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Cima XII un numero al posto del nome

Graffiti Valdassa - quadernivicentini.it - QV

CIMA XII: UN NUMERO AL POSTO DEL NOME

Nella parte alta dell’Altopiano si ergono Cima X, Cima XI, Cima XII (naturale prolungamento del massiccio del Portule, Monte Trentin, Monte Ortigara, Cima Caldiera). Diverse località montane presentano vette con un numero al posto del nome: Pic de la Onze, de la Douze, de la Treize, (Francia), Pic du Midi (Pirenei), la cima di Mezzodì (Forno di Zoldo), etc. Le denominazioni sono state date nello stesso periodo storico, quello in cui la pastorizia era, con l’agricoltura, l’attività principale, praticata su tutto l’arco alpino e prealpino già in epoche remote: stessi stili di vita, stessi animali da allevamento, stessi prodotti di lavorazione (latte, lana, carne, pellame), stessi orari in vigore per tutti gli antichi abitatori

BEPPA RIGONI

 …MA I PASTORI – NOMADI SOLITARI erranti per pascoli d’altura – povera gente abituata all’addiaccio, agli stenti, alle nevicate fuori stagione, alla solitudine, al silenzio, come facevano ad incontrarsi? Mica ce li avevano gli orologi! Partendo dal luogo in cui svernavano con le greggi, si davano appuntamento…al Pic du Midi o a Cima XII! Meglio, alle 12 di un giorno prestabilito. Il punto sommitale del monte (col sole a picco!) faceva da meridiana e tutti loro potevano facilmente riconoscerlo. Il sole a picco su Cima X indica le 10, su Cima XI indica le 11 e via così.

L’antropizzazione del territorio

Quanto alla definizione di isolato geografico data all’Altopiano, la morfologia del territorio parla da sola. Proviamo a immaginare come vi si accedesse anticamente e perchè. Il come è semplice: si solcavano le valli (Gelpack, Assa, Frenzela, Gadena, valli dei Mulini/Gallio e Lusiana) in un percorso ideale, il più sgombro e praticabile possibile per arrivare in quota e poi via, in mezzo a foreste centenarie e praterie. Sul terreno, calpestato sempre negli stessi tratti per secoli – prima dagli animali erbivori che si spostavano in cerca di foraggio, quindi dai cacciatori che li inseguivano – ecco delinearsi le prime tracce, poi divenute tratturi quindi sentieri, col tempo mulattiere e infine strade. La prima vera via che attraversava l’Altopiano, fu tracciata dai Romani: partiva da Lusiana e passando per Campomezzavia (lo dice il significato stesso) scendeva nella piana centrale fino a Gallio.

Dalmeri, Ernesto, Corgnon, Bostel, Marcesina

Il perchè lo è ancor di più: l’Altopiano, ricco di foreste e del tutto privo di abitatori stanziali, era zona di caccia libera fin all’epoca dei cacciatori del Mesolitico e dei cacciatori/raccoglitori del Neolitico. Il territorio era inoltre un buon posto dove procacciarsi selci e i depositi di tali manufatti rinvenuti in Val Lastari, ne sono testimoni. Il Riparo Dalmeri (dal nome dello scopritore) e la Grotta di Ernesto (il ragazzo che vi “inciampò” a seguito di lavori forestali nel 1983) (Enego), l’Area archeologica del Corgnon (Lusiana), il sito del Bostel (Rotzo), la piana di Marcesina (Enego) e altri siti minori, sono indelebili segni di più ere preistoriche. Son stati rinvenuti denti e unghie dell’Ursus Speleus cacciato al Bisele e denti da latte di un bambino nel Riparo Dalmeri, selci sparse ovunque sul territorio e graffiti in val d’Assa. Al Bostel è stato ricostruito un capanno del neolitico e a Marcesina è stato riprodotto il Riparo Dalmeri. Entrambi i siti archeologici sono da anni oggetto di studio rispettivamente da parte delle Università di Padova e di Trento e del Museo Tridentino di Scienze Naturali.

Il Riparo Dalmeri: il sito europeo più ricco di reperti

Il Riparo Dalmeri a pianta circolare, ha un diametro di 4 mt. ed è incassato nel terreno; il cerchio mostra un foro nella parte centrale, sicura allocazione di un palo di sostegno per la copertura della struttura. Il ritrovamento di selci atte ad essere infilzate su aste di legno od osso o in alternativa usate per incisioni, assieme ai sassi disegnati e colorati con ocra rossa e ai resti animali (cervo, stambecco, orso, castoro, alce, ma anche volatili e pesci pescati certo nel Brenta e consumati in loco), fanno del Riparo (rifugio dell’uomo epigravettiano, vecchio di 13.000 anni!), il sito europeo più ricco di reperti antropici. Al centro del riparo vi sono inoltre resti di braci, a testimoniare l’uso del fuoco, non solo per scaldarsi e cuocere ma anche per la conservazione della cacciagione, ottenuta per affumicamento oltre che per essiccazione.
Si ritiene che i frequentatori fossero nomadi che salivano in estate/autunno in Altopiano per cacciare e scendevano in Valbrenta a svernare.

Gli altri siti del Neolitico

La grotta di Ernesto, profonda 65 mt. e accessibile solo da Enego, ha caratteristiche simili al vicino Riparo, solo che per la scarsità di reperti rinvenuti, conferma la saltuarietà del suo utilizzo.
Lo stesso tipo di nomadismo fu effettuato dagli abitatori della fascia pedemontana prospiciente la Valdastico, come dimostrano i graffiti rinvenuti in Val d’Assa (dove vi sono pure resti di forni fusòri), incisi sia da nomadi che da sciamani in epoche diverse e i reperti al Bisele e nel villaggio paleolitico del Bostel. Il Bisele non è che un sentiero per un tratto ricoperto sulla destra dalla Schaff Kugela e con un viottolo che scende a sinistra e porta alla Leute Kugela (leute in cimbro = gente) e alla Cava degli orsi. Il sentiero è oggi ben segnalato (subito prima del ponte del Ghelpack, tra Canove e Cesuna) e attraverso la Val d’Assa porta a Roana alla curva della Giacomina: una delle antiche vie di collegamento fra i due paesi prima della costruzione del ponte di Roana nel 1906.

Il Bostel

Il Bostel, villaggio paleolitico situato su un pianoro tondeggiante a 850 metri di altitudine, in posizione strategica dominante la Valdastico, è uno dei siti preistorici abitato ancora fino al II secolo a.C. La sua distruzione è dovuta ad una delle tante scorrerie di barbari che volevano penetrare nel territorio. Vi è stata oggi ricostruita un’abitazione tipica del paleolitico, con parte interrata e tetto in paglia.
Vi si possono rilevare l’uso di forni per la lavorazione del ferro, del bronzo, del rame, della creta ed è tuttora area di studio e ricerca. Non lontano dal sito in direzione Campolongo si trovano l’Altaburg (altare degli dei: Thor, Odino, Ostera, Freya), l’Alta Kugela e l’Altar Knotto (altare in pietra): singolare macigno di notevoli dimensioni posto a strapiombo della Valdastico, luogo ideale per compiere riti sacri e sacrifici animali. I toponimi di derivazione cimbra indicano l’avvento di popolazioni germaniche, comunque nord-europee, forse danesi: stesse divinità, stesse abitazioni, stessi usi e costumi. (La saga Edda di Snorri di Snorri Sturluson, storico e poeta islandese del 1200, la dice lunga…).
Queste le parole riferite da un monaco trentino quando li incontrò: “Omeni grandi, rossi de pelo e cativisimi”. Vichinghi, in pratica.

I Cimbri? Sfuggiti coi Teutoni a Caio Mario nel 101 a.c.? Origini incerte, solcando la Valsugana

I Cimbri sfuggiti coi Teutoni a Caio Mario nel 101 a.C. ai Campi Raudii, presso Vercelli (seconda sconfitta subita dopo Acquae Sextie/Aix en Provence), risalendo valli e declivi – leggenda o storia? -, si narra si siano rifugiati quassù, come pure in Lessinia e in Trentino, dopo che Mario li inseguì per tutta la Valsugana. In questo errore incorse per primo Tito Livio, traducendo da Plutarco: “Apud Athisonem flumen” (nome latino del fiume Toce assai lontano dall’Altopiano), in “Athesim flumen” (fiume Adige piuttosto vicino).
La loro origine è comunque incerta, come dubbia è la tesi che provenissero dallo Jutland – come i toponimi derivanti da divinità celtiche (Thorghele, Freytal…) vorrebbero dimostrare. È certo che popolazioni barbare, non solo “Cimbri” (così genericamente definiti tutti i popoli transitati sull’Altopiano: Goti Visigoti Unni Longobardi, etc.), abbiano raggiunto il nostro territorio, solcando la grande bisettrice Nord/Sud rappresentata dalla Valsugana. In molti siti a valle come Grigno o Primolano, vi sono segni di tale permanenza ben prima dell’anno Mille, anche se già prima dell’anno zero dell’era cristiana, essa fu via di transito verso Nord per i Romani. Lo stesso vale per la Valdastico, come dimostrano i paesi di Castelletto, Rotzo e Roana, luoghi in cui si parlava comunemente dialetto tedesco fino a metà del secolo scorso.

Che bel Grammelot: lingua germanica, contaminazioni sassoni e fiamminghe, dialetto veneto, lingua dei preti

L’unica vera certezza storica sta nella lingua, sicuramente germanica, ma contaminata da termini di derivazione varia: sassone, fiammingo, danese, etc., cosa abbastanza normale se si pensa a popolazioni nomadi che spesso incrociavano le loro strade e in qualche modo dovevano intendersi. Se a questo mix aggiungiamo il dialetto dei veneti e il latino dei preti, ne consegue un bel grammelot!
Va detto che di documenti storici sull’Altopiano ve ne sono pochi, in parte conservati in Biblioteca Bertoliana, in parte presso le Diocesi di Vicenza e Padova. Un gran numero di incartamenti riferiti alle persone e alle proprietà, andarono irrimediabilmente perduti con l’avvento della I guerra mondiale che cancellò non solo le identità storico/culturali ma gli interi abitati e tutte le foreste del territorio, divenendo linea spartiacque fra un “prima” e un “dopo”…hainoi, irreversibile!

L’Altopiano: un territorio ricco di legname, pietra, cacciagione, carbone, pascoli…

L’Altopiano divenne nel tempo – e per questo molto ambito –, luogo dove procurarsi legname da costruzione e da riscaldamento, oltre che materia prima per alimentare fornaci e calcare in pianura; dove raccogliere bacche, frutti ed erbe edibili; fare il carbone; procacciarsi carne, pelli e pellicce; luogo infine, dove far pascolare armenti e produrre formaggi: prima ovini (il primo formaggio locale fu il pegorin!), poi anche bovini. A causa di una grande carestia oltralpe i Vescovi-Conti bavaresi decisero in più mandate – fra il 1200 e il 1400 – di inviare pacificamente e di confinare a Sud, interi nuclei familiari con vettovaglie e animali domestici a seguito, alloggiati in casoni su ruote: gli stessi casoni fotografati in Altopiano a inizi ‘900 dallo storico svizzero Baragiola.
I casoni, una specie di roulottes d’antan, erano dotati di ruote in legno o pattini per la neve, struttura in block-bau e copertura in scandole o paglia. Tolte le parti mobili, esattamente questo era l’aspetto delle abitazioni locali prima del ’15/’18 – in stile prettamente nordico – salvo l’utilizzo per il consolidamento strutturale, dei materiali tipici del luogo: pietra, scaglia rossa, biancone.
Ecco i veri autoctoni, quelli che hanno costruito i primi villaggi, tracciato le prime strade, diboscato le foreste e coltivato la terra, mantenendo intatti nell’isolato geografico dell’Altopiano, la loro lingua i loro costumi e le loro tradizioni. “Eck, loch, tal, pach, rotz, laite, prunn, billar, menle…” fan tuttora parte del linguaggio comune.

Un territorio depredato da tutti ma sempre “preteso” dalla città di Vicenza

L’Altopiano è stato da sempre terra di conquista e per la sua posizione strategica quale confine naturale a Nord e per le immense risorse forestali. Tutti l’hanno concupito, l’antica Roma come l’Impero Austro-Ungarico (passando di mano nei secoli sotto il dominio delle varie casate contigue: Ezzelini, Scaligeri, Visconti – quindi sotto la Serenissima – in questo preciso ordine), eppur sempre “preteso” dalla città di Vicenza.
Non è mai corso buon sangue fra l’Altopiano e il capoluogo vicentino, lo dimostrano il fatto che tuttora i 7 Comuni fanno parte della Diocesi di Padova e sono inseriti nella Uls di Bassano, non in quella di Thiene/Schio, più vicina e sicura in caso di emergenza in autoambulanza…