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Crac Balestra

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CRAC BALESTRA, SILVANA SORSI, MARIO PUTIN, SERENISSIMA RISTORAZIONE LE ETERNE DIVERGENZE PARALLELE

Parte il processo Balestra, per uno dei crac più assurdi e clamorosi della storia vicentina. Assurdo perché l’azienda era tutt’altro che decotta, clamoroso perché un paio di tonnellate d’oro sono scomparse nel nulla. Il pubblico Ministero Giulia Floris manda sul banco degli imputati gli ex titolari dell’azienda ed ex coniugi Calgaro e Sorsi, l’ex presidente di AIM e amministratore di Balestra Mauro Zanguio (88 anni!) e una mezza dozzina di sindaci della società. Ma il processo coinvolge un’altra vicenda, quella di Serenissima Ristorazione del nuovo zar vicentino Putin, in perenne lite con la signora Silvana Sorsi, sua socia poco gradita con il 47,5% di proprietà del capitale di Serenissima ancora a sue mani. Questa quota è pignorata all’interno del processo Balestra, al quale perciò Mario Putin è spettatore eccezionalmente interessato

QUADERNI VICENTINI

CRAC BALESTRA e Serenissima Ristorazione sono destinati a rimanere a galla nella cronaca vicentina ancora per parecchio tempo. Già molti fatti risalgono ormai alle Termopili ma l’opinione pubblica è stata informata con molto ritardo e a spizzichi e bocconi. Il modo migliore per dimenticare e far dimenticare. Un giorno un’informazione sul crac. Un altro sull’ammanco d’oro. Un altro sulle fatture false. Un altro sul tizio al quale è stato inviato un avviso di garanzia. Eccetera. Il punto non si fa mai. Le notizie, così, scivolano. Ma la realtà resta. Una montagna di macigni.
La realtà è coerente, complessa, pesante e significativa. Dietro le trame che hanno portato al fallimento di una florida società orafa (il settore per il quale Vicenza va famosa per l’universo mondo) ci stanno due storie simboliche e persone altrettanto simboliche.
La Balestra fallisce nel 2013. Non è più dei Balestra, è dei Calgaro, marito, moglie e figlia. Ricchissimi. Marito e moglie separati. Lei è Silvana Sorsi, co-fondatrice (più o meno) dell’impero di Serenissima Ristorazione dello zar vicentino Mario Putin.

Il valore di Alfabetoro

“Serenissima”, come abbiamo spiegato nel numero precedente [QUADERNI VICENTINI n. 4/2014, Tangentopoli veneta, la crema è vicentina, Mario Putin lo zar de noantri, p. 7], nasce infatti in ambiente orafo, zona industriale, Vicenza. Non è un caso se la Silvana Sorsi è lì. Uno dice: cosa c’entra Serenissima, per quanto nata in ambiente orafo, con il fallimento Balestra? C’entra, perché la Silvana Sorsi possiede in Serenissima Ristorazione, con una propria società, che si chiama Alfabetoro (e infatti…), ben il 47,5% del suo capitale di controllo. Una quota da brividi. Un investimento, quello della Sorsi – socia di Putin praticamente dagli albori – che, se liquidato come Dio e la scienza economica comandano, registrerebbe una plusvalenza da Guinness dei Primati. La Sorsi ha per molti anni denunciato a vari tribunali il Mario Putin, perché, a suo dire, gestiva la società come un dittatore e non distribuiva mai gli utili (pur facendone molti). Ad un certo momento la signora di Altavilla chiede a Putin di liquidargli la quota. Non gli chiede la luna: una cinquantina di milioni di euro, un prezzo equo (una società di rating aveva valutato l’azienda dello zar quasi 200 milioni di euro).  Putin gli nega la liquidazione forse perché sa che la Sorsi gliela chiede perché è in difficoltà con la Balestra. Il tribunale di Vicenza, chiamato spesso in causa, dà sempre ragione a Putin. Per la Sorsi la storia si fa dura.

Chi si è mangiato il magazzino? 448 milioni di false fatture

La Balestra ha una storia che va per conto suo. Una storia di ammanchi d’oro e di fatture false. Se in un’azienda il magazzino risulta fisicamente inferiore a quanto scritto sui libri sociali vuol dire che qualcuno si è mangiato il magazzino. Se il magazzino è fatto di jeans, magliette e calzini, passi. Ma se il magazzino è fatto di lingotti d’oro (come si conviene ad una società che lavora l’oro) scoprire l’ammanco equivale a scoprire un reato. Il valore è tale che non c’è metodo di rilevazione Lifo o Fifo [FIFO e LIFO sono gli acronimi di due metodi acquisiti dai Principi Contabili internazionali per la valutazione dei magazzini. Fifo=first in first out (la prima merce che entra è la prima ad uscire), Lifo: last in first out (l’ultima che entra è la prima ad uscire). La scelta dell’uno o dell’altro metodo dipenderà dalla tipologia di prodotto: molto o poco innovativa.] a tener botta. Reato secco. Nel caso della Balestra, guidata da fior di commercialisti, l’oro che mancava ha trovato una copertura: fatture false. L’oro non c’era più perché venduto a tizio o caio. E chi erano tizio o caio? In gran parte (a parte i soliti pesci piccoli titolari di partite Iva fasulle) erano società dello stesso gruppo Balestra. Una messinscena, bisogna ammetterlo, un po’ fragile e alquanto ingenua.
Ingenua la messinscena, ma la sostanza non lo era affatto: le fatture false sono state individuate dalla Guardia di Finanza in 448 milioni di euro. Una cifra immensa: quasi 900 miliardi delle vecchie lire. Una tonnellata d’oro. Che peraltro, per quanto enorme, non si è più trovato. Volatilizzato. Ma la messinscena, come detto, era da due soldi e senza creatività (forse perché dalle nostre parti molti pensano di essere in una perenne privilegiata zona franca): infatti, ai primi temporali, è caduta come un castello di carte.

La fusione che non fonde e i due liquidatori

Le fatture false, però, alzano il fatturato e quindi, in teoria le imposte da pagare. Verissimo. Ma le fatture false falsano anche i bilanci ufficiali, che sono quei documenti contabili che, scritti su carta intestata di pregio, servono, se consegnati alle banche con tutti i crismi, a farsi dare soldi, fidi e conti correnti ad libitum dalle stesse banche. È ovvio che se i bilanci
dimostravano utili alti, le banche (almeno fino al 2007/2008) non esitavano a dare fidi perché erano portatori di fior d’interessi. Li hanno dati questi soldi, le banche, ma non li hanno più avuti di ritorno. E hanno chiesto il fallimento. Fior di banche nazionali: l’Antonveneta, la Banca Nazionale del Lavoro – prima delle varie fusioni – il Banco di Brescia, l’Unicredit, il Monte dei Paschi di Siena, e la Cassa di Risparmio del Veneto. Una vera e propria tradotta di banche illustri.
Dicevamo che la storia risale alle Termopili, cioè a prima della crisi delle banche del 2008. E fino al 2013, data del fallimento, la società ha tentato di trovare, attorno al proprio buco ormai acquisito, una risposta dolce: una liquidazione volontaria. Due liquidatori si sono succeduti: prima il dottor Gianantonio Dalle Carbonare e dopo il dottor Pierantonio Scodro. La loro opera è stata, alla fine, solo dilatoria. Il dottor Dalle Carbonare ha fatto un tentativo a suo modo geniale: le società del gruppo sono quattro, Balestra 1882, Vicenzaoro, Sibero e Magnum. L’idea di Dalle Carbonare è questa: fondiamole in un’unica società. Obiettivo: annullare i debiti e crediti reciproci (perché nelle fusioni i rapporti reciproci si annullano).

Nascondo il peccatore? Ma il peccato resta

Ma in economia se si nasconde il peccatore, il peccato resta, perché i numeri sono numeri. Inoltre, poiché non era una fusione fra due bar e un’osteria, il procedimento era troppo vistoso per non essere notato e infatti da quel momento si scatena l’inferno. La Guardia di Finanza si muove e fotografa tutte le operazioni fasulle. La proprietà della famiglia Calgaro – nel frattempo divisa – sfiducia il commercialista che presenta un conto salato, 600 milioni di euro. Il tribunale di Vicenza gli dà ragione e glielo liquida in seguito ad un decreto ingiuntivo.
Il dottor Scodro, appena prende in mano la società come liquidatore, dice alle banche: “L’unico modo per liquidare i creditori è vendere la società Balestra.” Ma chi compra una società, per quanto illustre, che viene da almeno due anni di lotte intestine e che ha sulla testa due inchieste in corso, una della magistratura e l’altra della Guardia di Finanza?

La villa in Costa Smeralda: 4,8 milioni in nero

Le banche creditrici (per una cifra che è difficile da quantificare oggi, a distanza di così tanto tempo, ma che non è lontana da 30 milioni di euro) prima che fosse dichiarato il fallimento cercano di cautelarsi con pignoramenti e sequestri conservativi.
I Calgaro, come detto, erano ricchi. Cercano di difendersi dall’azione delle banche ma non possono fare più di tanto. Solo il 21 dicembre 2007 avevano venduto una villa di proprietà, in Costa Smeralda, a Porto Rotondo, ad una società sarda. La villa, evidentemente, era il frutto di anni d’oro (in tutti i sensi). Ebbene, la villa era stata valutata da un perito 14,8 milioni di euro, ma ne furono dichiarati solo 10. Con quei corrieri che i nostri bravi borghesi italici conoscono bene, ai coniugi Calgaro erano stati garantiti in un conto in Svizzera 4,8 milioni di euro in nero (testimonianza di Silvana Sorsi resa ai finanzieri il 23 novembre 2010).
Il conto probabilmente sarebbe rimasto a disposizione fino alla terza generazione e oltre se con un’altra dose di imperizia (consigliati dai soliti consulenti?) per difendersi dalle banche e dalla procedura d’insolvenza fallimentare ormai imminente la signora Sorsi (v. Quaderni Vicentini 4/2014, p. 13) approfittando di una legge di Berlusconi sul rientro dei capitali dall’estero non avesse cercato di far rientrare 3,3 milioni di quel conto poco magico. I fondi sono stati (ovviamente) bloccati dalla Magistratura e allora, per difendersi dai creditori, alla Sorsi non restava che cercare di liquidare la rilevantissima quota (47,5%) che possiede in Serenissima Ristorazione, società che, come scrivono tutti i giornali – questioni legate agli appalti a parte – sta navigando con il vento in poppa. Ma l’accordo con Mario Putin è saltato.

Le banche creditrici in ordine sparso Mario Putin compra un debito di Balestra

Le mosse delle banche creditrici riflettono – intanto, il tempo passa – il carattere dei giorni nostri. Ognuna cerca di cavarsela come può e adesso, dopo la dichiarazione di fallimento del 20 febbraio 2013, il curatore fallimentare del gruppo Balestra, Pier Paolo Xausa, cercherà di far emergere delitti e misfatti.
È di ieri, fine ottobre 2014, la sua richiesta di azione di responsabilità davanti al tribunale civile per sindaci e amministratori succedutisi negli anni di questa ben poco nobile storia e la conseguente richiesta di danni per 80 milioni di euro. Il curatore ha citato anche il secondo liquidatore mancato, Pierantonio Scodro.
Tabula rasa. E anche quella banca che ha registrato il versamento di 10 milioni di euro proveniente dalla vendita della villa in Sardegna (dove, a titolo di cronaca gli acquirenti sardi hanno accettato di pagare una sanzione di 640 milioni di euro per via del pagamento in nero, senza batter ciglio) deve temere un’eventuale azione revocatoria.
La Cassa di Risparmio del Veneto – e qui troviamo il collegamento diretto fra i due Moloch, la Balestra fallita e la Serenissima con il vento in poppa, fra Putin e Sorsi – nel 2012, poco prima che il fallimento fosse dichiarato, vende il suo credito di 5 milioni di euro nei confronti di Balestra al prezzo di liquidazione di 3 milioni di euro (perdita consolidata, esclusi gli interessi: 2 milioni di euro).
Indovinate a chi? A Mario Putin.
Come mai Mario Putin compra un credito di ardua se non impossibile esigibilità? Risposta facile: per farlo valere in una procedura di pignoramento nei confronti di uno dei beni ancora disponibili, il capitale di Alfabetoro che possiede la bella quota del 47,5% di Serenissima Ristorazione.
Ma l’arrivo del fallimento rovina il piano. Alfabetoro entra nel maxi sequestro ordinato dal tribunale e il custode delle sue azioni diventa un commercialista, che nomina nel cda di Serenissima Ristorazione un altro componente in sostituzione della signora Sorsi. Non romperà le scatole come la Sorsi (è la brava commercialista Peretti) ma sarà neutrale.
La guerra continua.

Parte il processo Balestra: Calgaro, Sorsi, Zanguio maggiori imputati. Mario Putin è uno dei creditori

Il 26 novembre 2014 si apre il processo a carico dei due ex coniugi Calgaro e Sorsi, di Mauro Zanguio, di altri sindaci e amministratori. Otto persone in tutto. Colpisce la presenza, fra gli imputati, di Mauro Zanguio, 88 anni, già presidente delle AIM, titolare di uno studio che tutti i vicentini conoscono (lo avevo definito il ragioniere di tutti i vicentini quando il
suo nome era stato fatto molti anni fa come un possibile sindaco della città). Il Pubblico Ministero Giulia Floris li accusa a vario titolo di bancarotta fraudolenta ed evasione fiscale, insieme agli ex sindaci Francesco Ferrarese, Domenico Ruzzene, Luciana Corradini, Francesca Novello, Carlo Angeli.
Spettatore non disinteressato al processo, Mario Putin, patron di Serenissima Ristorazione. Anche lui è un creditore di Balestra, con un occhio privilegiato per Alfabetoro, che è il suo socio in Serenissima Ristorazione. Vedete che contorsioni crea il capitalismo? Il socio forte cerca di comprare il socio debole attraverso terzi incomodi. Ma se questo incomodo è un giudice della Repubblica, il problema è grosso. E se su quel 47,5% si dovesse aprire un’asta, per il bravo Mario Putin sarebbero problemi non previsti. Siamo appena agli inizi. Di una pessima storia.