Mario Lentano, professori dell’ Università di Siena, intitolato Il mito di Enea. Lentano non lo conosco, ma Bettini, insigne classicista, è una garanzia; e poi il titolo è davvero ammiccante e accattivante. Dico subito che, più che del mito, sarebbe appropriato parlare dei miti di Enea.
Sulla vita e le vicende di Enea esistono innumerevoli varianti: Virgilio ne ha scelto una, facendolo diventare il celebre progenitore di Roma, l’uomo che abbiamo conosciuto come il Pius Aeneas. Lungo le 330 pagine del libro gli autori scandagliano tutte le fonti antiche e ne esce una personalità pirandelliana: uno nessuno centomila. Le sue metamorfosi hanno però una base comune: Enea è una figura che guarda al futuro, mentre Ettore e Achille segnano il tramonto dell’età omerica e sono figure del passato. Fa da spartiacque la guerra di Troia.
Gli autori consultano scrittori greci e latini, perfino padri della chiesa come Tertulliano Lattanzio S.Agostino e giungono a una conclusione infamante: Enea è un disertore e un traditore della patria. Si è salvata la vita perché nella notte dell’incendio di Troia era d’accordo con i nemici Achei.
Ne abbiamo abbastanza: tralascio volutamente di approfondire i capitoli Aeneas in love [Italiam non sponte sequor…non inseguo l’Italia di mia spontanea volontà(idem 4°l.) pone francamente in una posizione indifendibile Enea. Nel VI libro, incontrandolo nell’Ade, Didone dimostra tutta la propria indignazione rimanendo in silenzio, senza fissarlo negli occhi, voltandogli le spalle] e Impius Aeneas perché la sua figura è già sufficientemente “massacrata” e demitizzata. Finalmente trova spiegazione l’inconscia antipatia ginnasiale.

Due superbe nipoti romane (superbe, troppo superbe)

Sabato mattina 12 aprile mi reco a Palazzo Montanari: in programma un incontro che mi è stato consigliato di non perdere. Da alcuni anni Alberto Camerotto e Filippomaria Pontani, grecisti della Ca’ Foscari di Venezia, in collaborazione col liceo Pigafetta, organizzano una rassegna culturale dal titolo Classici Contro, quest’anno dedicata al tema Nuda veritas: una tre giorni di esposizioni e dibattiti sull’argomento citato che fa convergere in città studiosi ed esperti di varie università. Entro e con piacere noto che la sala è piena: il classico attira ancora, penso. Prende la parola un
relatore che comincia la sua lectio nel modo più traumatico: Omero è l’autore più bugiardo dell’antichità; e spiega la sua affermazione fino a portare il discorso su Virgilio ed Enea. Man mano che procede, mi rende sempre più stupefatto. Ma io ho già sentito queste parole, le ho appena lette: Virgilio in malafede, Enea il rinnegato…Al mio fianco uno studente teneva in mano una cartellina, me la faccio prestare: a parlare era Mario Lentano, il coautore de Il mito di Enea. Ricevo così un’ulteriore lezione: documentati prima di presentarti a un convegno.
Alla fine non resisto dall’andare a presentarmi e a salutare il professore, gli confido della sorpresa che mi aveva trasmesso, ci ridiamo sopra. Concludiamo che almeno uno che aveva letto il libro era presente.
Un libro splendido che naturalmente non avevo con me, ma su cui desideravo mettesse una sua dedica. Mi dice che ora è impegnato, ma che verso le 15.30 è in stazione per prendere il treno alla volta di Siena. Mi faccio dare per precauzione il numero del cellulare e ci accordiamo di sentirci un po’ prima delle 15.00.Telefono e: “Oh, mi dispiace! Ho sbagliato orario. Il treno sta per arrivare”. È finita che con un piede sul treno e l’altro sulla banchina della stazione mi fa la dedica (“…la più singolare delle dediche!” dice sorridendo e gli credo); ma faccio in tempo, lui è di Siena e non può non essere un baskettaro, a fargli l’in bocca al lupo per la [La Mens Sana Monte Paschi Siena, dichiarata ufficialmente fallita dal 4 luglio 2014, ha rischiato di vincere lo scudetto anche quest’anno] Mens Sana di cui è abbonato. Quanto a me, penso di essermi conquistato sul campo il diritto di presentarmi alle prossime Olimpiadi per le gare di velocità over, ahimè, 66.
Ho due nipoti di Roma, tanto nomini, un po’schizzinose e restie a venire a Vicenza dall’alto delle loro radici superbe. La parva Vicetia dalle umili origini può alzare fiera la testa davanti a Roma dalle origini così equivoche come documentato (e visto che i padovani ci stanno antipatici ab illo tempore, anche il loro mitico fondatore Antenore [Dante nella sua Commedia chiama Antenora il luogo in fondo all’Inferno, in cui colloca i traditori della patria:Antenore come Giuda, Enea come Satana…], amico di Enea, è bollato delle stesse nefandezze da Bettini e Lentano). La ninfa Eco dal profondo del suo antro fa rimbalzare beffardamente su Eleonora e su Enrica, sui romani e i patavini un sonoro ah ah ah ah… uscito con compiaciuta e voluta malizia dalla gola di noi vicentini.