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Diego De Leo l’arbitro dei due mondi è mio zio

Diego di leo - quadernivicentini.it - QV

DIEGO DI LEO L’ARBITRO DEI DUE MONDI E’ MIO ZIO

Quando si ha nove anni e si vede la squadra del cuore di nome Juventus per la prima volta nella vita e chi la arbitra è qualcuno che vale come un padre si è felici (logicamente); ma non si immagina che quella partita sarà il big bang di una vita che avrà nel calcio un pilastro. La storia di un uomo che diventerà forse l’arbitro più grande del Novecento calcistico cominciò per me in una movimentata domenica di fine aprile dei primi anni’50.

PINO DATO

Tutto ebbe inizio da un micidiale Bologna-Juventus
IL 27 APRILE 1952 ERA UNA DOMENICA e io avevo compiuto da una settimana nove anni. Mio zio, Diego De Leo, fratello di mia madre, una settimana prima, giorno del mio ancora tenero anniversario, non mi aveva regalato nulla, ma aveva sapientemente abbozzato una di quelle promesse a sorpresa che ai bambini piacciono sempre. “Il mio regalo arriverà martedì”.
Non capii affatto perché martedì ma mi misi in attesa pieno di fiducia. Avrei capito dopo le ragioni di quel rinvio. Diego De Leo, mio zio, non era uno zio qualsiasi: era un arbitro di calcio. Un arbitro di serie A. E anche tra gli arbitri di serie A non proprio dei più ordinari perché era arrivato in quel ruolo prestigioso dopo qualche avventura parimenti non ordinaria negli stadi più rinomati del sud America, dall’Argentina alla Colombia. Ma su questo avrò modo di soffermarmi.
Torniamo a quel martedì magico, che poi fu un mercoledì, perché per tutto il martedì mio zio non lo vidi affatto. “È fuori città” continuò a ripetermi mia madre, “arriverà stasera tardi quando tu dormirai da almeno due ore. Mettiti il cuore in pace.”
Mettiti il cuore in pace era per mia madre una frase idiomatica di ordinanza. Quante volte l’avrò sentita?
Mille, diecimila, centomila volte? Non avevo scelta, ero un bambino molto più paziente di come l’adulto sarebbe diventato. Stranezze evolutive. Mi misi il cuore in pace. Diego De Leo dormiva con me, in una stanza senza finestre che conteneva a malapena i due letti, un comodino in comune, un piccolo armadio accanto alla robusta tenda damascata che costituiva il separè d’entrata della piccola stanza, ma la notte di martedì non lo sentii entrare quando infine arrivò.
Come aveva previsto mia madre, dormivo profondamente. La mattina dopo, quando mi svegliai per andare a scuola, il suo letto era sfatto ma lui non c’era: era già uscito. La promessa stava svanendo inesorabilmente. Per quanto fossi un bimbo paziente, andai a scuola di pessimo umore. Ma a pranzo, quel mercoledì, si riaccese la luce. Fu mia madre ad accenderla, con una sapienza quasi pari alla sua capacità di farmi accettare la famosa rassegnazione del cuore in pace. Stavo già alzandomi da tavola quando lei mi fermò, dicendomi con un sorriso: “È arrivato il regalo dello zio!” Mi guardai attorno: non vedevo alcun pacchetto. Mia madre capì e disse:“Non ci sono pacchetti da scartare, Pinuccio. C’è una partita da vedere.”
“Una partita? Che partita?”
“Bologna-Juventus.”
“Bologna-Juventus? E come ci arrivo a Bologna?”
“Ci arrivi, ci arrivi. L’AIA ha assegnato allo zio questa partita domenica prossima e tu ci andrai. Non è un bel regalo per uno juventino come te?”
Uno juventino come me che viveva a Mestre, e non a Torino o Milano, alla bella età di nove anni una partita della Juventus non l’aveva ovviamente mai vista. Al cinema, sì. Vedevo i gol di Boniperti, Karl Hansen, John Hansen e Praest (e Muccinelli) alla Settimana Incom, la televisione non c’era e siccome al cinema ci andavo da quando avevo 4 anni (al piano terra della casa che abitavamo, si chiamava Marconi, era il mio dopo asilo e il mio dopo scuola gratuiti, da cui emergevo spesso intorno alle otto di sera) i gol della Juventus me li rivedevo anche un paio di volte se la Settimana Incom li conteneva. Sì, era un bel regalo. Capii dopo che l’arbitro di una partita di serie A aveva a disposizione un numero indefinito di biglietti omaggio per amici e parenti e poiché nei mitici anni ’50 un bambino di nove anni non poteva andare in tribuna da solo, il provvidenziale arbitro-zio pensò anche all’accompagnatore, un altro zio (acquisito) di nome Mario che non abitava con noi, al quale peraltro ero molto affezionato.
Quei giovedì, venerdì e sabato li vissi in trance. Penso che a scuola non andai affatto bene ma non ricordo alcun episodio particolare. Ricordo solo che per tre giorni la mia unica proiezione era la città di Bologna (mai visitata prima), lo stadio comunale (allora non si chiamava Dall’Ara perché il presidente, Dall’Ara appunto, era vivo e vegeto), la Juventus, John Hansen, Karl Hansen, Praest (tre danesi straordinari) e Boniperti, i miei idoli. Mio zio, Diego De Leo, partì in treno la domenica mattina presto, io e Mario partimmo più comodamente a metà mattinata. La partita cominciava alle 16, orario primaverile. Mia madre mi salutò con un bel sorriso. Ricordo una sua frase, anche questa frequente nel suo lessico come i sogni in pace: “Speriamo che gli portiate fortuna”. Non fu esattamente così. Infatti mia madre, quel lunedì successivo, me lo rimproverò subito. E mi sentii in colpa a lungo.
La storia è oggettiva. Perché attraversa un mezzo secolo abbondante.
Perché è ricca di viaggi, di persone, di partite, di libri, di gol, di fotografie mirabili, di vita concreta. Ma è anche stupendamente soggettiva perché è vista attraverso i miei occhi. In prima persona. In primo sentimento. Una specie di traduzione mobile che seguirà la vita oggettiva con mezzi soggettivi, che tuttavia (è più di una promessa) non cercheranno mai di utilizzarla a propri fini. Il soggetto lavorerà per l’oggetto. La verità, anzitutto. Forse non esiste, ma va cercata. Questo è obbligatorio.
E allora devo rispondere a una domanda che preme alquanto. Perché questa storia comincia con quella partita di Bologna? Ho la risposta: vista con gli occhi di un bambino di nove anni (sembra incredibile, ma anch’io ho avuto nove anni) quella partita fu come il big bang del mio mondo-calcio. Il mio calcio è nato lì, allo stadio comunale di Bologna, il 27 aprile 1952, dove fui ospite ‘d’onore’ nella mia prima tribuna, ad assistere per la prima volta alle evoluzioni della squadra con la maglia a strisce bianche e nere che avevo assunto misteriosamente come la “mia” squadra, per una partita diretta da una persona, mio zio, fratello di mia madre, con il quale condividevo la vita e anche la stanza da letto e che sarebbe diventato forse il più grande arbitro del Novecento. Tante cose in una partita sola. Tante cose in un pomeriggio uggioso di primavera post pasquale in cui in novanta minuti vidi di tutto e che qui, a distanza di una sessantina d’anni abbondanti, posso togliermi il piacere di raccontare.
Come ho detto, allora conoscevo, della Juventus, i due fratelli Hansen (John e Karl), il biondo Boniperti, il piccolo e scattante Muccinelli. Stop. Forse il portiere: Viola. Li conoscevo per merito, ripeto, della Settimana Incom, che ovviamente metteva in bobina soprattutto chi faceva i gol.
Sapevo naturalmente che la Juve era in testa alla classifica anche se non aveva ancora vinto il campionato perché Inter e Milan le erano appresso. Non sapevo che il Bologna rischiava la retrocessione. Per rispetto alla storia riassumo allora, del big bang del mio calcio alto, i tratti essenziali: ciò che allora, a nove anni, non potevo sapere, ma più tardi, attorno al nucleo luminoso e vivido di un avvenimento indimenticabile, potei ricostruire.
Bologna-Juventus, a sette giornate dalla fine del campionato 1951-52, era una partita di cartello. Salvezza contro scudetto [Per la storia: lo scudetto 1951-52 poi lo vinse la Juventus di Sarosi, con 60 punti, su Milan (53 punti) e Inter (49). Il Bologna arrivò 16 o e si salvò per un punto in più della Triestina che dovette superare in un doppio spareggio prima la Lucchese e poi il Brescia (secondo classificato della serrie B) in campo neutro (a Valdagno), salvandosi a sua volta. Con la Lucchese le altre due retrocesse furono Padova e Legnano.]. Con cinque danesi in campo, tre alla Juve (John Hansen, Karl Hansen, Praest) due al Bologna (Pilmark e Jensen): esiti clamorosi e un po’ infantili della nostra italica debolezza psicologica, dopo un clamoroso 3 a 5 subito dall’Italia, ancora guidata da un ormai stanco Vittorio Pozzo, alle Olimpiadi di Londra contro una forte Danimarca.
Per la cronaca in quella partita londinese John Hansen [John Hansen vinse quell’anno la classifica marcatori con 30 reti.] ci fece 4 gol e allora Agnelli pensò bene di portarlo alla Juventus (e non sbagliò). La tensione in campo era alta, le tribune stracolme. L’immagine sintetica dell’incontro che io ho conservato ha la velocità del fulmine. Tutto il ricordo è condensato verso un punto di massima tensione. Il boato del pubblico riecheggia costante alle mie orecchie. Se ci ripenso, lo risento.
Il pubblico delle partite di calcio di quegli anni in Italia – questo posso dirlo a posteriori anche nel solco del ricordo diretto – era profondamente diverso da quello di oggi. Non esisteva il tifo organizzato, esisteva il tifo.
Vorrei dire che lo stadio era composto da migliaia e migliaia di tifosi singoli.
Basta guardare alcune foto. Andavano allo stadio in giacca e cravatta. Se era inverno, con il cappotto. Il tifoso singolo, tuttavia, era più emotivo di quello organizzato se riteneva di aver subito un torto. E chi poteva essere l’autore del torto se non l’arbitro?
Migliaia di tifosi singoli incazzati creavano una tensione infinita. In giacca e cravatta. Con il cappello in testa. Rispetto ad oggi, anche nella protesta – quasi sempre insistita, inesausta – c’era più spontaneità. In un certo senso era più rischiosa, più imprevedibile. Gli anni ’50 erano l’epoca delle invasioni di campo o, se andava bene, degli assembramenti davanti alla tribuna alla fine delle partite per esprimere disappunto, minaccia, rancore. Il pubblico, per controbilanciare psicologicamente la delusione sofferta (un gol annullato, un rigore negato, un errore arbitrale clamoroso) riparava nella protesta. Per lo più solo urlata. E senza scritte. Spulciate pure le raccolte di foto del calcio di quei due o tre decenni dopo la guerra: non troverete cartelli scritti più o meno offensivi, più o meno deliranti. Niente bandiere. Pubblico fitto e ondeggiante.
Il messaggio dominante, assoluto, unico, era vocale. Il boato del pubblico. Niente canzonette. Niente refrain (come oggi) più o meno copiati. Anche noio- si. Il boato di disapprovazione. Un suono unico, compatto. A volte terribile. Era quel boato compatto a definire quello che sarebbe stato chiamato il Fattore Campo. In mancanza di altri strumenti o icone di comunicazione – bandiere, cartelli, tamburi, maglie, trombe – che sarebbero stati inventati dopo, con l’arrivo del calcio marketing, in campo c’era solo la gente e la sua voce. Terribile, se arrabbiata.
La voce del pubblico di Bologna quel 27 aprile 1952, alle 5 e 45 del pomeriggio raggiunse il diapason. La Juventus era troppo forte per quel Bologna ma il Bologna aveva bisogno almeno di pareggiare per mantenere aperta la speranza di salvezza. A vedere freddamente il cartellino della partita si sbigottisce. I bianconeri segnarono subito due gol nei primi dieci minuti, con John Hansen all’8’ e il fratello Karl Hansen al 10’. Gritti, tre minuti dopo, accorciò le distanze. Ma Vivolo, il centravanti arretrato inventato dall’ungherese Sàrosi (connazionale del grande Hideghuti) allungò ancora dopo 5 minuti. La partita sembrava chiusa lì, con il gol spezza gambe di Vivolo: 3 a 1 per la Juve dopo neanche 20 minuti. Ma il Bologna, sospinto dal pubblico, non si diede per vinto. Nel secondo tempo continuò ad attaccare. La Juve sembrava sazia o non voleva infierire. Nei frequenti contropiede sbagliava gol che sembravano fatti ma rischiava di subire gol a sua volta ogni volta che il Bologna arrivava nella sua area. L’imprevedibile (bellezza del calcio) arrivò al 40’, a cinque minuti dalla fine. Gritti, in mischia, accorciò ancora le distanze: 2-3. Il boato del pubblico aumentò.
Come aveva arbitrato, fino a quel momento, Diego De Leo, davvero non lo so. Non potevo saperlo allora, in diretta, non lo so adesso. So solo che dopo il secondo gol di Gritti, sotto la pioggia che nel frattempo, per rendere il quadro più ‘allegro’, aveva cominciato a cadere fitta, lo stadio comunale di Bologna sembrava un girone dantesco. Boati, fischi, urla. Io mi strinsi al fianco di mio zio Mario, che mi mise un braccio protettivo attorno alle spalle e mi disse: “Fra poco finisce, stai tranquillo.” Non era vero. Quella partita non finì mai nel mio subconscio. Cinque minuti infernali (e allora non era nemmeno obbligatorio recuperare il tempo) che sembrarono un secolo. Il Bologna, sospinto dal pubblico, continuò ad attaccare. La palla l’avevano sempre loro. Il fattaccio arrivò a uno o due minuti dalla fine: la difesa della Juve respinge male, la palla arriva a Garcia (un centrocampista uruguaiano dei rossoblu) che tira un bolide. Gol. Viola neanche lo vede. Ma l’arbitro, Diego De Leo, mio zio, senza esitare nemmeno un secondo, alza il braccio e annulla.
Al momento nessuno sa perché. Poi l’ho saputo: fuorigioco di posizione (che all’epoca, nel regolamento, esisteva a prescindere) del goleador Gritti.
Provate a dirglielo a 30 mila bolognesi in giacca e cravatta, impermeabile e cappello, ma inferociti. A un minuto dalla fine. Mio zio Mario mi disse: “Andiamo giù, negli spogliatoi, svelto.” Non arrivammo da nessuna parte, avevano chiuso tutte le porte e la gente, sempre più irritata, gridava sempre di più da qualunque posto fosse, in tribuna, sulle scale, davanti al bar, fuori dallo stadio. Dopo una mezz’ora di concerto mio zio Mario mi disse. “Adesso andiamo sennò perdiamo il treno”. “E lo zio?” “Se la caverà, non preoccuparti. Alla peggio, uscirà con la camionetta della polizia. Guarda, ce ne sono cinque.” In treno, mio zio Mario, grand’uomo ricco di umanità, vedendomi preoccupato mi disse: “Tuo zio Diego è stato fortunato, stai tranquillo. Il fattaccio è capitato a un minuto dalla fine e non c’era più tempo per l’ invasione di campo. Se accadeva un quarto d’ora prima rischiava di capitare a Diego quel che è capitato al povero Tassini un paio di mesi fa.”
Non sapevo cos’era capitato all’arbitro Tassini perché la televisione non c’era e io non ero a nove anni un divoratore di giornali sportivi ma mi tranquillizzai e mi misi a dormire. Il fattaccio di cui mi parlò mio zio Mario era accaduto il 3 febbraio 1952, ultima partita del girone d’andata, Legnano-Bologna. Ancora il Bologna, dunque, ma stavolta gli emiliani erano stati favoriti dalla concessione di un calcio di rigore dubbio a dieci minuti dalla fine. Gol del Bologna, parapiglia e invasione. La partita è sospesa. Alla stazione centrale di Milano l’arbitro Tassini è aggredito da sette tifosi del Legnano e perderà otto denti.
Sconfitta del Legnano a tavolino e lunga squalifica del campo.
La mia immersione nel grande calcio iniziò dunque con la potenziale invasione di campo di una lunga interminabile partita dalla quale, secondo la versione sempre fornitami da mio zio, iniziò la sua vera carriera di arbitro mondiale. Internazionale? No, mondiale: perché attraversò, come vedremo, il mondo intero, con un fischietto in bocca.
Quella notte andai nella stanzetta di via Palazzo a letto da solo. Ma la stanchezza era tale che mi addormentai subito. Diego De Leo arrivò alle sei del mattino con la mazzetta dei giornali sportivi in mano e mi svegliò. “Ciao, nipote,” mi disse. “Sono qui”.
Gli dissi che ero contento, mi sedetti sul letto e gli chiesi cos’era successo.
“Hai visto anche tu cos’è successo.”
“Hai annullato il gol al Bologna,” feci.
“Sì, era fuorigioco.”
“E poi? Ti hanno accompagnato alla stazione quelli della polizia?”
“Sì, come lo sai?”
“Lo so…”
“Alla stazione sai chi ti trovo?”
“Chi?”
“Il commissario di campo. Un sardo. Di Sassari.”
“Chi è il commissario di campo?”
“Quello che giudica l’operato dell’arbitro.”
“Ah.”
“Mi ha detto che il fuorigioco di posizione l’ho visto solo io e che comunque anche se c’era avrei dovuto fingere di non vederlo perché il clima era pericoloso.”
“E tu cosa gli hai risposto?”
“L’ho mandato a fanculo.”
“E adesso che succede?”
“Mi daranno due settimane di riposo.”
Gli indicai i giornali che aveva nel frattempo, mentre si spogliava, posato sul comodino: “E i giornali? Cosa dicono?”
“I giornali sono tifosi, nipote. Solo quello di Torino mi dà ragione. Ma adesso dormi. ”

(continua)