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Con Achille Compagnoni sì, c’ero anch’io!

Campagnoni - quadernivicentini.it - QV

CON ACHILLE COMPAGNONI SÌ, C’ERO ANCH’IO!

“Dài Giannuti, sbrigati, esci dal letto perché è arrivato e tra poco partono e se non ti sbrighi, tuo padre si arrabbierà e se la prenderà con me dicendo che ti vizio”. Era mia madre che mi chiamava ai piedi della scala che portava alle camere da letto, con una tazza di latte caldo in una mano e nell’altra lo zaino dove aveva riposto con cura tutto ciò che poteva servire per una camminata in montagna. Ma chi era arrivato?

GIANGIACOMO GABIN

SÌ, PROPRIO LUI: Achille Compagnoni, quello del K2! Saltai giù dal letto in mutande – non si usava il pigiama allora,  se non nei mesi più freddi. Spalancai la finestra facendo sbattere le doppie ante di legno contro il muro, poi chiusi gli occhi per abituarmi al sole già alto.
Guardai in basso verso il cortile. Eccoli lì tutti e due: mio padre nella sua bella divisa verde, con gli scarponi di cuoio tirati a lucido come sempre ed il berretto sulle ventitre con al centro l’aquila oro dalle ali spiegate, che rifletteva i raggi del sole. L’altro, Achille Compagnoni, vestito di velluto leggero di un bel colore ocra, con i pantaloni alla zuava: ai piedi i calzettoni di lana greggia e gli scarponi temprati.
Tenevano il capo alzato in direzione del Pizzo Palù, forse discutendo della valanga che l’anno prima era scesa a valle con inaudita violenza. Ricordo bene quel giorno, quando uno strano e inaspettato vento fece tremare gli abeti vicini a casa. Non ho mai dimenticato quell’enorme massa di neve staccatasi dall’alto, che puntava dritta verso valle. Ne sento ancora il fragore – come un tuono – mentre guardavo con occhi stupiti i larici, gli abeti, le betulle, scardinati dal terreno come fuscelli ed i crepitii, simili a spari, mentre si spezzavano in aria per il solo effetto dello spostamento d’aria, ancor prima che la massa di neve li raggiungesse.
Poi, come per incanto, a poche centinaia di metri dalla nostra casa, la valanga esaurì la sua potenza e si divise in due tronconi, lasciando miracolosamente intatta al centro, la caserma della Forestale dove vivevo, risparmiando così le nostre vite e lasciando lungo il suo percorso una angosciante traccia nera.
Il vero motivo della visita di Achille Compagnoni a Chiesa Valmalenco (era amico di mio padre, ma non so dire come né perché), era per assistere dal vivo a una di quelle operazioni, organizzate dalla Forestale, che si chiamavano e si chiamano ancora, martellate. Lo scopo era quello di individuare le piante da abbattere, che venivano prima segnate con del minio rosso, poi “ferite” con una particolare accetta, che da una parte aveva la lama e dall’altra un martello che riproduceva in rilevo lo stemma della Repubblica: andava tolta una porzione di corteccia e sul bianco umido legno veniva impresso lo stemma.
Mi sciacquai velocemente il viso con l’acqua gelida (da bambini questa toilette era più che sufficiente) e alla pulizia dei denti ci pensava una particolare resina da masticare come gomma americana, da staccare a grumi lucenti dalla corteccia degli abeti. Afferrai quindi al volo lo zainetto, trangugiai il latte ignorando mia madre che si era invano protesa per ricevere un bacio e poi via di corsa, verso il gruppo di uomini che avevano già imboccato il sentiero ed avanzavano con passo lento e cadenzato.
Con il fiatone, mi avvicinai a mio padre che mi lanciò un occhiata severa per il ritardo. Così ero allora…

Più simile a Jody che agli uomini duri

Ricordo il sorriso che Compagnoni mi rivolse con tenerezza, chiedendosi probabilmente cosa ci facesse lì quel ragazzino con i capelli lunghi e biondi (orgoglio di mia madre ed oggetto di lunghe discussioni con mio padre; ero più simile a Jody – quell’imbranato protagonista del film Il cucciolo, diretto da Clarence Brown nel 1946, che aveva tra i protagonisti il mitico Gregory Peck – che ad uno di quei robusti ragazzi di montagna con la pelle già segnata dal sole e dalle premature fatiche. Mio padre esigeva che lo seguissi in quelle faticose camminate perché voleva – da subito – fare di me un vero uomo, un “duro” insomma. Io, che proprio duro non ero, arrancavo a fatica lungo il sentiero, inciampando ogni tanto nelle radici delle piante che lo attraversavano e salvandomi dalle cadute solo grazie all’agilità dei miei giovani anni. Loro,
là davanti, avanzano sicuri, con l’incedere cadenzato che mio padre mi aveva insegnato, perché in montagna il ritmo del passo deve essere lento, sempre uguale, in sintonia con il respiro.
Io cercavo di attenermi a tali consigli, ma le radici erano sempre in agguato ed io ci cascavo ogni volta come un merlo, anche perché come al solito, guardavo in alto certe grandi nuvole bianche, dove individuavo profili di uomini barbuti o sagome di animali che popolavano la mia mente sognante il bosco.

Due splendidi anni con Carlo Alberto Dalla Chiesa

Loro, proseguivano senza esitazione e senza apparente fatica ma… cavolo, erano uomini veri, di quelli “con le palle”! Il primo aveva scalato il K2, portando a termine una storica impresa e l’altro (mio padre), aveva la “daga” tatuata sull’avambraccio destro, retaggio del suo passato fascista (a quel tempo, solo poche menti illuminate non lo erano…).
Aveva combattuto anche in Grecia senza aver mai indossato la camicia nera, ma solo quella grigio-verde della Forestale. Quando il destino se lo portò via a soli quarantotto anni, lasciò significativi esempi di onestà e di professionalità. Fece comunque in tempo a vedermi con una divisa addosso, perché appena diciottenne, mi spedì nell’Arma dei Carabinieri, dove vissi sei splendidi anni diventando assistente, negli ultimi due, dell’allora colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa… ma questa è un’altra storia.

L’omone dal cuore tenero e il provvidenziale eriforo

Ritorniamo alla spedizione in montagna ed alla mia fatica nel tenere il passo di quei veri montanari. Per fortuna (come sempre con noi), c’era la Guardia comunale: un omone grande e grosso con il cuore tenero che, nascondendomi alla vista di mio padre, mi offriva la parte ricurva del suo bastone di nocciolo e mi trainava per alcuni tratti. Ricordo poi le brevi soste, quando ci si dissetava in alcuni punti dove l’acqua usciva miracolosamente dalla roccia e la sua presenza era evidente per l’intenso verde della vegetazione e per l’eriforo, pianta erbacea dalla singolare chioma bianca che – perennemente assetata – trovava linfa in quei luoghi.
Il mio benefattore (l’omone dal cuore tenero) raccoglieva l’acqua goccia a goccia nel suo cappello di feltro con la sommità piegata all’interno a mò di scodella e me la offriva con sollecitudine. Ricordo ancora il gusto dell’acqua e l’odore di quel copricapo che sapevano di sudore e di muschio. Il sentiero, a quel punto, curvò improvvisamente all’interno di un’abetaia dove – finalmente in piano – avanzammo in silenzio, spiati da mille occhi, immersi in un’ atmosfera surreale, quasi metafisica. Ricordo lo sguardo esperto di mio padre che azzeccava (non so come facesse!) l’esatta altezza degli abeti da abbattere. Poi il tonfo secco del martello che ne decretava la fine e il grido lontano di qualche uccello che, spaventato dal colpo, si alzava in volo.

Finalmente il pranzo in malga: polenta, bresaola e formaggio – E i racconti dei grandi

A pomeriggio inoltrato finalmente il pranzo in malga, dove la Guardia comunale, acceso il fuoco, preparò la polenta, che con mossa veloce ed esperta rovesciò dal caliero sul tagliere, lasciandone intatta la forma. Abilmente, con un filo teso, legato tra due bastoncini di nocciolo, la tagliò in fette tutte uguali. Era una polenta dal bel colore giallo scuro, una polenta compatta, nata da farina di grano macinato grosso, come si usa in Valtellina, abbinata a un formaggio che sapeva di malga e alla bresaola, condita con poche gocce di prezioso olio di oliva e col succo di un limone: roba da far venir fame solo a parlarne! E il vino (credo “Inferno” o “Sassella”), spremuto da un’uva dalla buccia grossa, coltivata più in basso, in quei lembi di terra scura strappati alla montagna, sorretti da muri a secco e raccolta molto tardi, quando in pianura la vendemmia era finita da un pezzo. Infine, i racconti dei grandi, avvolti dal fumo acre delle pipe e da quello profumato delle sigarette svizzere. Racconti che io ascoltai con occhi sgranati e anche un po’ annebbiati, per quel mezzo bicchiere di vino rosso datomi di nascosto dall’omone dal cuore tenero. Naturalmente i racconti di Achille Compagnoni ebbero la precedenza e credo che tutti percepissero il privilegio di poterli ascoltare dalla viva voce di chi aveva vissuto quella storica impresa. Quando ormai il sole lambì – facendole luccicare – le cime delle montagne, ritornammo a valle con le ginocchia indolenzite, perché in montagna la discesa è anche più faticosa della salita.

Dimenticavo Jerry!

Durante questa avventura era presente il cane che mio padre (facendomi impazzire di gioia), mi aveva fatto trovare sotto il tavolo della cucina due anni prima, cucciolo – le zampe anteriori incredibilmente grosse rispetto al corpo – e che io avevo battezzato Jerry. Pensate, il nome del topo di Disney, a dissacrare il suo nobile retaggio che recitava: “Gero von Der Riedperle, figlio del campione Cito von Der Riedperle e della Campionessa italiana Zarin vom Frede Holz…”. Era un bellissimo esemplare di pastore tedesco dal mantello nero focato e dalle orecchie ben dritte ma leggermente rivolte all’interno e la coda “a piombo”, come si addice ai cani di razza. Era un cane con il quale vivevo in simbiosi e che non mi abbandonava nemmeno per un minuto. Con Jerry al fianco arrivammo finalmente a casa e ci addormentammo: io con la testa appoggiata sul tavolo, giusto il tempo di finire il piatto di minestra, lui sotto, dopo aver dato un’ultima leccata alla sua ciotola di brodo e pane.

Il giorno dopo purtroppo non rividi Compagnoni: se ne era andato di primo mattino

Per quello che rimaneva di quella estate, continuai le mie scorribande con Jerry: sempre davanti a me: ogni tanto si fermava, girando il capo con la lingua penzoloni, per accertarsi della mia presenza. Quando col solstizio d’estate le giornate si accorciarono, godemmo dell’ultima luce tutti e due esausti sdraiati sul prato. Io, con il capo appoggiato sul suo ventre quasi fosse un cuscino, percepivo il suo ansimare, beccandomi di tanto in tanto in pieno viso le sue generose leccate. Dall’altra parte della montagna, lungo le pendici del “Monte Disgrazia” per i sentieri che giungevano dalla vicina Svizzera, guardavamo gli “spalloni” camminare in fila indiana, curvi sotto il loro carico da 25 chili di bionde. Altri occhi – quelli dei finanzieri – osservavano la scena…
Qualche volta, le “bricolle” venivano abbandonate e fatte rotolare durante la fuga, giù per i prati per sfuggire al controllo. Ma avveniva di rado: erano anni difficili, quelli del dopoguerra, e bisognava pur lasciar vivere!