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Elogio dell’Accademia

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ELOGIO DELL’ACCADEMIA
ELOGIO DI MODIANO MERITORIO NOBEL CHE L’ITALIA IGNORA

Praticamente mai letto in Italia, Patrick Modiano, è ora in fretta e furia rimesso sui banchi dei librai da riparazioni editoriali in extremis di editori che lo avevano pubblicato poco o nulla e sempre distrattamente. Anche la nostra critica letteraria (ma esiste ancora una critica letteraria in Italia?) è stata lacunosa alquanto. Altra questione: le scelte dell’Accademia svedese scontentano sempre, sono spesso criticate. Ma talvolta essa va elogiata senza se e senza ma e va riconosciuta la sua autorevolezza. Come quest’anno scegliendo Modiano

PINO DATO

POCO LETTO IN ITALIA, POCO tradotto, il premio Nobel 2014 per la Letteratura, il francese Patrick Modiano ha senz’altro meritato il prestigioso riconoscimento. Gli editori italiani, come sempre molto attenti – a maggior ragione (o torto?) in tempi di vacche magrissime – alle ragioni della cassa, non hanno spinto neanche di un millimetro negli anni, nei decenni (Modiano ha una settantina d’anni, vedi scheda) per dare a questo scrittore, che potremmo definire esponente illustre del post-moderno letterario francese, una parte almeno dello spazio che merita.
I grandi editori italiani non hanno scuse. Nessuno di loro fa, accanto alla doverosa politica commerciale, una parvenza di politica culturale. Ci sono autori che devono essere pubblicati al di là di quanto fanno incassare a editori e librai: questo è fare una politica culturale. Ben vengano le vendite dei Ken Follett e delle sfumature erotomane di grigio, rosso e nero. Ma che almeno questi maxi profitti servano a pubblicare chi si merita di essere pubblicato al di là delle attese commerciali.
Una volta c’era il cinema a spingere le vendite anche di scrittori che l’editore italiano tipo considerava invendibili o quasi. L’esempio più classico fu Albert Camus, anche lui insignito del Nobel. Dopo che Luchino Visconti nel 1967 trasse da uno dei suoi capolavori, Lo straniero, un buon film con Mastroianni protagonista, la Bompiani si affrettò a farne una ristampa che andò esaurita in breve tempo. Oggi il cinema offre meno agganci letterali di un tempo. Modiano è uno di quegli autori che un’industria culturale che si rispetti non potrebbe lasciare in balia delle logiche aride del profitto. Un autore così – oggi, un Nobel! – merita di essere pubblicato, ma soprattutto promosso.
Nulla di tutto questo è accaduto. Ci ha pensato l’Accademia Reale svedese ad avviare una parvenza di rimedio. È già qualcosa. Einaudi (cioè Mondadori) si è affrettato, senza scannarsi troppo, a rilanciare Modiano, ripubblicando (e chi li aveva mai visti?) tre romanzi brevi dello scrittore francese: Bijou, Nel caffè della gioventù perduta, L’orizzonte.
In Francia Modiano è pubblicato da Gallimard, il più importante editore di romanzi. E in Francia, pur non essendo affatto un autore facile, è molto letto e conosciuto. È conosciuto meno all’estero, è vero, ma in Italia meno di zero. Partiamo da qui.

Il Novecento è zeppo di Nobel meritati e non assegnati – I casi Murakami e Philip Roth

La prima reazione, per chi non ha mai nemmeno saputo che Modiano esistesse, è di disprezzo critico. Ogni anno l’Accademia svedese è sottoposta a critiche. In parte (non sempre) pretestuose. Di solito le critiche (puntuali come il mattino) hanno una funzione catartica: servono a mettere una pietra sopra la propria coscienza – di critici, editori, letterati,
semplici lettori – che, ognuno a suo modo e nel proprio tinello privato, si irrita perché il massimo riconoscimento letterario mondiale non va almeno ad uno dei suoi scrittori prediletti. È un’irritazione spesso silente (nessuno la ammetterà mai) ma, benché comprensibile, è del tutto sbagliata e fuori luogo.
Anziché ammettere che ognuno ha un proprio Nobel segreto per il quale fa il tifo, si scorrono le classifiche dei bookmaker (ci sono anche per il Nobel della Letteratura) e quando l’Accademia decide di assegnarlo a Modiano, che non era neanche nelle prime dieci posizioni, anziché a Murakami Haruki, che da qualche anno è sempre fra i primi papabili, si levano alti lai di disapprovazione. L’Accademia non è il Padreterno, ovviamente. Può sbagliare. Può sbagliarsi. Ma ha i suoi metodi. Il Novecento letterario è pieno zeppo di scrittori che non hanno preso un Nobel che avrebbero meritato. Ma questo non svilisce il lavoro dell’Accademia e le scelte fatte.L’Accademia ha di fronte il mondo reale, non quello virtuale. Il mondo reale è grande. Quando due anni fa ha premiato Mo Yan, scrittore cinese (Sorgo rosso) o l’anno scorso Alice Munro, canadese, eccellente scrittrice di racconti brevi, ha fatto scelte ragionate, non condizionate dal mercato: la Munro era più conosciuta e letta di secondo Mo Yan, in Italia per esempio, ma non questo ha indirizzato la decisione dell’Accademia.
Più ancora che i sostenitori del giapponese Murakami Haruki – un grande scrittore, autore di una notevole ma decisamente eccessiva trilogia 1Q84, commercialmente molto venduto e pubblicizzato (interviste, pubblicità e quant’altro) – restano da anni delusi i fans dello scrittore americano Philip Roth, del quale personalmente sono un ammirato e accanito lettore. Sicuramente gli accademici conoscono questi due autori, sicuramente sarà arrivato loro, nel corso degli anni, un fiume di pressioni, anche ben argomentate, – da ogni parte del mondo – ma evidentemente i criteri scelti per definire l’eccellenza letteraria che il Nobel incarna non sono ancora stati ritenuti coerenti all’opera dei due pur grandi scrittori. Magari alla fine (anche se l’impressione è che un Nobel un giorno o l’altro dovrebbero riceverlo, Murakami e Roth) rischiano di tardare a darglielo. Nel passato qualche ritardo è stato fatale ma è umano: l’Accademia, al di là di ogni polemica fatua, è umana anch’essa, autorità letteraria vera o presunta a parte.
Il probabile criterio numero uno dell’Accademia è quello dell’originalità del contributo letterario. E poi: specificità – nazionale e culturale – e trasferimento della stessa nella generalità dell’universo mondo.
Faccio solo delle ipotesi. Patrick Modiano, l’ultimo di questa lista che è, comunque la si guardi, una lista d’eccellenza, ha entrambe queste alte qualità. Specificità e insieme attitudine al trasferimento immediato di temi e personaggi in dimensione globale. Cerco di spiegare perché.

La Parigi umile e stupenda di Patrick Modiano

I personaggi prediletti da Modiano sono semplici, umili, gente della piccola borghesia urbana. In gran parte donne. Giovani donne. La loro è una vita simile a quella di tutti, con un lavoro da cercare, un capoufficio da temere, una famiglia, per lo più scolpita in pochi simbolici personaggi (un padre assente, una madre invadente) che mantengono una presenza costante, ma un po’ simile a quella di fantasmi, nella vita dei personaggi principali.
Detto questo, fondamentale è il rapporto di questi personaggi non solo con altri esseri a loro attigui, ma anche, se non in prevalenza, con il territorio, le vie, la rete urbana, i mezzi di trasporto di una città poliedrica come Parigi.
Modiano li immerge in una vita di tutti i giorni e dai loro passi emergono i loro problemi, i loro sogni, le loro tensioni emotive, i loro amori. Tutto espresso con un linguaggio sobrio, essenziale, attraverso episodi minuti, quasi insignificanti (ma solo in apparenza). Gli eccessi non sono mai in superficie, sono dentro, repressi.
Patrick Modiano usa la lingua con sagacia e, direi, con prudenza. Non ne abusa mai. I suoi romanzi sono brevi e non contengono parti di trasferimento, di inerte attesa. La tensione di una risposta che tarda ad arrivare (e che si spera arrivi alla fine) attraversa tutte le pagine dei suoi libri, dalla prima all’ultima. I suoi libri, insomma, sono animati dalla classica tensione dell’attesa, quella che caratterizza il thriller più o meno canonico. La suspense di Modiano è tutta nella testa dei suoi personaggi e da questa passa al lettore nell’immediatezza della parola. Ma rimane impressa in ogni pagina del romanzo. I personaggi sono in attesa di qualcosa che deve arrivare (e non arriva mai o solo in apparenza) e il lettore è avidamente dalla loro parte.

Il tema della fuga e la discesa verso la verità

Un altro tema prediletto da Modiano è quello della fuga. In uno dei suoi romanzi migliori, Nel caffè della gioventù perduta, Jacqueline Delanque, il personaggio principale, figlia di padre ignoto e di una madre impiegata al Moulin Rouge che torna a casa ogni sera dal lavoro nel cuore della notte, ricerca se stessa perennemente fuggendo.
La madre, finché lei è molto giovane, la rincorre e la ritrova. Alla fine probabilmente non la cercherà più. Il totem di riferimento è un caffè notturno situato nei pressi dell’Odéon, in Rive Gauche, a Parigi, di nome Le Condé; un caffè che nel corso del tempo potrà scomparire ma che resterà sempre nel ricordo di molti di quelli che lo hanno frequentato.
Intorno al caffè nasce la vicenda che porterà, per ragioni misteriose, Jacqueline, detta Louki, ad un’altra fuga (ma poi è davvero una fuga?). La sua storia è raccontata da personaggi diversi e da se stessa. Modiano sembra un cronista esterno che registra. Alla fine, a rincorrerla fino al termine della discesa verso la verità è Roland, un suo innamorato fedele, che non si rassegnerà e la cercherà anche a distanza di tempo.
Non svelo il finale naturalmente, ma l’intreccio – di cose semplici e di sentimenti profondi – solleva interrogativi e, attraverso notazioni di estrema freschezza, offre anche qualche risposta.
Dicevo del valore, nelle storie di Modiano, del tessuto urbano della città. Non come strumentale elemento di abbellimento narrativo o per comodità di notazione. Niente affatto. Le singole vie, le singole piazze, i parchi, e ciò che, nel luogo urbano ove sono situati, ciascuno di essi rappresenta, sono veri e propri personaggi del racconto. Insostituibili. Il loro ruolo è simbolico, non di pedante insinuazione.
Se un personaggio di Modiano percorre il boulevard di Clichy che – come ci insegnò perfino un grande scrittore americano naturalizzato ‘parigino’ come Henry Miller – non è un boulevard qualsiasi, perché è una specie di frontiera spirituale tra due Parigi diverse, la sua apparizione non appartiene ad un’indifferenza narrativa, ma è un preciso veicolo denso di segnali virtuali. Lo stesso accade se si incontrano il parco di Montsouris o il Bois de Boulogne. Oppure, se il nome del tal albergo è proprio quello di un albergo realmente esistente.

La zone neutre di Roland – Quali città non hanno zone neutre?

Infatti non a caso Louki abitava a Neuilly sur Seine che, cittadina posta ai margini di Parigi, è diventata Parigi in modo artificiale nel tempo, ricca di casermoni anonimi anche se non degradati, dove sembra regnare l’assenza. Modiano fa spiegare il ruolo della città nei sentimenti e nelle movenze degli uomini, da Roland, l’innamorato di Louki, quando così racconta: “Mi sono ricordato del testo che cercavo di scrivere quando avevo incontrato Louki. L’avevo intitolato La zone neutre. C’erano a Parigi delle zone intermedie, delle no man’s land in cui si era al confine di tutto, in transito, o anche in sospeso. Lì si godeva di una certa immunità. Avrei potuto chiamarle zone franche, ma zone neutre era più esatto.”
Poi Modiano mantiene nell’aria il concetto precisato dal suo personaggio Roland, perché è una chiave interpretativa perfetta della sua poetica. Le sue sono storie di personaggi che stanno sempre, pur all’interno di una città, con un piede sulla frontiera delle zone neutre. Ma la loro non è un’immunità. Piuttosto, un’assenza. E fanno realmente pensare: quali città non hanno zone neutre?

I corridoi del tempo

Il linguaggio è realistico, semplice. Ma sfiora un’ambiguità concettuale solo nel metodo di scrittura narrativa, che si affida ai trasporti senza pedaggio di due realtà sempre in movimento, sfuggenti: il sogno e il ricor-do. L’arte di far parlare i personaggi attraverso il ricordo è eccezionale in Modiano. E così con il sogno.
I fatti attraverso il ricordo vengono narrati in presa reale. Il ricordo fa saltare il tempo. La sorpresa sta sempre nel verificare che il salto del tempo (a volte decenni) non modifica le coordinate psicologiche dei personaggi, non ne modifica gli spiriti. È una finzione, talvolta, credere, sembra dirci Modiano, che il tempo modifichi, trasformi, uccida tutto. Non è così. Tutto gli scorre sopra. O dentro, ma senza mescolare gli ingredienti, i profumi, i sapori.
Sono quelli che in un altro dei romanzi ripubblicati in questi giorni da Einaudi, L’orizzonte, Modiano chiama i corridoi del tempo, che scorrerebbero paralleli per ognuno di noi e che noi pensiamo siano uno spazio che tutti noi contiene. Invece, non è così. Ognuno di noi ha un suo corridoio di tempo che scorre parallelo a quello che avvolge la vita di una persona amata, ad esempio. Poi la si reincontra, questa persona, dopo molto tempo. Ma il tempo non è stato lo stesso, dice Modiano, ci sono stati due tempi, due gallerie del tempo, parallele.
In L’orizzonte, Bosmans, uno dei personaggi principali, perde di vista, nel corso della sua esistenza, Margaret (tema classico di Modiano, quello del perdersi) la quale aveva sempre avuto un’ossessione: un uomo di nome Boyaval che la seguiva ovunque, senza nessuna apparente ragione (che invece c’era, ma la conosceva solo lei). Molto tempo dopo che Bosmans aveva perso di vista Margaret, egli credette di vederla un giorno in un parco. Così descrive quel possibile incontro Modiano:
Man mano che Bosmans attraversava il parco senza staccare gli occhi da lei, si convinceva che fosse proprio Margaret. La sera prima aveva letto un romanzo di fantascienza, Les corridors du temps. Alcune persone sono state amici di gioventù, ma certuni non invecchiano, e dopo quarant’anni quando incrociano gli altri non li riconoscono più. Oltretutto non possono avere alcun contatto fra loro: spesso si trovano fianco a fianco, ma ognuno in un corridoio temporale differente. Se volessero parlarsi non si sentirebbero, come le persone separate dalla vetrata di un acquario. Bosmans si era fermato e la guardava allontanarsi in direzione della Senna. Non serve a niente raggiungerla, pensò. Non mi riconoscerebbe. Ma un giorno imboccheremo, per miracolo, lo stesso corridoio. E per noi due tutto ricomincerà, in questo quartiere nuovo.
Ecco la risposta giusta, forse buona per tutti noi, che ora siamo (lo spero, per chi non lo ha fatto) costretti a leggere Patrick Modiano alzato di grado – è inevitabile – per la conquista (imprevista) di un Nobel: imboccare, con la persona amata, con quella che si vorrebbe amare, con l’amico perduto e ritrovato, con la persona che si vorrebbe perdonare, con
quella dalla quale si vorrebbe ricevere un perdono, e così via, lo stesso corridoio del tempo. Così ci riconosceremmo, così riusciremmo a comunicare.
È il problema, lo dico ex post a volo d’uccello, di tutti i personaggi di Modiano. Non hanno mai imboccato un comune corridoio del loro tempo. Il nostro negriero. Ma non è lo stesso per tutti. Sono i terribili, alienanti, perfettissimi, tubi tecnologici temporali che avvolgono ciascuna delle nostre rispettive vite. Che andranno non si sa dove.

L’amore. Punto.

In questa specie di gouache pittorica sulla figura del fresco Nobel per la letteratura Patrick Modiano non può mancare una piccola notazione sul suo modo di raccontare l’amore. L’amore c’è, naturalmente. L’amore. Punto. Quello fisico (vecchio vizio forse cattolico, forse blasfemo, forse misogino) separato da quello psichico per Modiano è un’eresia. Improponibile. Infatti, il Nobel francese non si attarda mai a raccontare quello fisico nei particolari che a tanti (scrittori e lettori) paiono fondamentali e sembrano tanto piacere. Sorvola. Li dà per scontati. Problematici solo come produttori di poesia. È quasi una novità assoluta per uno scrittore francese. Una novità da Nobel.