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Dal Molin story, figlia di Ederle. Ponzio Pilato? Abita qui

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DAL MOLIN STORY, FIGLIA DI EDERLE. PONZIO PILATO? ABITA QUI

Tutto si forma in un clima molto soft. Erano tutti molto soft. Le notizie ufficiali. Perfino i documenti (che non c’erano). La politica internazionale. Le smentite, le conferme: tutte soft. Come ai tempi della Ederle, “quando gli Americani arrivarono quasi senza farsi sentire” (Goffredo Parise). Il sindaco di Vicenza era ultra-soft, trasparente. Così l’assessore Cicero. Il ministro della difesa, un democratico doc come Parisi. Perché l’obiettivo era troppo importante per fallire. E poteva essere raggiunto solo così. Soft all’inizio. Durissimo alla fine. La più grande base militare fissa d’Europa del terzo millennio poteva nascere. Il proprietario: gli Stati Uniti d’America. Il suolo? Almeno formalmente: italiano. Stato versus Stato. E Vicenza (giuridicamente, culturalmente, socialmente parlando)? Un ex punto geografico. Ma partiamo dall’inizio. Nel segno di Ponzio Pilato

PINO DATO

VIA S. ANTONINO È UNA STRADA molto cara ai vicentini. L’hanno percorsa da sempre per arrivare, più in bici che in auto, al magico Livelon Beach, la spiaggia fluviale popolare più famosa in città: un punto in cui il Bacchiglione tracciava un’ansa larga, prima tenue e poi secca, costeggiata da canne di bambù, che finiva in una mini-cascata dove i più audaci si gettavano ebbri di felicità.
Ci andava anche Goffredo Parise a Livelon Beach ma ora quell’aura magica è cessata. Ci va ancora qualcuno a prendere il sole ma non è più la spiaggia di Vicenza. Via S. Antonino è piuttosto stretta, di suo. A parte il Livelon, la strada collega Vicenza a Caldogno e all’Alto Vicentino. È una classica arteria della provincia berica, immaginata per collegare l’immediato circondario al centro città, utile comunque per andare verso nord (Thiene o Asiago) come alternativa alla statale intasata da mezzi pesanti.
Questa città di centomila anime, praticamente arroccata attorno a un centro storico gioiello, concepito in un tempo in cui l’architetto massimo si chiamava Palladio, quando iniziò la questione -Dal Molin che cercheremo di dipanare e raccontare, si trovava inserita in un reticolo di strade provinciali e vicinali vecchie, mediamente, un buon secolo.
L’area tra i fiumi Retrone e Bacchiglione, i loro canali naturali e innaturali creati per una campagna sempre più divorata da casette, garage e aziendine monoproprietarie, la campagna a nord di Vicenza – che via S. Antonino taglia come una lama – è il luogo un bel giorno deputato da qualche incosciente senza nome a inserire il più grande accampamento tecnologico e residenziale a scopo militare d’Europa.
A quel punto il concerto di strade e campi è diventato incomprensibile. Evidentemente non programmato. Non concepito per esistere, ma solo per servire. Servire cosa? L’accampamento militare a stelle e strisce. Con la coda drammatica di una grande domanda irrisolta: il rapporto con la città gioiello. Non basta. Il rapporto con il centro storico da preservare e proteggere. Il rapporto con l’etica, con la filosofia del buon vivere, per gli abitanti di una città che si scoprivano, di punto in bianco, mentalmente militarizzati.

Camp Ederle, il preambolo

L’affaire Dal Molin, infatti, ha un preambolo dal quale non si può prescindere: Camp Ederle. La Ederle è la prima base vicentina a stelle e strisce. E lo è dal 1955. Dal Molin è la seconda. Nella parte opposta della città. I vicentini sono circondati. E non sanno perché. Due accampamenti militari stringono oggi la città a tenaglia e sono lì a ipotecarne inevitabilmente almeno parte del suo futuro. Ma come, se questo rapporto non è mai stato né contemplato né studiato? Un bel caos. Ma andiamo con ordine.
Parlare del Dal Molin, oggi battezzato Del Din, senza parlare di camp Ederle è un nonsense. Infatti, per attenuare l’impatto logico e psicologico che la nuova idea meravigliosa militare avrebbe inevitabilmente prodotto sulla popolazione vicentina, le cosiddette Autorities (d’ora in avanti, se il soggetto manca, le chiameremo anonimamente così) spiegano il Dal Molin come un’accrescimento “naturale” (le virgolette sono nostre) della Ederle. Come sappiamo, è un falso, e non solo per i circa dieci chilimetri che le separano attraverso i principali quartieri residenziali est-nordest della città.
La verità è che se non ci fosse stata la Ederle il Dal Molin avrebbe avuto avvio e sviluppo molto più semplici e lineari, probabilmente limitati agli aspetti urbanistici, di viabilità e di organizzazione dell’esistente aeroporto civile-militare (altro nodo problematico di cui parleremo). Non sarebbe stato un gioco da ragazzi, ma alcuni aspetti sarebbero stati più tranquillamente sottaciuti. Ecco il verbo magico: sottacere. Usato da sempre, e sempre tranquillamente, a Vicenza. Fin da quel lontano 1955 in cui nacquero gli Americani a Vicenza. Cioè Camp Ederle.

Vicenza e il trattato dell’Atlantico del Nord

I modi della nascita di Camp Ederle ricordano, in buona parte, i modi della nascita del Dal Molin. Perché le contraddizioni su cui poggiano, gli uni e gli altri, sono le stesse. Prima contraddizione (mai superata): i trattati per l’allestimento di basi militari in Italia sono sottoscritti nel nome e sotto l’egida della Nato (e, per via di questa egida, approvati da leggi in Parlamento), mentre la struttura militare presente a Camp Ederle ha una sola bandiera, quella americana. E così sarà per il Dal Molin. Come si spiega?
Una spiegazione ufficiale non c’è, ma la contraddizione interferisce pesantemente con questa storia perché se Ederle e Dal Molin fossero nati sotto l’egida Nato (organizzazione nata il 4 aprile 1949 dopo estenuanti discussioni durate un anno, a Washington, con il nome di Trattato dell’Atlantico del Nord) la loro giurisdizione sarebbe disciplinata da trattati Nato (alleanza alla quale l’Italia appartiene con diritti e doveri). E almeno si saprebbe dove sta l’inghippo.
Seconda contraddizione: giuridicamente Vicenza è nata male anche ai tempi della Ederle. A priori non doveva esistere. Non è citata nei documenti che, anche allora, latitavano o erano segreti. E allora come ha fatto a esistere all’improvviso? Per un trattato specifico? Per un protocollo d’intenti? Per una conferenza stampa? Niente di tutto questo. Come base logistica. Ma la questione merita un approfondimento.

La Setaf e l’accordo bilaterale sulle infrastrutture

Tutto nasce con la Setaf, che non è struttura Nato, ma Usa. Sta per South Eastern Task Force (letteralmente Gruppo d’Assalto per il sud-est europeo). Nasce nel 1951, e la sua prima sede è a Livorno, a camp Darby (W. Darby era un generale americano, morto in battaglia sul Lago di Garda nel 1945).
Seconda data magica: il 1955. È la data del trattato internazionale che determina la neutralità dell’Austria. Perché è importante questa data? Per due ragioni: la prima, tattica, perché sposta più a ovest, e cioè in Italia, e meglio ancora nel Veneto, il confine più orientale a disposizione degli americani e della Nato per tenere sotto controllo mosse ed espansionismo dei sovietici (la guerra fredda è in pieno svolgimento), la seconda, logistica, perché le truppe americane allocate in Austria devono da un giorno all’altro ritirarsi e scendere, staremmo per dire inopinatamente, in Italia.
Ma c’è un antefatto importante a questa data. Anzi, c’è una data ancora più magica: 20 ottobre 1954. Quel giorno si firma un importantissimo accordo tuttora valido e anzi determinante per inquadrare la storia successiva: nasce il BIA, acronimo che sta per Bilateral Infrastructure Agreement, accordo bilaterale sulle infrastrutture. Chi sono i firmatari di questo BIA? Stati Uniti e Italia: la Nato non c’entra. L’accordo è secretato fin dall’inizio e lo è tuttora. I Diòscuri del patto sono due personaggi chiave della storia post bellica di Italia e Stati Uniti, Mario Scelba e John Foster Dulles [Cfr. Alfonso Desiderio, Limes n. 4 / 2007, pp. 305 e segg. Viaggio nelle basi Usa in Italia – La fatal Vicenza].

Tutto può dirsi Nato, tutto può dirsi Usa

Quest’ultimo premeva da mesi con il presidente del Consiglio italiano per firmare un accordo quadro sulle basi americane in Italia, ma Scelba, uomo della destra democristiana, non voleva portare un atto così delicato in Parlamento per la ratifica. Preferiva tenerlo fuori dalle Camere perché temeva aspre polemiche e relativa bocciatura. Allora Scelba tergiversò. Finché, con la firma del memorandun che liberava Trieste (fino a quel momento territorio nominalmente neutrale, cioè fuori dalla giurisdizione italiana) gli americani giocarono la carta decisiva che obbligò Scelba a decidere. In perfetto stile democristiano il presidente del Consiglio di allora mantenne la secretazione del documento sulle basi americane in Italia sorpassando il Parlamento, ma per evitare di firmare un documento fuorilegge limitò l’accordo alle truppe americane schierate per obiettivi Nato.
Da quel che si sa la formula usata nel documento è scivolosa e di variabile interpretazione. Se Scelba in teoria non uscì dai limiti della legge (come sempre fissati con sagacia verbale tutta italiana), ne uscirono ampiamente tutti coloro – compresi Berlusconi e Prodi – che applicarono le norme del BIA in termini “estensivi”.
Tutto poteva dirsi Nato, tutto poteva chiamarsi Usa.
L’altra faccia buffa della questione è che Vicenza, nel BIA, non c’è proprio. Alla sua firma, nell’ottobre 1954, Vienna era ancora presidiata da russi, americani, francesi e inglesi [si legga sulla situazione della Vienna occupata, ancora oggi straordinario e valido, Il Terzo uomo, di Graham Greene, Mondadori] . Un documento del genere, che stabiliva in segreto regole e strutture di basi militari in un Paese amico, conteneva ovviamente allegati esplicativi. I più importanti, fra gli allegati, riguardavano le basi esistenti e quelle previste [Cfr. Alfonso Desiderio, Limes n. 3 / 2007, p. 64, Tabella sugli accordi fra Italia e Usa per le basi] , tutte divise per scopi e funzioni: per le basi aeree ad esempio c’era un memorandum per Aviano, Udine, Ciampino, S. Vito dei Normanni e altre, per i carburanti c’erano Venezia, La Maddalena, Pozzuoli, per le telecomunicazioni e lo spazio aereo Napoli e Capodichino, per il supporto generale al nord Italia c’era Verona. E Vicenza? Gli americani non la conoscevano: ridente cittadina del nord Italia, vicina a Verona.

Vicenza, arrivano i Red Knights

Quella che sarebbe diventata, di lì a poco, la città ospite della più grande concentrazione di truppe dell’esercito americano in Italia (e non solo) non appare neanche nei documenti successivi che sanciscono nuovi accordi bilaterali fra Usa e Italia, come collegati dell’accordo BIA del 1954. Di questi protocolli si conoscono i soggetti/oggetti (Sigonella, Comiso, S. Anna di Crotone, Lampedusa, Grosseto, Palermo eccetera) ma non se ne conosce il testo. Tuttavia, neanche in questi Vicenza c’è.
In pratica stiamo verificando un fatto che è di per sé assiomatico per l’intera vicenda delle truppe americane stanziate a Vicenza: non esiste nessun documento ufficiale, forse neanche segreto, che stabilisca che le truppe americane provenienti dall’Austria e sistemate nella caserma Ederle di viale della Pace in quel mitico 1955 sia l’effetto di un accordo, di un postulato, di un elaborato d’intenti ufficioso o ufficiale fra lo stato italiano e quello americano. I soldati sono arrivati e basta. Scrive Alfonso Desiderio su Limes 5 : “Il 25 settembre 1955 217 soldati su 47 veicoli attraversano il Brennero e alle 17 e 30 arrivano a Vicenza, alla caserma Carlo Ederle, eroe della prima guerra mondiale. L’accoglienza è buona, nonostante i 53 bombardamenti americani che dal 1943 al 1945 avevano fatto oltre mille morti, circa 1700 feriti e distrutto 800 edifici della città. Il 6 ottobre arriva il grosso delle truppe: sono i Red Knights, gli stessi che erano passati da Vicenza nell’aprile del 1945 per andare appunto in Austria, da dove ora stanno tornando. Infine il 25 ottobre viene attivata Camp Ederle e la Forza tattica dell’esercito degli Stati Uniti nel Sud Europa (Usasetaf). Si tratta di 10 mila soldati.”
Poi, aggiunge Desiderio in nota, ricordando come l’invasione fosse stata vista (Gli Americani a Vicenza) da uno dei massimi scrittori vicentini, allora residente in città, Goffredo Parise: “La data di arrivo non corrisponde a quella di Parise, che si sbaglia o si confonde con l’aprile 1945 quando passarono per Vicenza le truppe americane che risalivano la penisola”. L’inciso merita da parte nostra l’apertura di una piccola parentesi, visto che Parise appartiene alla storia patria vicentina.

Parise : “Questo racconto fu scritto nel 1956, a Vicenza mentre ero ospite di mia madre e osservavo le truppe americane della Setaf che si aggiravano nella piazza palladiana”

 In realtà Desiderio, ottimo analista, rivela – non è il solo – di non aver letto l’opera del grande Goffredo, perché è evidente, dal racconto, che Parise non si riferisce al passaggio (il 1945) bensì all’invasione e relativa permanenza (1955 e seguenti). Non solo. Se avesse letto il racconto, pubblicato da Scheiwiller nel 1966, avrebbe visto che in avvertenza lo stesso Goffredo così scriveva: “Questo racconto fu scritto nel 1956 a Vicenza, mentre ero ospite di mia madre e osservavo le truppe americane della Setaf che si aggiravano nella piazza palladiana”.
Ma Alfonso Desiderio, sul mese riferito da Parise nell’incipit del racconto pubblicato da Scheiwiller ha ragione nel definirlo uno sbaglio, anche se la verità l’abbiamo scoperta dopo, ritrovando il primo documento originale de Gli Americani a Vicenza (donato alla Biblioteca Bertoliana). E mi spiego. Nel racconto pubblicato da Scheiwiller Goffredo inizia così: “La sera del 13 aprile gli americani arrivarono quasi senza farsi sentire.” Ora, nel documento originale ritrovato, che è senza alcun dubbio un testimone originale, Parise così inizia: “La notte del 22 ottobre americani in tenuta da guerra invasero colline e campagne” (ne pubblichiamo la copia fotostatica nella pagina successiva) [per il dettaglio delle varianti tra il manoscritto ritrovato de Gli Americani a Vicenza, la versione di Scheiwiller del 1966 e la precedente versione apparsa nell'”Illustrazione Italiana” del 1958, cfr. Pino Dato, Vicentinità, 2007, Dedalus, Vicenza, pp. 103-136] .
Dunque, mi dispiace contraddire Desiderio (che non poteva saperlo all’epoca della sua ricerca su Limes) ma Parise ha messo la data giusta nel suo racconto, perfettamente coincidente con quella (25 ottobre) in cui i soldati americani hanno costituito il presidio della Ederle in massa. Perché poi, editorialmente, l’autore abbia deciso di cambiare data, oltre ad un paio di frasi dell’incipit, è fatto che pertiene alla letteratura, non alla storia. Non erano certo i 217 soldati dell’avanguardia motoristica ad avere attratto l’attenzione e incendiato la fantasia di Goffredo, ma i soldati, come scrive nell’introduzione, “che si aggiravano per la piazza palladiana”. Dunque, a Ederle già presa e costituita.

Anni Sessanta d’oro per gli americani a Vicenza

Come confermano tutte le fonti conosciute, Vicenza non era affatto prevista come base militare americana. E neanche come base Nato. Vicenza è stato uno splendido prodotto del caso, voluto da Giove o da non si sa assolutamente chi.
Ma ora, attenzione alle date. Nel 1954 c’è la firma del famoso trattato BIA, la madre di tutte le azioni e di tutte le decisioni, informali e inconfessabili, in sintesi segrete. È un trattato non solo segreto (questo, si sa, è ovvio e perfino normale fra due Stati) bensì a priori volutamente ambiguo. Estensibile. Fatto per bypassare il Parlamento, fare una carta d’ intenti, permessi e regole che si richiama alla Nato (e questo permette di saltare il Parlamento) ma che si esprime con un linguaggio elastico, che offre soluzioni cosiddette “estensive”. Tipo: questo non è Nato, ma alla Nato fa logicamente riferimento. L’illegalità mascherata sapientemente di legalità. Insomma, una truffa in lingua inglese e in (probabilmente pessima) traduzione italiana. Firmatari: Stati Uniti e Italia.
A questo trattato si ispira la Setaf nelle sue mosse. Prima sta a Livorno, poi, dopo la costituzione di Camp Ederle (nato dal nulla), nel 1957 trasferisce la sede a Verona. A Vicenza per ora arrivano solo molti soldati. Una marea.
Scrive giustamente Desiderio: “Le basi americane di allora non sono autosufficienti come oggi e i soldati Usa, per forza di cose, devono relazionarsi con il resto della popolazione. Ci sono direttive precise al riguardo e una particolare sensibilità. L’ambasciatrice Clara Boothe Luce [Clara Boothe Luce fu ambasciatrice americana in Italia dal 1953 al 1956. Personaggio molto vivace e influente all’epoca. Sostenitrice di un femminismo ante litteram, fu ottima scrittrice, ma sarà ricordata soprattutto per due aspetti: il suo feroce anticomunismo e il suo matrimonio con il ricco Harry Luce, fondatore e proprietario di due pilastri (ancor oggi) del giornalismo americano: Time e Life. La Luce fu molte cose insieme, nella sua movimentata vita. Fu il primo ambasciatore donna della storia e si fece assumere come direttrice a Vanity Fair dal magnate di Condé Nast. Si convertì anche al cattolicesimo ma questo, secondo un paio di feroci biografie postume, non le impedì di avere una vita sessuale piuttosto audace e, a leggere il grande scrittore americano Gore Vidal, sia omo che eterosessuale. Fu chiamata la Giovanna d’Arco dell’anticomunismo ma Vidal, spietato con la Luce per molte ragioni, non negò che il personaggio possedesse anche contraddizioni positive come quella di essere stato uno dei primi personaggi americani a denunciare l’antisemitismo nazista. Clara Boothe Luce avviò negli anni ’50 (prima di diventare ambasciatore in Italia) una delle più ricche e generose campagne di finanziamento della Democrazia cristiana.] raccomanda più volte alle truppe americane di non apparire come occupanti perché la missione della Setaf non è solo quella di essere pronta al combattimento ma anche di costruire un rapporto di amicizia tra gli ame-
ricani e i loro alleati italiani.”
Ricevuto e tutto vero. Gli anni Sessanta sono gli anni d’oro degli americani a Vicenza. I matrimoni misti sono sempre più frequenti (“una media di nove matrimoni al mese”) e il rapporto con la città assume una dimensione umanamente, e perfino culturalmente, accettabile.
Ma continuiamo con le date che contano. Anche perché d’ora in avanti Vicenza non è una base militare americana come un’altra. Il suo Dna, se così possiamo dire, è tutto impregnato dalle norme del trattato secretato del 1954, dunque è sito ideale per fare e disfare. Per fare senza che si sappia in giro. Vicenza appartiene al Segreto Militare per antanomasia. E infatti sarà sempre così: fino ad oggi, fino al Dal Molin.

Arrivano i missili Corporal e Honest John

A parte il Dna, al di là dei suoi notevoli vantaggi logistici, Vicenza ha una qualità che la fa preferire di gran lunga a qualunque altra soluzione militare a stelle e strisce: località dolce, mite, molto disponibile, ospitale al punto giusto, senza apparire invadente. Con tanti, tantissimi democristiani, e
pochi, rari, comunisti. Nell’Italia degli anni ’50 era una qualità non da poco agli occhi militari americani.
Ma, ripetiamo, attenzione alle date. Perché Vicenza militare Usa, con tutte queste sue qualità, diventa lo specchio di rifrazione della politica americana dell’epoca, ispirata e condizionata dalla Guerra Fredda con i sovietici. Alla costituzione di Camp Ederle andava bene creare una forza d’urto di truppe di fanteria numerose e ben addestrate. Ma i tempi cambiano e la guerra fredda si nuclearizza. E dove creare il deposito ideale di testate nucleari con le quali dotare i missili Corporal o Honest John se non a Vicenza? Il luogo è perfetto. Pendici, prossime alla città, dei colli Berici, località Longare, ricca di grotte naturali ideali per rampe di lancio efficienti e protette.
Nasce il Site Pluto. Secondo il Dna vicentino, secondo il decalogo del trattato del 1954: senza che si sappia in giro. E’ il 1957. Vicenza, senza saperlo, diventa la più importante base nucleare d’Italia, e forse d’Europa. Ma in giro nessuno lo dice. Vicenza è più sonnolenta che mai. E lo sarà a lungo. Nessun politico, democristiano o no, si ribella a questa situazione. Chi è informato, approva. Chi non è informato ma sente solo qualcosa, giudica conveniente fingere di non sapere. Comunque, la città non è informata. I giornali non ne parlano.
Eppure il Site Pluto non è invisibile, tutt’altro. Ha un’estensione di circa cinque ettari [Daniele Paragano, Università di Trieste, Dottorato di Ricerca in Geopolitica, Geoeconomia, Geostrategia, Le basi militari degli Stati Uniti in Europa. Posizionamento strategico, percorso localizzativo ed impatto territoriale. (2007/2008)] e fu già utilizzato nella seconda guerra mondiale dall’Alfa Romeo per la sua produzione bellica. Salvato dagli aerei americani (che non lo videro e non lo colpirono) sarà da loro utilizzato con profitto molti anni dopo: paradossi della storia.

Mariano Rumor: “Gli americani non se ne devono andare”

Ma se la politica americana cambia, la realtà militarizzata Usa del Vicentino gli va dietro. Si parla chiaramente di una riduzione drastica delle truppe sul fronte est europeo. La storia narra che l’unico ad opporsi sia stato l’onorevole Mariano Rumor, nei primi anni Sessanta [Mariano Rumor (Vicenza, 16 giugno 1915 – Vicenza, 22 gennaio 1990), fu a quell’epoca, Ministro dell’Agricoltura dal 1959 al 1963, e divenne segretario politico della Democrazia cristiana nel 1964] , quando la politica americana, orientata alla nuclearizzazione come strumento di difesa/offesa, trovò conveniente avviare una progressiva riduzione del contingente militare presente a Camp Ederle. Si vociferò anche di un possibile sostanziale smantellamento della base, con il solo mantenimento del Site Pluto. Rumor si oppose energicamente perché era convinto che Vicenza avesse bisogno della presenza americana. In realtà si sbagliava: perché dopo i primi anni di assuefazione e integrazione gli americani avevano costituito a Camp Ederle un mondo a sé stante. I rifornimenti erano al cento per cento a stelle e strisce. I consumi dei boys e delle loro famiglie, a Vicenza e dintorni, si spensero progressivamente fino a ridursi al lumicino. Ma Rumor era stato deciso (per una volta). E la sua iniziativa ebbe successo.
Nel 1965 il comando Setaf fu trasferito da Verona a Vicenza: almeno un po’ di coerenza. Ma le truppe furono ridotte a 2500 unità.
Si disse che senza l’intervento di Rumor gli americani se ne sarebbero andati dalla Ederle. Non ci sono documenti ufficiali al riguardo. Qualcuno, nell’ambiente democristiano più filo-americano rimpianse per un po’ la Clara Boothe Luce, grande sostenitrice della base. Per la storia, c’era un tipo più mite all’ambasciata Usa di Roma, un certo Frederich Reinhardt, meno anti-comunista della Luce e più abituato a ragionare con i dati alla mano (sarà in seguito ambasciatore a Saigon, nel pieno della guerra vietnamita). È significativo il fatto che Rumor, anche nelle sue memorie [Mariano Rumor , Memorie (1943-1970), Editrice Veneta, Vicenza, 2007] , si dilunghi sul caso Montesi (una donna trovata assassinata sul litorale romano, rapporti con il senatore Piccioni, eccetera) e non faccia il minimo cenno agli americani a Vicenza. Come se il fatto non fosse storicamente rilevante. Oppure: come se la realtà fosse nata solo per essere sottaciuta.
Nel più coerente Dna della vicentinità.

Guerra del Golfo, V Ataf, Bosnia e Kosovo: Vicenza c’è

Inizia un periodo di ipotetica neutralità tematica. La città è sonnolenta e indifferente. L’economia vicentina cresce per conto suo, non ha certo bisogno del propellente americano. I tempi cambiano rapidamente. La Setaf è meno attiva. Per i militari americani Setaf diventa acronimo di un’altra cosa: “Soldiers Even The Americans Forgot” (soldati che anche gli americani hanno dimenticato) scrive significativamente Alfonso Desiderio [Cfr. Alfonso Desiderio, Limes n. 4 / 2007, op. cit] . Un piacevole luogo di riposo più che di guerra.
La Guerra del Golfo del 1990 sposta le localizzazioni strategiche. Vicenza non è più il baluardo contro l’Unione Sovietica, che nel 1991 si auto-estingue, ma è l’ideale base per un teatro di guerra del tutto nuovo, il Medio Oriente e l’Africa. La Setaf riacquista vigore. L’aeroporto Dal Molin, che di lì a qualche anno verrà smantellato per far posto alla nuova base Del Din, possiede un’efficiente pista di volo di proprietà dell’Aeronautica Militare Italiana (ne riparleremo), e ospiterà, oltre agli avieri italiani, la sede della V Ataf (Allied Tactical Air Force).
Oltre il Golfo, ecco la guerra di Bosnia e il Kosovo. Durante la guerra nella ex Jugoslavia dalla pista dell’aeroporto di via Ferrarin partono gli stormi d’attacco della Nato contro la Serbia. Un comando americano nell’aeroporto vicentino resterà anche a guerra finita. Camp Ederle si rivitalizza: gli spostamenti territoriali e strategici determinati dai nuovi teatri bellici riportano la città di Vicenza e il suo campo modello della Ederle in primo piano.

Arriva la brigata immortalata da Francis F. Coppola in Apocalypse Now

Vicenza torna ad essere una base ambita dall’ambiente militare americano, truppa compresa. L’idea del Dal Molin, con ogni probabilità (anche se, more solito, documenti non ne esistono) nasce da questa duplice situazione da pollice alto: buon impatto della V Ataf sul territorio vicentino per i voli contro la ex Jugoslavia, rivitalizzazione del camp Ederle.
Ma precedentemente, negli anni definiti dei Soldiers Even The Americans Forgot, in realtà qualcosa di rilevante era accaduto.
Due cose. La prima: l’arrivo in città nel 1980 di una parte della 173 a Brigata aerotrasportata, quella resa famosa dalla guerra in Vietnam e che fu raccontata da Francis Ford Coppola in Apocalypse Now, letteralmente ricostituita dopo la perdita di circa duemila soldati negli acquitrini vietnamiti, ma che, per motivi logistici, doveva dividersi fra Germania e Italia. La seconda: la costruzione, nei primi anni ’80, di un grande villaggio americano residenziale, non lontano da camp Ederle, verso il casello autostradale di Vicenza Est.
Queste due novità, la Brigata 173 e il Villaggio, accrescono presso il Pentagono e l’esercito americano, il prestigio di Vicenza, che diventa sempre più la base preferenziale Usa in Europa. L’allargamento con il Dal Molin, di fatto, inizia qui, e cioè molto prima che si cominciasse a parlarne nei primi anni del terzo millennio.
La comoda e gradita allocazione, la tranquillità del posto, la posizione strategica rispetto ad altre basi, danno la definitiva benedizione a strutture già di fatto allargate, autosufficienti e complete per uomini, mezzi e logistica. Il Dal Molin diventa, in quella che sta diventando una silente, ma quasi naturale strategia, un completamento obbligato.

La tragedia del Cermis D’Alema conferma Scelba

Ormai è nota agli americani (politici e militari) la benevolenza dell’ambiente sociale e politico vicentino. Ha permesso, senza colpo ferire, non solo l’installazione e la permanenza per mezzo secolo di una struttura importante come la Ederle, ma non ha posto sostanziali obiezioni alle altre installazioni:
– a Longare, paese vicinissimo alla città, sotto il versante nord-est dei colli Berici, sede del il Site Pluto, che ha ospitato (almeno fino al 1992) l’arsenale nucleare più importante nell’Europa della guerra fredda (210mila mq.);
– al Tormeno, comune di Arcugnano, località Fontega, che ospita depositi di armi e munizioni in un’area di 137 mila mq.
– a Torri di Quartesolo / Lerino, due aree di complessivi 80 mila mq. per il deposito di veicoli e altri mezzi logistici;
– a Vicenza, villaggio americano residenziale, vicino camp Ederle, area di mq. 332 mila.
E poi c’è un terzo fatto, squisitamente legato alla madre di tutti i trattati del 1954: il 2 febbraio 1995 è firmato un Memorandum d’intesa tra il Ministero della Difesa italiano e il Dipartimento della Difesa Usa relativo alle infrastrutture e installazioni concesse in uso all’esercito americano sul territorio italiano.
Dopo quarant’anni una rinfrescata ai princìpi è dovuta. Il Memorandum riafferma i postulati contenuti nel trattato BIA del 1954 e ne conferma la secretazione. Ma la novità storica è che per la prima volta il Memorandum di un atto secretato (dunque, teoricamente a sua volta secretabile) è reso pubblico. Lo fa, con evidente compiacimento, il governo D’Alema: si sente obbligato moralmente a farlo dal processo sulla tragedia del Cermis. Ma a suo modo, anziché servire a chiarire, legittima la famosa contraddizione del trattato madre del ’54: il concetto esposto è ancora più scivoloso di quello originale perché riafferma il carattere bilaterale degli accordi fra Usa e Italia ma nei limiti del Trattato della Nato. Ipocrisia massima. È come dire: tutto quello che decideremo (o che abbiamo già deciso) lo decidiamo in due (Usa e Italia) ma garantiamo che lo faremo, con questo
Memorandum, rispettando al cento per cento il trattato dell’Alleanza Atlantica. Quel “nei limiti del trattato” è la più maleodorante aria fritta delle ricette politico-diplomatiche dei tempi moderni. E chi ce lo può garantire se il documento madre è comunque secretato? I due firmatari, Usa e Italia.
Dobbiamo dire che, sul piano morale (storico), l’uomo di destra Mario Scelba e quello di sinistra Massimo D’Alema hanno fatto, a distanza, un eccellente compromesso storico a due voci. Da questo folle compromesso nasce il Dal Molin. Alla prossima puntata.

(continua)