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Dal Molin story. Il sonno della ragione in salsa vicentina.

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DAL MOLIN STORY. IL SONNO DELLA RAGIONE IN SALSA VICENTINA.

Il clima molto soft è cominciato nel 2003. Ma prima, con la Ederle, c’era Longare, il Site Pluto (da Pluton, dio degli inferi o da Pluto, cane di Disney?) e nessuno se n’era accorto. O non voleva accorgersene. Poi arriva il 2003, con l’Aeroporto in perenne crisi che non sa come volare (civilmente) e gli americani che timidamente (già lieti di Ederle e di Pluto) si fanno avanti per vedere se si possono spostare truppe dalla Germania, tirar su palazzine e hangar, fare un altro
villaggio. Il Giornale di Vicenza registra. Ma a Vicenza nessuno si preoccupa. E siamo solo nel 2003

PINO DATO

ABBIAMO VISTO, NEL numero 1/2013 di ‘Quaderni Vicentini’, che Camp Ederle, la storica base Usa vicentina, nacque sulle orme di un trattato secretato, perché militare, fra Stati sovrani, Usa e Italia: il Dia del 1954. Trattato confermato il 2 febbraio 1995 da un memorandum che doveva giustificare la partenza di aerei americani (e italiani, ahimé) per andare a bombardare il suolo della Serbia. Il trattato madre firmato dal democristiano Scelba. Il trattato figlia dal post-comunista D’Alema. Anzi, no. Non cancello l’errore involontario perché è significativo ai fini della comprensione. La base, come ho scritto, non nasce da un trattato. Nasce senza trattato. Arrivano i soldati da Vienna proprio come ce li descrive magistralmente Parise e nessuno ha visto carte. Il sindaco vicentino di allora, il democristiano Giuseppe Zampieri ricevette solo una telefonata da Mario Scelba, presidente del Consiglio. Rimanendo tutto il tempo sull’attenti. La caserma c’era. Bastava dare le chiavi. Documenti: nisba, segreto militare. Poi Zampieri fu senatore per due legislature quando arrivò la scadenza del mandato di sindaco. Logico pensare che si trattasse di un premio dovuto. Ma queste sono le malelingue della storia.
Allora: il trattato Dia 1954. Il trattato c’era ma di Vicenza non parlava e tantomeno di Ederle. Se poi tutti abbiamo fatto riferimento a quel trattato era perché, obtorto (e giuridico) collo, la madre di tutte le giustificazioni era costituita da un trattato militare fra Stati e dunque correttamente secretato. Vicenza non c’era nel trattato, ma estensivamente, concettualmente, l’hanno fatta esistere ex post.
Mai concetto è stato più produttivo di cose tanto concrete, invasive, materiali, del livello di una Ederle e di un Dal Molin.

Longare e gli ordigni nucleari che arrivano di notte. E i giornali? Nulla sanno

Dentro quel trattato e dentro il memorandum di D’Alema ci sta la radice della base Dal Molin. Ma andiamo per ordine.
Gli Usa avevano già buttato l’occhio su Vicenza ma nessuno degli americani aveva parlato. Ci avevano buttato, mantenendo sempre e solo una sonnolenta Ederle, qualcosa di più di un occhio, come abbiamo visto. La guerra fredda con l’Urss imponeva una strategia nucleare. Che cosa meglio delle pendici dei colli Berici a Longare?
Gli ordigni nucleari a Vicenza non hanno disturbato nessuno. La stampa, negli anni in cui arrivavano (di notte, sempre) gli aerei che trasportavano le ogive nucleari, nulla sapeva e nulla scriveva. Non sono sicuro che nulla sapesse, ma propendo per il sì.
Salvo quando arrivarono le prime denunce in sussurri e grida, ma a farle erano solo i comunisti: squalificati a priori, dunque zittiti perché comunisti. È vero, la storia dice che il Pci negli anni ’80 era importante e organizzato. Verissimo. Arrivo a dire: anche a Vicenza. Ma sul piano delle denunce che pesano e su quello della governabilità vigeva un principio direttamente proporzionale alla forza (riconosciuta) del Pci: la conventio ad excludendum. Non c’erano, negli anni in cui le ogive nucleari arrivavano a Longare quasi in allegria, né verdi, né viola, né animalisti, né ecologisti ad urlare. C’erano solo i comunisti (e non urlavano). Più tardi, qualche verde innocuo. Dunque, nessuno scriveva e nessuno urlava. E i sindaci: tacevano beati.

210 mila metri quadrati invisibili

Una cosa del genere, vista con gli occhiali dello storico e a distanza di anni, ha dell’incredibile. Anche perché bisogna ricordare una piccola circostanza: le ogivette non erano infilate di nascosto in qualche forellino impervio degli adorati Berici di Piovene e Fogazzaro. Erano sistemate, senza tante prudenze, su un’area estesa la bellezza di 210 mila metri quadrati. Attorno c’era un filo spinato che neanche Sean Connery nei suoi tempi migliori di 007 sarebbe riuscito a perforare, eppure i vicentini, beati, continuavano ad andare a mangiare la braciola e la soppressa da Penacio e alla Moreieta, dividendosi in due categorie: quelli che non sapevano, e quelli che qualcosa sapevano ma facevano finta di non sapere.
Questa vocazione alla prudenza qualcuno la chiama moderatismo. Io la chiamo menefreghismo. La macchia di una collettività: la quale, se vuole vivere, svilupparsi, propagarsi, essere fiera e lasciare un segno di sé non può, su una cosa di questa entità, far finta di non vedere.
Il sonno della ragione (che genera mostri, come sappiamo) in salsa vicentina.

Il ruolo finale dell’aeroporto che i vicentini non sanno usare

La prima guerra del golfo (Bush padre presidente) e le guerre jugoslave hanno nel frattempo – per riportarci all’assunto iniziale che spiega magistralmente il collegamento fervido fra Ederle e Dal Molin – rafforzato, di fronte all’opinione militare americana (Pentagono, alte gerarchie), la convinzione che Vicenza fosse un posto ideale per sviluppare la migliore logistica possibile come base di tutte le guerre in potenza verso Balcani, Medio Oriente e Africa in primo luogo.
Se nel 1980 una prima parte della 173 a brigata aerotrasportata (che vuole dire: truppe di terra, addestrate per guerre lampo in paesi lontani, colà trasportate e paracadutate da aerei tipo i famosi C130, comprati anche dall’Italia) è arrivata a Vicenza dalla Germania, negli anni successivi si è capito, al Pentagono, che anche l’altra parte della brigata doveva ricongiungersi sotto i Berici. Questa curiosità diventa una scelta e poi una decisione. Complice il governo italiano, inerme e incapace di capire cosa questo avrebbe potuto determinare per la città di Vicenza.
E complice finale (una specie di ciliegina sul gelato), altresì, la crisi sistemica e irrisolvibile in cui versava il piccolo ma funzionante aeroporto Dal Molin, che gli americani hanno assaggiato e in parte abitato ai tempi della guerra alla Serbia. Un aeroporto da sempre a disposizione dell’Aeronautica Militare italiana, che vi aveva stabilito un Distaccamento che, ai
tempi del decollo dei caccia americani per andare a bombardare Belgrado, in qualche modo conviveva con il comando Ataf.
Apro una piccola parentesi. Il Dal Molin struttura aeroportuale, con la palazzina cui si accede da via Framarin, non era una gran cosa. Era limitato. Piccolo. Come facessero a convivere un Distaccamento dell’aeronautica militare italiana – che aveva il vantaggio di conoscere l’aeroporto in ogni suo anfratto – e un comando aeronautico Usa installato per mandare caccia dotati di bombe a grappolo e quant’altro da gettare sui “cattivi” serbi, è una cosa curiosa, drammatica e misteriosa insieme.
Al Dal Molin hanno alloggiato a lungo il 10° Elicotteristi e il 27° Genio campale ma gli americani, vista l’efficienza logistica e la vicinanza provvidenziale con la Ederle, vogliono la base tutta per loro. E investono in strutture pagate tutte con i bilanci del Pentagono: hangar, palazzine, vari impianti strutturali per decolli e atterraggi. Al vecchio Dal Molin (v. Quaderni Vicentini 1/2013) prende posto, autorevolmente la V Ataf (Allied Tactical Air Force).
A parte la modesta importanza militare italiana, a favorire i disegni americani era anche la circostanza che la città aveva sempre tentato in qualche modo di dare una spinta civile alle attività di volo dell’aeroporto, ma senza mai riuscirci. Come spesso succede nelle iniziative fra pubblico e privato che trovano qualche spazio sotto le volte della Basilica palladiana, l’aeroporto per voli civili non decollava.
La storia civile dell’aeroporto, gestito da società oggi definitivamente liquidate o fallite, è sintomatica e merita una scheda-memorandum a parte. Quel che è certo è che la crisi perenne del Dal Molin e l’inconsistenza della base sul piano aeronautico militare italiano hanno indubbiamente fatto da piccola base di lancio al progetto poi diventato Del Din a stelle e strisce, progetto eseguito, che ha determinato e determinerà nel futuro, inevitabilmente, la storia della città.

Lo scoop che avrebbe anticipato la storia

Rifare una storia dolorosa (in questo caso ancora con la bocca da latte della cronaca) è a sua volta abbastanza doloroso, per quanto si cerchi di mantenere linguaggio e spirito da asettici osservatori. Essere asettici è però fondamentale per capire, altrimenti il virus della visione di parte ti dà una febbre endemica dalla quale non ti risollevi più. Nondimeno, non è facile mettere per un momento in frigorifero le proprie (legittime) passioni e le proprie idee. Ma la storia ha un’autorità innata che nessuno ha il potere di disattendere.
Ebbene, il primo ad avvertire i vicentini che sul Dal Molin stava succedendo qualcosa di grosso è stato “Il Giornale di Vicenza”, con un articolo di Piero Erle del 7 giugno 2003. La cosa può sembrare poco interessante, e perfino troppo ovvia, se si pensa che il GdV è il giornale della città. È più interessante quando si dice che non sempre il GdV ha dimostrato puntualità così efficace per argomenti di una simile delicatezza.
C’è però un freno naturale all’oggettivo compiacimento. Anzi, due freni. Il primo: nessuno, neanche Piero Erle, poteva prevedere che lo scoop (indubbio) di quel 7 giugno avrebbe portato alla deflagrazione di sistema, con tutto quel che ne è conseguito per la vita della città, che ha avuto. Il secondo: la molla decisiva dello scoop non era solo la richiesta americana in quanto militare, era anche il poco “provvidenziale” intervento di terzi (pour cause americani) che avrebbero posto la parola fine al mai decollato aeroporto della città di Vicenza.
La cosa migliore che Erle (involontariamente, ma parliamo in ogni caso di un ottimo giornalista) ha scritto, è stato l’incipit.
Un incipit che ha fatto (senza se e senza ma) storia: “C’è un futuro a stelle e strisce, e senza più decolli, per l’area dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza”. Ci sono voluti dieci anni, mille manifestazioni, mille vicende nobili e poco nobili, mille dichiarazioni stampa, mille commissari volanti, ma ci siamo arrivati. Il futuro a stelle e strisce è qui. Dal Molin si chiama Del Din. E niente più voli. Bravo Erle. Giornalismo a parte, una menzione per l’Oscar dell’Astrologo gli spetta.

Il grande ricatto americano: o la buonuscita (miliardi?) o tutta l’area del Dal Molin

Erle rivela con chiarezza alcuni retroscena della richiesta americana.
Il primo è costituito dall’addio alla struttura deciso dalla V Ataf dopo l’11 settembre 2001 (la ferita è ancora recente, siamo nel 2003) che ha lasciato dopo tanto tempo l’aeroporto all’esclusivo controllo dell’Aeronautica militare italiana. Il secondo è un evidente pretesto, che probabilmente è stato concordato con le cosiddette Autorità italiane (è una malignità, ma ragionevole).
Il pretesto è in una richiesta di risarcimento, portata dall’ambasciatore americano al ministro della difesa italiano, per tutte le opere di investimento eseguite al Dal Molin e lasciate in proprietà e possesso all’Italia. Una specie di buonuscita richiesta dagli Usa per tutto quello che l’Ataf ha fatto negli anni di coabitazione con l’aeronautica italiana.
Erle, nel suo articolo, parla di miliardi. A latere di questa richiesta (o, se preferite, dall’altra parte della fune) c’è un vero e proprio ricatto: rinunciamo alla legittima buonuscita, noi americani, ad una condizione, dateci la possibilità di utilizzare come vogliamo noi il Dal Molin per un certo numero di anni. Naturalmente l’Aeronautica Militare italiana dovrebbe andarsene e dello sviluppo dell’aeroporto civile vicentino non se ne dovrà parlare più.
In realtà il sacrificio di mollare l’aeroporto per l’Aeronautica militare italiana è uguale a zero perché aveva già deciso di farlo e c’era anche la data: il 2006. La richiesta a stelle e strisce riguarda la struttura nel suo complesso, senza la pista, vale a dire l’area. Per residenze, palazzine, quartier generale Usa.
La notizia è corretta ed è una vera e propria anticipazione della storia (che verrà). Attraverso un falso ricatto gli americani chiedono qualcosa che a distanza di dieci anni, con qualche fastidio in più, otterranno: l’intera area Dal Molin e la distruzione della pista. Infatti il Giornale di quel 7 giugno non aveva dubbi, perché nel sottotitolo annunciava: “Obiettivo Usa: concentrare le strutture, la pista non interessa”.

Il peso politico di Vicenza

L’unico errore, anche questo involontario, Erle lo fa alla fine dell’articolo quando scrive: “Tutto da vedere, naturalmente. Perché comunque l’area è italiana, perché gli enti pubblici Comune, Camera di Commercio, Provincia e Regione possono comunque dire la loro in merito, e su questo ancora una volta si misurerà il peso politico di Vicenza.”.
Non nominava a caso tutti quegli enti il bravo Erle. Li nominava perché in un modo o nell’altro tutti erano interessati con partecipazioni a diverso titolo nel tormentato processo di costituzione di una struttura societaria aeroportuale civile. Ma nessuno di quegli enti è stato un interlocutore vero degli americani nella vicenda suiccessiva. Hanno subìto (soprattutto il comune) il catenaccio degli accordi secretati fra stati, il famoso trattato Dia e il memorandum di D’Alema. E quanto al territorio italiano, abbiamo visto: demanio militare, secretato anche lui. E il peso politico di Vicenza? L’ultimo peso l’aveva svolto politicamente Mariano Rumor (vedi Quaderni Vicentini 1/2013) quando protestò con Nixon nell’unico momento in cui pareva che gli americani volessero andarsene. Ma per farli restare.

(continua)